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Pio XII, più storia e meno leggenda in attesa degli archivi

Pio XII a Radio VaticanaPio XII a Radio Vaticana

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, tre lustri fa, un libro oggi screditato definiva Eugenio Pacelli «il Papa di Hitler». Quel volume di John Cornwell rappresentò l’apice di una leggenda nera su Pio XII e i suoi «silenzi» sulla Shoah, ma in un certo senso anche l’inizio del suo declino. Nonostante il rischio sempre presente di contrapporre alla leggenda nera una leggenda rosa apologetica, che si rifiuta di affrontare la complessità dei problemi, in questi anni il confronto fra gli storici si è rasserenato e le ricerche d’archivio hanno permesso di ricostruire un quadro meno parziale e ideologico su quelle vicende.

 

In questo percorso – passato attraverso il workshop internazionale su Pio XII tenutosi allo Yad Vashem di Gerusalemme nel 2009, e il confronto a porte chiuse tra studiosi alla Sorbona di Parigi nel 2012 – si colloca la conferenza internazionale che si è svolta ieri a Roma, organizzata dall’università Guglielmo Marconi e coordinata dal professor Matteo Luigi Napolitano. Una intensa giornata di lavori, ruotata attorno a quattro relazioni centrali quella di Andrea Riccardi, sulla Chiesa italiana durante la guerra; quella di Anna Foa, su la Chiesa e gli ebrei; quella di Limore Yagil, sulla Chiesa cattolica e il salvataggio degli ebrei francesi nell’era di Vichy e infine quella di Napolitano sulla diplomazia vaticana durante il conflitto. Ogni intervento è stato discusso da studiosi venuti da vari Paesi.

 

La conferenza ha fatto il punto sulle ricerche su Pio XII ormai alla vigilia dell’apertura degli archivi vaticani – l’Archivio Segreto e l’Archivio dei Rapporti con gli Stati – che si attende nei prossimi mesi almeno per i documenti relativi agli anni della Seconda guerra mondiale. Da qui dovranno venire alcune risposte – come ha sottolineato Anna Foa – su alcune questioni, come per esempio il ruolo giocato dal Papa e dalla Segreteria di Stato nei giorni drammatici della razzia degli ebrei nel ghetto di Roma, nell’ottobre 1943, come pure nell’atteggiamento della Santa Sede sulle leggi razziali.

 

Nell’introdurre i lavori del convegno, il professor Édouard Husson (già vicecancelliere della Sorbona), il quale ha osservato che «solo in pochi tra i contemporanei hanno compreso la centralità della persecuzione antiebraica nel nazismo: secondo me Pio XII è tra questi». Riccardi ha parlato del rapporto del Papa con Roma e ha presentato la realtà del Vaticano e della Curia romana nella sua complessità, facendo comprendere come il Papa non fosse «un uomo solo al comando». C’era infatti un acceso dibattito interno sull’atteggiamento da tenere nei frangenti terribili della guerra e soprattutto dopo l’arrivo dei tedeschi a Roma nel 1943. E già allora, dentro la curia, c’era chi auspicava da parte del Papa una presa di posizione pubblica e forte in difesa dei perseguitati, come per esempio il maestro delle cerimonie pontificie Respighi che scrive in proposito una lettera al Segretario di Stato Maglione.

 

Riccardi ha fatto notare come purtroppo l’apertura degli archivi arrivi sempre tardivamente rispetto all’impostazione del dibattito storiografico, che viene impostato su basi parziali prima che i documenti siano disponibili. Ed è molto difficile, poi, modificare l’impostazione di partenza, che nel caso di Pio XII è decisamente sfavorevole al Papa, ma per motivi che spesso hanno poco a che fare con la storia. Riccardi ha quindi parlato della «leadership pubblica della Chiesa italiana», che cresce con Pio XII. Lo storico ha fatto notare l’importanza dei messaggi cifrati contenuti nei discorsi pubblici del Papa, che contenevano indicazioni piuttosto chiare per il mondo cattolico. Nel radiomessaggio del Natale 1943, quando Papa Pacelli ancora una volta esorta a prestare soccorso a chi è nel bisogno, usa la parola «randagi» per definire i perseguitati. E monsignor Ronca, esponente del «partito romano» curiale, annota: dopo questo discorso non ci sono dubbi che i sacerdoti devono prendere sotto la propria protezione tutti, e la Chiesa assume la protezione di tutti anche quando ci sono rischi. Il Papa diventa il defensor civitatis – ha concluso Riccardi – e l’attività diplomatica serve per coprire un’attività clandestina di aiuto e di soccorso a tutti, che nasceva dal basso ed era sostenuta e supportata dal Pontefice.

 

La storica Anna Foa ha ripercorso l’origine della leggenda nera, ritenendola «ancora più viva che mai, soprattutto nel grande pubblico» e notando come le «innumerevoli testimonianze sull’ampiezza dell’accoglienza ecclesiastica agli ebrei non riescano a modificarla». C’è poi leggenda rosa, «che nasce tra gli ebrei, mentre quella nera nasce tra i cattolici. Non è un paradosso. Nel 1945 appare evidente agli ebrei l’apporto della Santa Sede alla salvezza dei loro fratelli. Per contro nel mondo cristiano il problema non era quanti ebrei siano stati salvati o quanti avrebbero potuto, ma il suo ruolo di magistero universale e il problema dei silenzi nella Chiesa». In effetti i primi a parlare dei silenzi del Papa, saranno proprio i cattolici francesi.

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