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Pietro Maso e gli altri 9 casi di figli che uccidono i genitori

Roma –  Dopo un solo giorno di indagini è stato risolto il caso del duplice omicidio nel Ferrarese. E’ stato il figlio 16enne, Riccardo Vincelli, ad uccidere Salvatore Vincelli, 59 anni, e la moglie Nunzia Di Gianni, 45. L’adolescente è crollato dopo un lungo interrogatorio ed ha confessato l’omicidio. Non è la prima volta che i figli uccidono i genitori: negli ultimi 40 anni si contano almeno 10 casi. 

10 gernnaio 2016 – Un duplice omicidio sconvolge Pontelangorino, frazione di Codigoro nel Ferrarese. I coniugi Salvatore Vincelli e Nunzia Di Gianni sono stati ritrovati morti nella loro casa, entrambi con il cranio fracassato e una busta di naylon sulla testa. Il cadavere dell’uomo era in garage mentre quello della donna è stato ritrovato in cucina. A dare l’allarme sarebbe stato proprio Riccardo Vincelli, il figlio di 16 anni della coppia. L’adolescente, in stato di fermo insieme ad un suo amico di cui ancora non si conosce l’identità, è crollato dopo un interrogatorio fiume nella caserma di Comacchio ed ha confessato il ducplice omicidio. La sua versione era sembrata subito contraddittoria. Ancora da chiarire il movente del delitto. 

7 novembre 2015 – Il 18enne Antonio Tagliata entra a casa della fidanzata Martina Giacconi, 16 anni, ad Ancona e spara alla madre di lei, Roberta Pierini, uccidendola sul colpo, e al padre Fabio Giacconi, mandandolo in coma irreversibile. A poche settimane dall’omicidio di Melito, dove una 17enne ha ucciso la madre perché le vietava il pc e lo smartphone, un’altra coppia di giovanissimi compie un massacro. I genitori della ragazza non volevano che i due si frequentassero, ma la coppia era legata da un rapporto morboso: Antonio ha confessato di aver agito spinto da Martina. Ora entrambi sono in carcere in attesa del processo.

11 febbraio 2001 – Il 23enne Paolo Pasimeni ha l’ennesimo scontro con il padre, il professor Luigi Pasimeni, 60 anni, ordinario di Chimica all’Università di Padova dove studia anche il figlio. Ha scoperto, tramite dei colleghi, che Paolo ha falsificato i verbali di alcuni esami: i due litigano e il giovane lo colpisce con un pugno. Il professore sviene e il figlio continua a picchiarlo, uccidendolo di botte; poi dà fuoco al corpo. Arriva a casa la sera e racconta tutto alla sorella: non ne poteva più di quel padre, a suo dire troppo severo. Condannato a 15 anni e 4 mesi per omicidio volontario, falso e vilipendio di cadavere, ottiene l’affidamento ai servizi sociali nel 2009 e i domiciliari per studiare Farmacia.

21 febbraio 2001 – Sono le 19:50 del 21 febbraio 2001 quando Erika De Nardo, 16 anni, e il fidanzato Mauro, detto Omar, Favaro di 17 uccidono la madre di lei, Susanna Cassini, 41 anni e il fratello Gianluca De Nardo, 11 anni, nella villetta di famiglia a Novi Ligure (Alessandria). Il delitto lascia il Paese sotto choc: anche il padre di Erika, l’ingegnere Francesco De Nardo doveva essere ucciso, ma l’uomo viene risparmiato perché non in casa. In totale, i due baby killer hanno sferrato 97 coltellate di cui 57 al piccolo Gianluca, testimone involontario dell’omicidio della madre. Erika e Omar agli investigatori parlano di una rapina finita in tragedia a opera di alcuni albanesi, ma qualcosa non torna per la ferocia con cui le due vittime sono stati massacrate. Lasciati da soli in sala interrogatori, i due parlano tra di loro dell’omicidio e confessano involontariamente: gli indizi disseminati per casa finiscono per inchiodarli. Il movente viene identificato nelle liti che Erika aveva con i genitori per il cattivo andamento scolastico. Nel 2003 la Cassazione conferma le condanne a 16 anni per Erika e a 14 per Omar che esce dal carcere nel 2010 grazie all’indulto e a sconti di pena per buona condotta. Erika viene mandata nella Comunità Exodus di Lonato nel bresciano, dalla quale esce per fine pena il 6 dicembre 2011.

