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Poliziotti birmani pestano due musulmani Rohingya (e si filmano pure)

Pugni, calci in faccia, colpi sulla schiena, alle ginocchia e ai piedi. Due uomini cercano di farsi piccoli a terra, mentre due soldati armati infieriscono su di loro. Il tutto sotto gli occhi di un altro militare che freddamente, con una sigaretta che gli penzola dalla bocca, li riprende. Il video del pestaggio di due uomini appartenenti alla minoranza musulmana dei Rohingya da parte delle forze armate birmane è diventato virale in poco tempo, aumentando la pressione su Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, per decenni prigioniera politica e divenuta di recente leader de facto del Paese del sud-est asiatico. 
 

La repressione dei Rohingya

Il fatto risale al novembre scorso e ha avuto per teatro un villaggio nello Stato di Rakhine, nell’ovest del Myanmar al confine con il Bangladesh, da sempre epicentro delle fortissime tensioni tra la minoranza islamica e le autorità. A ottobre, in seguito all’uccisione di 9 soldati di frontiera, è stata lanciata una campagna di contro-terrorismo criticata dalle organizzazioni internazionali come una reazione sporporzionata per l’eccessivo uso della forza e i crimini commessi dalle truppe.

Lo stesso video, ha commentato Phil Robertson, vice direttore di Human Rights Watch per l’Asia, con il soldato che riprende il pestaggio, dimostra il clima di impunità che regna tra le file dell’esercito impiegato nelle zone di confine abitate dai Rohingya. “Ciò che colpisce maggiormente è l’impunità sentita da questi ufficiali locali, che si sentono così a loro agio da filmarsi mentre gli abusi vengono inflitti”. 

Dall’inizio dell’offensiva dell’esercito a ottobre, ha denunciato l’Onu, sono almeno 10mila i Rohingya che hanno lasciato il Paese per scappare in Bangladesh. Da Dacca, il ministero degli Esteri ha parlato di circa 50mila “cittadini birmani” che hanno trovato rifugio in Bangladesh, riferendosi alla minoranza musulmana. 

 

La risposta del governo

Da Naypyidaw, l‘esecutivo ha cercato di correre ai ripari, annunciando in un comunicato dell’ufficio di Aung San Suu Kyi che 4 militari sono stati arrestati e “verranno puniti”. A finire dietro le sbarre sono stati Pyae Phyo Thwin e Tay Zar Lin, esecutori materiali del pestaggio, il loro supervisore, il maggiore della polizia di frontiera Ye Htun Naing, e Zaw Myo Htike, autore del video. Altri due ufficiali, che sembrano aver preso parte all’operazione nel villaggio di Koe Tan Kauk il 5 novembre scorso, non sono stati identificati. 

 

#Burma detains several police officers over video showing officers beating #Rohingya Muslim men & boys. https://t.co/qw94eyjQE0

— Lotte Leicht (@LotteLeicht1) 2 gennaio 2017

 

Il governo, ha ricordato il portavoce U Zaw Htay, ha “più volte sottolineato la necessità di fare attenzione a ogni singola azione, per essere sicuri che non avvengano violazioni dei diritti umani e si agisca in linea con la legge”. 

Le autorità, tuttavia, hanno anche sostenuto che molte delle storie che circolano su internet sono menzogne create ad arte per “causare fraintendimenti sul Myanmar”. Sul sito della presidenza birmana, sono state postate diverse “storie false e immagini fuorvianti“. 

 

Le accuse ad Aung San Suu Kyi, “Rohingya vittime di pulizia etnica”

La questione dei Rohingya è una macchia per Aung San Suu Kyi, accusata di recente da 23 Premi Nobel e attivisti in una lettera aperta al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di non fare abbastanza per mettere fine alla grave repressione contro la minoranza musulmana, vittima di una “pulizia etnica”. Tra i firmatari, l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, l’attivista afghana Malala Yousafzai, e per l’Italia, Romano Prodi ed Emma Bonino. 

 

Per approfondire


Articolo originale Agi Agenzia Italia

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