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Perseverare diabolicum. Risposta a Vito Mancuso

Darwin Galileo Einstein“Nella tua replica così risentita e personalistica non trovo alcuna contro-argomentazione rispetto alle mie obiezioni”. Telmo Pievani controreplica al duro attacco scritto dal teologo in risposta al saggio di Pievani “Con buona pace dei teologi (eretici e non)” che apre l’Almanacco della scienza di MicroMega tuttora in edicola.

di Telmo Pievani –
Caro Vito,
questa tua replica – così risentita e personalistica – denota una certa difficoltà metodologica nell’accettare le regole di una franca disputa filosofica (che mi rendo conto essere categoria ormai in disuso in Italia, dove preferiamo le corrispondenze epistolari di amorosi sensi fra credenti e non credenti).

Quando un interlocutore recita le proprie posizioni senza rispondere alle obiezioni, è bene rivolgersi a un soggetto terzo: i nostri lettori. Giudichino loro se nel mio articolo su MicroMega mi sono permesso di affermare che sei un cattivo teologo, o un pessimo insegnante, o addirittura uno che non pensa. Nulla di tutto ciò: io critico in modo argomentato ciò che tu scrivi nei tuoi libri a proposito di scienza (e non di teologia, di cui non mi occupo in quanto non competente) e mi aspetto che tu faccia lo stesso con le mie tesi filosofiche, se le ritieni poco convincenti.

Adesso i lettori potranno fare lo stesso esercizio con quanto hai appena scritto tu e scopriranno che il sottoscritto è un modesto filosofo, una persona arrogante, dogmatica, financo volgare, uno che non pensa. Davvero un brutto ceffo. Si chiama argomento ad hominem ed è tipico di chi ha esaurito le cartucce. Mi attribuisci peraltro accuse che non erano rivolte a te, ma al quadro generale di come le evidenze scientifiche vengono travisate nel discorso pubblico e sul web in Italia. Mi guarderò bene dal seguirti su questo terreno e ancora una volta proverò brevemente ad esporre le ragioni che mi portano a confutare quanto hai di nuovo ripetuto in questa acida risposta.

E’ falso, a mio avviso, che nei tuoi libri gli scienziati siano citati in quanto pensatori o in quanto esseri umani, e non invece ed esclusivamente in quanto scienziati. Ogni volta che retoricamente porti come esempio l’idea di uno scienziato, da te accuratamente selezionato ed estrapolato, informi il tuo lettore del fatto che si tratta proprio di un importante e autorevole (cioè credibile) scienziato. Citi le sue opere e le sue scoperte. Sottolinei che non è credente. Insomma, lo stai citando proprio perché è uno scienziato. E perché altrimenti? Perché non citare un grande architetto o un leader politico? A qualsiasi lettore risulterà pacifico che lo stai facendo per mostrare che gli scienziati sono divisi, che alcuni (eretici, eterodossi, isolati, dunque simpatici) pensano che vi sia un grande piano finalistico nella natura e altri no (il brutto e cattivo establishment dominante, la “scienza ufficiale”). Il tuo obiettivo è quello di mostrare che dallo stesso dato scientifico si possono trarre due conseguenze filosofiche diametralmente opposte, entrambe corrette, e che dunque una delle due (la tua preferita) è scientificamente plausibile. La tua tesi dunque si appoggia esplicitamente su citazioni di scienziati in quanto scienziati.

Dove sta la fallacia? Presto detto. Se Francis Collins è giunto a parlare di un “linguaggio di Dio” nella natura non è perché ha lavorato per decenni sul genoma, come scrivi, ma semplicemente perché nel frattempo ha avuto una sua (rispettabile e personalissima) conversione religiosa. Qui sta il tuo errore di fondo e qui crolla il castello di carte. La mia idea, contraria alla tua, è che si debba sempre, analiticamente e prudentemente, distinguere tra le evidenze corroborate in un dato settore della ricerca scientifica (che cosa sappiamo oggi del genoma), le interpretazioni controverse degli scienziati (che cosa pensa Collins del presunto “ordine” contenuto nel genoma), le loro legittime idee filosofiche e religiose (attribuire questo presunto ordine a una creazione divina) e le infinite possibili letture degli osservatori esterni.

