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Pilato-Gesù: la verità sul processo più famoso della storia

12782283_10206920070734390_664912118_n[1]Lo storiografo G. Flavio, dopo averci informato che nel 34 d.C. morì il tetrarca Filippo, scrive che Antipa andò a casa di Erode, che abbiamo visto essere Gesù figlio di Maria, terza moglie di Erode il Grande, per mettersi d’accordo con sua moglie Erodiade per unirsi in matrimonio con lui. Abbiamo trovato i passi dove l’imperatore Tiberio, parente di Gesù, dopo la morte del tetrarca Filippo, mandò uno dei suoi messi a dire che fosse fatto Gesù successore della tetrarchia. Antipa, dopo l’accordo con Erodiade andò da Tiberio a fare le sue rimostranze, dicendogli che la tetrarchia spettava a lui, figlio di Erode il Grande e di Maltace la samaritana, e non a Gesù che era nato dalla relazione adultera di Maria con Giuseppe e quindi non figlio del re Erode.

Quando Erode Antipa tornò a Roma, sua moglie già sapeva tutto, in quanto Giovanna, discepola di Gesù e cugina di Maria, venne a sapere dell’accordo tra Erodiade ed Antipa da suo marito Kuza amministratore delle ricchezze di Erode Antipa e lo disse a Gesù che avvisò la moglie di Antipa. Quest’ultima lo disse a suo padre, il re Areta di Petra, che dichiarò guerra a suo genero quando torno da Roma alla fine del 35 d.C. Gesù e suo cugino Giovanni Battista, approfittarono della situazione per scatenare una sommossa contro Antipa, che avendo il suo esercito schierato contro quello del suocero Areta era in difficoltà, essendo rimasto nella sua reggia a Tiberiade. Ad Antipa non resto altro da fare che chiedere soccorso a Pilato, che mandò una sua coorte da Sebaste a Tirathana, dove Giovanni aveva radunato una folla armata contro Erode Antipa, reo di aver calpestato le leggi ebraiche nello sposare la moglie di Erode Gesù ancora in vita. Pilato salì sul monte sterminando molte persone e catturando i capi più autorevoli della rivolta. Consegnò Giovanni Battista ad Antipa, che gli mozzò la testa e poi processo Gesù, reo di essersi alleato con Giovanni in questa rivolta. Pilato però sapeva bene che la colpa era di Antipa che lo aveva disonorato sposando sua moglie Erodiade, così non trovando colpa in lui lo mandò da Antipa, che avendo la coscienza sporca per averlo disonorato lo rimandò da Pilato. Il governatore si trovò di fronte Gesù di sangue romano, parente di Tiberio, nonché nipote di Cesare Augusto e di Cleopatra a cui era stato calpestato l’onore e gli ebrei, che volevano la sua testa in quanto Cristo li osteggiava apertamente per la loro religione basata su un dio che non riconosceva, tanto da fargli dire:

Voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro1

Gli ebrei volevano incolparlo di lesa maestà, adducendo il fatto che Gesù aveva promosso la rivolta per farsi re contro gli ordini di Tiberio. Se a Gesù fosse stato riconosciuto il crimine della perduellio, nel quale rientravano reati di vario genere sempre connessi all’imputazione di lesa maestà, l’accusato, dopo essere stato ritenuto colpevole, aveva la possibilità di salvarsi tramite una provocatio al popolo, ovvero una sorta di riunione cittadina che aveva l’onere di salvare o condannare definitivamente l’imputato. Se ritenuto colpevole, egli sarebbe stato fustigato e appeso a un arbox infelix, ovvero a un albero sterile, senza frutto. Difatti Paolo di Tarso ci conferma che fu appeso al palo. Nel processo Pilato chiese a Gesù conferma di questa accusa chiedendogli se lui si riconosceva re, ma Gesù gli rispose “tu lo dici”, aggiungendo che il suo regno non era di questo mondo. Pilato fece flagellare Gesù, dopodichè lo liberò di nascosto e dietro compenso tanto che morì nel 68 d.C., confermato anche dai seguenti passi dalle memorie di Nicodemo II (papiro copto di Torino):

Dopo la condanna, Pilato aveva ordinato di scrivere il titulus in lettere greche, Romane ed ebraiche, in base a ciò che era stato detto dagli Ebrei, cioè: “Egli è il re degli Ebrei”. Anna e Caifa dissero: […] “Il fatto è invece che i discepoli hanno dato molto denaro ai soldati e hanno preso il corpo di Gesù2.

Lo stesso Tacito conferma in Annales che Gesù fu solamente suppliziato:

Allora, per soffocare ogni diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò a pene di crudeltà particolarmente ricercata quelli che il volgo, detestandoli per le loro infamie, chiamava cristiani. Derivavano il loro nome da cristo, condannato al supplizio, sotto l’imperatore Tiberio, dal procuratore Ponzio Pilato.

Sicuramente, se Gesù fosse stato crocifisso ed ucciso, Tacito non avrebbe parlato di supplizio – ovvero della flagellazione che subì da parte di Pilato prima di essere rilasciato, tanto che lo stesso Paolo/Saul litigò per aver detto che Gesù era ancora vivo – ma della sua crocifissione.

Difatti Tacito in un altro caso, dove viene eseguita la condanna a morte, alla parola supplizio aggiunge l’aggettivo “estremo”:

In quei giorni il senatore Granio Marciano, accusato di lesa maestà da Gaio Gracco, si tolse la vita, mentre l’ex pretore Tario Graziano venne condannato, in forza della stessa legge, all’estremo supplizio3.

Questo perché il termine “supplizio” era generico e poteva indicare più di una cosa: “supplicazioni, preghiere pubbliche, offerte, sacrifici di vittime, supplica, preghiera rivolta agli uomini, richiesta di aiuto castigo, pena, supplizio, tortura messa a morte” etc., fino all’esecuzione capitale a cui Tacito aggiunge la parola “estremo” per far capire che si trattava di una condanna a morte.

Gesù riuscì a salvarsi dimostrando che la sua implicazione nella rivolta non era un atto di lesa maestà verso l’imperatore Tiberio, ma era stata causata dall’oltraggio subito da Antipa che lo aveva disonorato sposando sua moglie Erodiade.

Tratto dal libro Cristo il Romano, edizioni Altera Veritas, di Alessandro De Angelis

1gv 8:44.

2 vangelo di nicodemo, 3-6, estratto da: http://web.tiscali.it/cuorearianna/vangelo_di_nicodemo.htm, consultato in data 06/06/2015.

3annali VI, 38.

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