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Pollai, malocchio e paura degli zii: le balle dei migranti per fingersi profughi

Dall’immigrato che ha incendiato un allevamento a quello che scappa dai parenti: i racconti di fantasia dei clandestini. “Imbeccati” dalle Ong

Anna Bono Paolo Bracalini – Sab, 04/08/2018 –
Una volta arrivati in Italia e identificati l’iter prevede che facciano la richiesta di asilo politico. Materialmente significa che il clandestino, assistito dalle associazioni pro-immigrazione che lo istruiscono a dovere su cosa dire e cosa non dire, deve motivare la sua richiesta di asilo politico alla «Commissione nazionale per il diritto di asilo», l’organismo preposto del Viminale, articolato in 30 commissioni territoriali e 20 sezioni da nord a sud.

Non è un esame definitivo. Se la domanda viene respinta l’immigrato fa ricorso al Tribunale di competenza e può rimanere in Italia per mesi a spese dello Stato italiano. Il ricorso viene respinto? Pazienza, si può proporre un secondo ricorso alla Corte d’appello e si resta altri mesi in Italia. Va male anche questo perché la propria storia di rifugiato è davvero poco credibile? Niente è perduto, si può infatti proporre un ricorso anche in Cassazione e «il ricorrente è ammesso al gratuito patrocinio», cioè il suo avvocato difensore è pagato dallo Stato italiano.

E i ricorsi abbondano, visto che la maggioranza delle richieste di asilo vengono respinte perché l’immigrato non è riconosciuto come un vero profugo. Nel maggio 2018, il dato più recente nel momento in cui scriviamo, su 9099 richiedenti solo il 7% (pari a 614) sono stati accettati come veri rifugiati politici, mentre il 61% è stato respinto. Ad un altro 32% è stata invece riconosciuta la protezione umanitaria e sussidiaria, di cui parleremo più avanti.

Ma cosa raccontano gli immigrati per sostenere la propria domanda di asilo? I finti profughi, cioè la maggioranza assoluta dei richiedenti asilo, dimostra una grande fantasia nel ritenere plausibile qualsiasi difficoltà in patria per essere accolti dall’Italia e dall’Europa come profughi. Spesso storie inventate di sana pianta, come riconosciuto dai commissari e pure dai magistrati che giudicano il ricorso, salvo poi accoglierlo lo stesso. Gli immigrati sanno che la giustizia italiana ha le maglie molto larghe e le inventano tutte per estrarre il biglietto vincente della lotteria Italia. Molti nigeriani, ad esempio, affermano di essere soggetti ad un malocchio: raccontano di una setta che sarebbe presente in Nigeria e che perseguita chi non entra a far parte dell’associazione. Oppure, altra storia ricorrente, quella dello «zio cattivo», un parente malvagio che per qualche motivo gliela deve far pagare e perciò non possono tornare a casa. «Tra gli uomini è tipica la storia dei problemi di eredità racconta un mediatore culturale che collabora con le commissioni territoriali del Viminale -. Sarebbero scappati perché, una volta diventati orfani, un loro parente malvagio e più ricco starebbe provando ad impossessarsi del loro patrimonio. La storia suona così: «Lo zio mi ha denunciato per cose che non ho mai fatto, ma vista la sua posizione sociale è più potente di me. E per questo ho paura». Le donne invece raccontano spessissimo storie di sfruttamento sessuale, alcune ragazze raccontano di essere lesbiche e qualcuno porta anche a supporto del proprio racconto un foglio stampato da internet di un articolo riguardante un evento di omofobia nel suo paese. Le storie sono tutte simili e questo rende sospette. Anche perché dopo il colloquio col mediatore culturale può capitare che chiedano: «Ho detto bene la storia?».

