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Poche chiacchiere

Dal fascicolo speciale di “Critica Liberale” del 17.3.14, pubblichiamo in anteprima un editoriale del direttore Enzo Marzo dedicato ai dossier laici. Nell’anteprima si ricorda  che il fascicolo può essere acquistato presso le edizioni Dedalo – www.edizionidedalo.it – e sarà inviato gratuitamente a coloro che si abboneranno a Critica liberale 2014. E si sottolinea anche l’intenzione di aprire qui sopra un dibattito sui temi affrontati.

“”Cinque giorni dopo l’annuncio delle dimissioni di papa Ratzinger, partecipai a una tavola rotonda organizzata da protestanti e da cattolici laici. Affidandomi all’abusatissimo incipit di Luther King, scherzosamente dissi che anch’io avevo avuto un “dream”: il prossimo papa si sarebbe chiamato Francesco. Rassicuro i nostri lettori: non sono un profeta. Ma era evidente che il conclave si sarebbe trovato di fronte a una scelta secca: o la chiesa cattolica trovava la forza di ribaltare se stessa così come si era andata configurando nei due ultimi papati o si sarebbe avviata a un sempre più precipitoso declino. Dobbiamo riconoscere che la chiesa è riuscita ad affermare la prima opzione. Che era obbligata, ma non per questo meno difficile. Sul conclave pesavano come macigni le ultime parole di Carlo Maria Martini: Roma era in ritardo di duecento anni. In effetti, i secoli sono molti di più, perché si dovrebbe arrivare almeno ai tempi della Riforma. O, per essere rigorosi, secondo me, al Concilio di Nicea e a Teodora, quando l’idolatria della chiesa-istituzione ebbe la meglio sulla fede.
L’uomo prescelto è abilissimo. Conosce tutte le retoriche del populismo e della demagogia. Probabilmente crede profondamente alle cose che dice e le sa dire bene. Così è riuscito in questi mesi a lenire la disperazione diffusa nelle genti cattoliche disonorate da troppi suoi preti, e a dare mostra di consapevolezza dell’immane tragedia in cui si trova una chiesa che sta pagando il caro prezzo d’essere incapace di conciliare le sue immobili Verità ispirate da un Dio unico, che 36da millenni continua a ripetere lo sbaglio di sospingere i suoi rappresentanti ufficiali verso gli errori più marchiani e i comportamenti più feroci, con il dubbio e il relativismo che sono condizioni originarie e consustanziali della Modernità.
Così la religione cattolica si è andata identificando per secoli con tutti quei poteri che hanno cercato di resistere all’affermazione dei valori liberali. Primo fra tutti quello della libertà di coscienza. Non a caso, fino ai nostri giorni la chiesa di Roma ha sostenuto ed è stata sostenuta dalle forze più reazionarie e tiranniche della storia. La melma in cui è sprofondata negli ultimi anni è solo un corollario ignobile quanto inevitabile. Una coda infetta di una storia troppo spesso immersa nel crimine. Rimediare a tutto questo è un “vaste programme”. Direbbe de Gaulle.
Abbiamo apprezzato i dotti dialoghi intrecciati dal papa con laici illustri. Però non ci hanno appassionato. Anzi, se occupano tutta la scena, diventano persino armi di distrazione di massa. Il bravissimo Melloni è stato molto chiaro quando ha messo a fuoco la questione degli “scandali delle malebolge” e del “pandemonio romano”. Da cattolico ha ragione. Ma non ci si può limitare a questo. Francesco potrà contrastare le malebolge, più difficilmente riuscirà a decentrare e limare le unghie agguerrite del pandemonio. Impossibile gli sarà, poi, fuoriuscire dai rigidi binari della teologia tradizionale. Non illudiamoci, non dico sulla Riforma, ma anche su riforme consistenti. Comunque, auguri sinceri. Tuttavia ai laici interessa soprattutto altro.
I laici, se sono tali, nel discorso pubblico è sconsigliabile che si improvvisino “teologi della domenica”, anziché mirare alla sostanza. Con la chiesa-gerarchia dovrebbero aprire un confronto esclusivamente politico sulla libertà religiosa, con tutti i suoi corollari. Sottolineando i vantaggi reciproci provenienti da una politica separatista. È noto che la chiesa cattolica nella dottrina e nella pratica (malgrado la retorica ipocrita) ha sempre rifiutato il principio della libertà religiosa. Libertà religiosa significa rinunciare ai privilegi, non esigere trattamenti diversi dalle altre confessioni, astenersi dall’assurdità di voler imporre con legge statale taluni comportamenti anche ai cittadini che non riconoscono la sua autorità.
La chiesa ha avuto un’occasione storica con la perdita forzosa del potere temporale. Paolo VI l’aveva capito, ma non ne ha approfittato a fondo. Da qui il ritardo epocale denunciato da Martini. D’altronde conosciamo il fascino del Dio-Potere sulle coscienze talari. Quindi, a parte le eventuali nuove forme organizzative che rientrano nelle questioni interne, il papa, se non vuole limitarsi alle chiacchiere, pur interessanti, non può permettere che le singole chiese nazionali continuino ad abbandonarsi a pratiche politiche opposte a quanto egli va predicando. Altrimenti rapidamente perde credibilità su tutto il resto. Persino “povertà” può essere parola ambigua. Anzi grottesca, se si accompagna al rifiuto di pagare le tasse sui propri commerci. O alla presenza quasi obbligatoria di un alto prelato in ogni caso di malaffare e di corruzione che viene alla luce. O all’ossessione di mettere bocca su tutte le questioni politiche, anche su quelle che non hanno nulla a che vedere con la fede.  Se la fede è affare di coscienza, che senso ha rimanere aggrappati alla politica dei concordati? Questo è il punto ineludibile. Sulla questione il papa non può far finta di nulla e non agire.
La rinuncia al potere e ai privilegi ha un valore davvero rivoluzionario. Essere i primi a chiedere orgogliosamente un separatismo che sarebbe salutare sia per la chiesa sia per lo stato avrebbe il significato di sconfessione storica di ogni clericalismo. Di questa malattia infettiva congenita alle chiese istituzioni e agli stati illiberali.
Francesco ne ha la volontà e le forze?
Francesco di Assisi si avviò su questo sentiero, senza troppe chiacchiere.””

Fonte

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