20 luglio 1995 – Carlo Nicolini è a tavola nella casa di famiglia a Sestri Levante (Genova) con i suoi genitori, il padre Mario, 72 anni medico in pensione, e la madre Letizia, 61 anni. All’improvviso una discussione scatena qualcosa nel ragazzo che prende il fucile, uccide i genitori e infierisce suoi loro corpi con una mannaia. Poi si siede davanti la tv, finché la figlia dei vicini bussa per avvisare di una perdita d’acqua: Carlo apre la porta con ancora i vestiti imbrattati di sangue. I corpi dilaniati dei genitori sono ancora a terra: non si troveranno mai i cuori. Nel settembre 1997 la Corte d’Appello di Genova conferma la sentenza di primo grado e lo dichiara incapace di intendere e di volere e pericoloso per la società, condannandolo all’ergastolo in ospedale psichiatrico. Con la chiusura delle strutture, viene trasferito in una comunità: pur unico erede della fortuna dei genitori (un patrimonio immobiliare di 8 milioni di euro), non potrà mai lasciare la struttura.

4 novembre 1994 – Una Fiat Uno rossa di dieci anni, qualche gioiello, 500 mila lire in contanti e un appartamento da tre stanze in affitto: questo il movente che spinge Nadia Frigerio, 33 anni, a uccidere la madre Eleonora Perfranceschi, 57 anni, il 4 novembre 1994 a San Michele Extra, provincia di Verona. Ad aiutarla il fidanzato Marco Rancani, suo coetaneo: mettono del sonnifero nel caffè e, quando la donna crolla, Nadia ordina a Marco di strozzarla con il filo del telefono. In seguito, lasciano il corpo lungo una strada che porta in periferia, con le calze strappate e la camicetta sbottonata: nella borsa e vicino al cadavere fanno cadere dei preservativi. La coppia ha inscenato tutto perché vuole far credere che la madre si prostituisce e sia caduta vittima di un cliente. Invece, la verità è ancora più tremenda. È Nadia che si vuole prostituire, con il compagno a fare da protettore, ma le serve la casa della madre: da qui il movente. Nadia Frigerio viene condannata a 22 anni, 16 anni il complice.

26 dicembre 1992 – Uccidere i genitori per “essere libero di gestire il patrimonio“. Con queste parole Giovanni Rozzi al processo spiegò perché uccise il padre Paolo Rozzi e la madre Filomena Terra, mentre dormivano nel letto della casa di famiglia a Cerveteri, Roma, la notte di Santo Stefano del 1992. Con lui anche Filippo Meli, suo amico di 28 anni tossicodipendente e malato di Aids, pronto a tutto, come dissero i Pm nel corso delle udienze, pur di comprarsi una dose. All’epoca dei fatti, Giovanni ha 26 anni: convince l’amico a sparare alla nuca ai genitori mentre dormono, dopo aver messo a letto il fratello con gravi problemi di handicap. Le indagini si chiudono in breve tempo e i due vengono portati a processo: il figlio omicida viene condannato all’ergastolo, mentre al complice vengono riconosciute le attenuanti e una pena di 26 anni. Meli muore nel 1995.

17 aprile 1991 – È il protagonista reo confesso di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo familiare della cronaca italiana. Aiutato da tre amici, il 17 aprile 1991 nella sua casa di Montecchia di Crosara uccise entrambi i suoi genitori, Antonio Maso e Mariarosa Tessari. La motivazione era intascare subito la sua parte di eredità. Arrestato il 19 aprile 1991, è stato condannato definitivamente a trent’anni di carcere, con il riconoscimento della seminfermità mentale al momento del fatto. Dopo averne trascorsi ventidue, è stato rimesso in libertà[2], per poi essere ricoverato in clinica psichiatrica dal marzo 2016[3]. Ai suoi complici, Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza, è stata inflitta una pena di ventisei anni, mentre al minorenne Damiano Burato tredici.