Poste queste distinzioni, proprio in virtù della relazione fra scienza e filosofia, e dell’autonomia per nulla ancillare di quest’ultima, il filosofo ha il compito di applicare con rigore uno scetticismo razionale anche per mostrare, se del caso, che uno scienziato ha tratto dalle sue ricerche un’interpretazione filosofica assurda, infondata, illogica, improbabile. La libertà delle interpretazioni non è arbitrio. Ciò che non è opportuno, secondo me, è confondere questi piani per rafforzare una propria filosofia della natura teologicamente ispirata, giocando a rimpiattino fra scienza e filosofia. Si ingenerano improprie commistioni metodologiche e terminologiche nei lettori.

Prendiamo proprio il caso di Stuart Kauffman, che conosco bene e che di nuovo citi per avvalorare le tue tesi. E’ del tutto evidente, a mio avviso, che la tua lettura del pensiero di questo biologo teorico è scorretta. Nel mio saggio su Micromega cito entrambe le fonti: il tuo ultimo libro e quello di Kauffman che tu citi. Chiunque può fare il confronto. Puoi arrampicarti su tutti gli specchi metafisici che vuoi, ma in Kauffman non esiste alcuna “energia spirituale” o “non convenzionale” nel senso in cui ne scrivi tu. E’ una tua indebita e fuorviante interpretazione. Se non è chiaro, chiediamoci: che cos’è questa “azione della mente in quanto puro pensiero sulla materia” di cui scrivi? E’ un gioco di parole o stai dicendo che uno scienziato ha verificato sperimentalmente l’esistenza di un “puro pensiero” che influisce sulla materia biologica? E soprattutto, cosa c’entra tutto questo con ciò di cui sta parlando Kauffman, cioè la differenza fra livello macroscopico e livello quantistico della realtà fisica?

Sul creazionismo, non capisco perché ti inalberi tanto. Conosco la differenza fra creazione e teleologia, ma se tu sostieni che in natura esiste un grande piano “bioamichevole” che punta dritto verso lo Spirito Santo e verso una dimensione trascendente dell’essere, e ritieni che questa posizione non sia un puro atto di fede né una tua libera visione soggettiva ed esistenziale sul mondo, bensì il frutto di un’argomentazione razionale basata anche sulla scienza (la solita “complessità biologica crescente”, l’insufficienza del neodarwinismo, e così via), sei nel pieno solco del neo-creazionismo. Come possono spiegarti i sostenitori americani dell’Intelligent Design, a loro in ultima istanza non interessano affatto gli attributi del “progettista” (se divino o no, interno o esterno, tappabuchi o meno). A loro interessa affermare che in natura esiste una grande finalità intrinseca e che questa finalità è scientificamente plausibile. E infatti anche per loro il tema cardine è la crescente e “irriducibile” complessità dei sistemi biologici. Non è proprio quello che scrivi anche tu? Vorrei però spendere una parola in difesa della dottrina cattolica ufficiale: a me non risulta che aderisca all’Intelligent Design americano, come scrivi al punto 6 della tua replica, ma forse mi sono perso qualche passaggio.

Quanto a Thomas Nagel e al suo ultimo discutibilissimo libretto, è stata una precisa scelta non scriverne perché sarà oggetto di un testo a parte di imminente uscita su MicroMega. Nessuna reticenza sospetta, quindi: Vito-stai-sereno. E soprattutto nessuno scandalo: non possiedo ortodossie di alcun tipo e le tue tesi teologiche mi lasciano del tutto indifferente. Noto piuttosto che hai idee molto nette su come distinguere un buon filosofo da uno scadente (il sottoscritto). Punti di vista. A me hanno insegnato che per pensare filosoficamente non basta postulare l’esistenza di entità misteriose e superflue che nessuno ha mai visto, ipostatizzarle, battezzarle con nomi fantasiosi e suadenti, e poi incorniciare il tutto in un grande disegno di rassicurazione esistenziale. Mi hanno insegnato che non è buona filosofia né buona storia prendere un autore che non si conosce a sufficienza (per esempio Darwin), isolare una citazione qui e una là, e da qui estrarre una tesi generale sul pensiero di quell’autore. Eppure continui a farlo, imperterrito, senza accorgerti che saresti tu il primo a sanzionare chiunque facesse la stessa operazione con un grande teologo del passato il cui pensiero va studiato nelle sue diverse fasi e sfaccettature. Lo stesso vale per l’uso disinvolto dei concetti (una “tendenza” non è un “fine”) e della storia delle idee. Prendere il concetto di “relazione” e buttarci dentro di tutto – da Keplero all’entanglement al bosone di Higgs – è quanto di più lontano possa esistere dal mio modo di concepire la filosofia.

