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Più Einaudi che Cossiga , un anno di Mattarella al Quirinale

Roma  – Tono basso, idee chiare: un anno fa le Camere riunite in seduta comune prendevano parte alla cerimonia di insediamento di Sergio Mattarella, nuovo Capo dello Stato. Un’elezione a larga maggioranza, oltre i due terzi, che chiudeva un lungo periodo in cui il Quirinale non aveva disdegnato gli interventi pubblici, in forma ufficiale e non. Lo stile che Mattarella ha portato vede invece il massimo del riserbo possibile e immaginabile. Einaudi, non Cossiga. A stento, cercando negli archivi, si troverà qualcosa in più degli interventi – misurati, bilanciati – pronunciati in pubblico. Pochi i retroscena, nessun pugno sul tavolo.

Di lui scrisse Massimo Gramellini, giusto un anno fa: “Da cittadino un Presidente così mi entusiasma. Da giornalista mi getta nella disperazione più cupa. Per dirla alla Mourinho, Mattarella ci darà ‘zero tituli’“. Gramellini ci aveva visto giusto: pochi titoli, ma anche indici di gradimento alti.

Ai cittadini piace, anche se – proprio perchè – non concede mai alla platea il brivido della polemica. Si esprime, come nel discorso di insediamento di un anno fa come più recentemente nel messaggio di fine anno, in termini piani, quasi elementari. Parla di raccolta differenziata; ricorda che a Roma un bambino italiano appartenente alla comunità ebraica fu ucciso sulle scale della Sinagoga; sottolinea che la disoccupazione semina disperazione, e la corruzione ci costa tre punti e mezzo di Pil all’anno.

Non paragonatelo però al Mister Smith di Frank Capra. Sa benissimo cosa sia la politica, dove la politica vada, dove e come occorre intervenire. Non si parla qui, però, della riduzione dei costi e delle spese del Quirinale, a partire dalle retribuzioni del suo staff e di quella vera e propria ‘housing review’ sui piccoli e grandi privilegi riguardanti gli appartamenti in dotazione alla Presidenza: argomenti attinenti più ad una inevitabile sobrietà che alla facile popolarità del beau geste. Anche qui: Einaudi.

Mattarella sta interpretando il suo ruolo nel modo più autenticamente politico: vedere in anticipo per far trovare il paese pronto, al momento della necessità. Buona esperienza, la sua, non solo nel diritto costituzionale, ma anche nelle relazioni internazionali. Ecco allora che il suo primo impegno all’estero lo spende prima a Bruxelles, poi in Germania da Angela Merkel.

Sia con l’Europa, sia a Berlino solleva due argomenti: terrorismo e migranti. Nell’arco di pochi mesi emergenze come quella dei flussi migratori e degli attentati di Parigi si incaricano di sottolineare che esiste qualcosa di più profondo della guerra dei conti. Idea che la Merkel sembra fare sua, quando nell’estate apre le frontiere ai profughi siriani. Ugualmente, in un successivo viaggio in Tunisia, Mattarella lancia un appello per sostenere la scelta democratica di un paese di profonda radice islamica, che verrà premiato non a caso con il Nobel per la pace.

Ma anche i successivi viaggi tra Croazia, Slovenia e Montenegro sono da leggere come un’azione diplomatica per ridare non solo centralità al ruolo italiano nella regione, quanto piuttosto per sostenere la stabilità di quei paesi attraverso cui passa la “Rotta dei Balcani” degli immigrati, e dove Daesh si concentra per tirar su una nuova leva di foreign fighters. Un’Europa, quella che Mattarella propone, in cui si affrontano i problemi non per sottrazione, non con la chiusura delle frontiere e l’abrogazione di fatto di Schengen, ma per aggiunta: più sussidiarietà, maggiore responsabilizzazione. Sfide lanciate anche prendendo la parola alla London School of Economics, nel cuore di quella Londra che ora dibatte, come se fosse solo una questione di cassa, l’uscita dall’Ue. Un’ultima annotazione, sul modo di interpretare il suo ruolo.

“L’arbitro deve essere e sarà imparziale” ma “i giocatori lo aiutino con la loro correttezza”, disse un anno fa. Il miglior arbitro, si sa, è quello che interviene, magari anche solo con un’occhiata, un attimo prima che il fallo venga commesso. Se si fa così, non c’è bisogno di usare il fischietto: ogni volta che lo si fa, giù polemiche. E il pubblico non ha bisogno di questo, per tornare allo stadio.(AGI) 

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