4 agosto 1989 – Carretta è il protagonista reo confesso di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo familiare della cronaca italiana. Il 4 agosto 1989, nella sua casa di Parma in via Rimini 8, uccise a colpi di pistola entrambi i genitori e il fratello. Nato a Parma, vive con i genitori Giuseppe Carretta (Parma, 1936 – 1989) e Marta Chezzi (Parma, 1939 – 1989) e con il fratello Nicola (Parma, 1966 – 1989), che aveva avuto in passato problemi di tossicodipendenza[1]. I litigi con i famigliari, anche per motivi banali, sono frequenti. Carretta progetta di uccidere i suoi genitori e il fratello e riesce a trovare la pistola Walther calibro 6.35 con cui compirà il delitto. Il 4 agosto 1989 spara al padre, alla madre e infine al fratello e sistema i cadaveri nel bagno. Cancella poi le tracce pulendo minuziosamente l’appartamento per svariati giorni. Il giorno dopo Carretta nasconde i cadaveri nella discarica di Viarolo (frazione di Trecasali), dove non verranno più ritrovati. In data 8 agosto intasca a nome del padre un assegno con firma falsificata da cinque milioni dalla Banca del Monte e un altro da un milione di lire dal conto del fratello. In seguito, per depistare le indagini, guida il camper Ford Transit dei genitori a Milano e lo abbandona presso un parcheggio di viale Aretusa; da qui fugge a Londra. Il camper verrà ritrovato il 19 novembre, grazie a una telefonata in diretta alla trasmissione Chi l’ha visto?. L’allora pm di Milano, Antonio Di Pietro, aveva subito sospettato della morte della famiglia, ma la sua ipotesi non venne presa in considerazione; ancora nel 1996 la famiglia veniva creduta viva a Barbados, nei Caraibi. 22 novembre 1998 Carretta venne casualmente identificato da un agente del Metropolitan Police Service di Londra mentre imponeva una multa, informando anche l’Interpol londinese che si mette prontamente in contatto con gli organi di polizia italiani, emergendo che Ferdinando Carretta è membro di una famiglia scomparsa da nove anni. Il procuratore di Parma Francesco Saverio Brancaccio, informato dall’Interpol, vola subito a Londra per interrogare Ferdinando, il quale sostiene di non aver alcuna notizia della sua famiglia da ormai nove anni. Tuttavia, il 30 novembre 1998 accade l’imponderabile: forse oberato dal rimorso, Ferdinando Carretta getta la maschera e confessa al giornalista Giuseppe Rinaldi davanti alle telecamere di Chi l’ha visto? il triplice omicidio. Alla domanda “Cosa è successo quella sera del 4 agosto?”, egli risponde con voce ferma e senza giri di parole: “Ho impugnato quell’arma da fuoco e ho sparato ai miei genitori e a mio fratello.” La ricerca dell’arma del delitto non ha portato ad alcun risultato concreto.

13 e il 14 novembre 1975–  L’omicidio è avvenuto a Vercelli in Via Caduti nei Lager 9, nel 1975, che ha avuto grande rilevanza mediatica all’epoca dei fatti per via delle implicazioni sulla morale comune e per l’efferatezza del delitto. Il caso riguarda l’omicidio a colpi di pistola di cinque persone, portato a termine da Doretta Graneris e dal suo fidanzato Guido Badini nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1975. Le vittime furono Italia Zambon (41 anni), Sergio Graneris (45 anni), Romolo Zambon (79 anni), Margherita Baucero (76 anni) e Paolo Graneris (13 anni), rispettivamente madre, padre, nonni materni e fratello della Graneris.

 

 

 

 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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