Mi hanno poi insegnato che quando un filosofo vuole parlare di scienza deve conoscerla bene, il che significa che deve concentrarsi su una disciplina (ed è già tanto) e imparare (dopo svariati lustri di lavoro) a conoscere in dettaglio la letteratura specialistica primaria di riferimento che viene pubblicata ogni settimana sulle maggiori riviste internazionali. Capisco però che è più comodo entrare in libreria, scegliersi i libri divulgativi di qualche scienziato in fase spiritualista (fisici, biologi, chimici, non importa, dalla meccanica quantistica alle neuroscienze, se ne trovano sempre), estrapolare qualche citazione a effetto e inserirla nel proprio discorso. Nel frattempo, insisto, non trovo nella tua replica alcuna contro-argomentazione rispetto alle mie obiezioni sostanziali, una fra tutte: come tenere insieme – in modo filosoficamente accettabile e senza paradossi retorici – la contingenza e assurdità degli eventi naturali con l’idea che l’evoluzione sia stata fin dall’inizio un grande movimento ordinato a un fine?

Quella degli atei buoni e degli atei cattivi l’ho già sentita. Ci sono i non credenti buoni e i non credenti cattivi. I non credenti buoni di solito sono o morti o molto remissivi. I non credenti cattivi di solito sono quelli che difendono – con tutta la mitezza che vuoi, ma anche con massimo rigore – un’etica laica, un’etica del finito, un’etica delle diversità, della libertà e della responsabilità. Anche a costo di rompere qualche “armonia relazionale”. Proviamo a rileggerci con calma, magari senza prenderci così eccessivamente sul serio (su certe epocali “poste in gioco” tra noi mortali potremmo anche metterci un pizzico di ironia in più). Io non ho una teoria su – nell’ordine – Io, Dio, Natura, Spirito, Passione e resto dell’Universo. Su un punto però vedo chiaramente. Chi non crede, come me, in una grande finalità armonica della natura sarebbe accecato da ipoteche ideologiche, sarebbe un nichilista senza speranza, un condannato all’insensatezza.

Prima invochi la libertà e il pluralismo della filosofia e poi di nuovo citi Paul Davies: “ … la scienza ortodossa, con la sua filosofia nichilista di un universo senza senso, di leggi impersonali ignare di qualunque scopo, di un cosmo in cui la vita e l’intelligenza, la scienza e l’arte, la speranza e la paura sono solo i fortuiti e accessori abbellimenti di un affresco dell’irreversibile corruzione cosmica”.

Ecco, vedi, semplicemente, il tuo amico scienziato Davies qui scrive una stupidaggine. Succede anche agli scienziati in quanto esseri umani. Si chiama squalifica morale dell’interlocutore. Vuol dire non riconoscere la reale e inemendabile diversità etica di chi ti sta di fronte. Questo per me è l’argomento più insulso che si possa brandire. Il rispetto per i non credenti e per chi non la pensa come te deve essere sostanziale, non edulcorato e spalmato di mielose terminologie medioevali. Le parole sono quelle: o credi nel grande disegno o sei un positivista scientista dogmatico condannato alla disperazione esistenziale. Nei confronti di chi reitera questa pretesa di monopolio del “senso” e la diffonde a piene mani nel discorso pubblico richiamandosi alla “Natura”, in una franca disputa filosofica non sono disposto a concedere nemmeno una briciola di indulgenza.

(8 marzo 2014)

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