Un immigrato del Gambia aveva raccontato alla commissione prefettizia di essere arrivato in Italia perché nel 2011 aveva perso un camion e suo zio, proprietario del mezzo, «lo aveva minacciato di morte e denunciato alla polizia». Un altro senegalese ha chiesto l’asilo politico perché sostiene di aver incendiato per errore un allevamento di polli uccidendo tre persone, anche se non ricordava né mese né l’anno dell’evento e ha dato versioni sempre diverse della sua presunta fuga. Poi c’è il profugo del Burkina Faso che non poteva tornare a casa perché «il padre, a causa di una malattia che gli ha provocato cecità, non poteva più pagargli tasse scolastiche». Quindi il bengalese beccato dal mullah a fare sesso con un uomo: vero? falso? E chi lo sa, ma al giudice è bastato per garantirgli lo status di rifugiato. Poi c’è il pakistano che inventa di essere minacciato dai jihadisti, una storia riconosciuta falsa dalla commissione e pure dal magistrato che ha analizzato il ricorso. Ma che poi gli ha comunque riconosciuto lo status di rifugiato, pur scrivendo nella sentenza che «le vicende sono narrate in modo alquanto generico e poco credibile, probabilmente frutto di racconti sentiti da altri». Perché allora ha accolto il ricorso? Perché nel suo Paese esiste «una situazione di violenza indiscriminata e di scontro tra gruppi armati». Quindi se vieni da un paese complicato, anche se racconti una balla vieni accolto dall’Italia a braccia aperte.

Il Tribunale di Napoli ha accolto il ricorso di un immigrato del Bangladesh con la motivazione che in quel paese «la violenza politica non accenna a fermarsi». Questo fa quindi dei 160 milioni di abitanti del Bangladesh dei potenziali richiedenti asilo in Italia. Perciò gli immigrati sottolineano sempre nelle loro domande la presenza di scontri politici tra fazioni e episodi di violenze nei loro paesi (cose che capitano nel 99% degli stati di questo pianeta) per ottenere l’ingresso in Italia nonostante il loro racconto sia del tutto incongruo e inverosimile.

Lo dimostra in modo molto chiaro la sentenza del Tribunale di Venezia del 4 aprile 2018. Il ricorso era di un cittadino della Guinea che aveva raccontato di «essere fuggito per il timore di essere arrestato dalla polizia a causa di alcuni scioperi organizzati durante la campagna elettorale e che avevano portato all’arresto di molti giovani del suo quartiere». La commissione prefettizia ha respinto la sua domanda di asilo politico, trovandola del tutto priva di fondamento. Ma anche il giudice di Venezia concorda: «Dal racconto fornito non è dato evincere alcuna prova della sussistenza di alcun tipo di persecuzione diretta a carico dell’opponente tale da riconoscere lo status di rifugiato scrive il magistrato -. Inoltre la narrazione è generica, il timore del richiedente privo di fondatezza». Insomma una montagna di frottole. Però, il ricorso viene accolto. Come è possibile? Lo spiega la sentenza: siccome «il rapporto di Human Rights evidenza una situazione in Guinea caratterizzata da restrizioni alla libertà di espressione e riunione pacifica», allora viene concesso il permesso di soggiorno per motivi umanitari al cittadino. Immaginiamo che effetto può avere questa notizia sui familiari e i conoscenti in patria: in Italia basta venire dalla Guinea per essere accolti. E i casi così sono dozzine.

Ecco un elenco delle ultime sentenze: «Riconoscimento della protezione umanitaria a cittadino senegalese poiché minorenne al momento della fuga e dell’attraversamento della Libia, perciò vulnerabile», «Riconoscimento della protezione umanitaria a cittadino senegalese poiché minorenne al momento della fuga e dell’attraversamento della Libia, perciò vulnerabile», «Riconoscimento della protezione umanitaria a cittadino senegalese poiché minorenne al momento della fuga e dell’attraversamento della Libia, perciò vulnerabile», «Riconoscimento della protezione umanitaria e cittadino senegalese in fuga dalla Libia a causa di una situazione di emergenza umanitaria presente in quest’ultima», «Riconoscimento dello status di rifugiato a cittadino nigeriano perseguitato da cultisti a causa di opinioni politiche».

Anche essere gay in un paese che discrimina gli omosessuali è già un motivo sufficiente per ottenere, se non l’asilo politico, la «protezione umanitaria». Già, ma come si fa verificare che l’immigrato è effettivamente gay? Bisogna fidarsi dei racconti. Al massimo si può chiedere una consulenza all’Arcigay, che darà il certificato di omosessualità al richiedente asilo. Non si possono fare troppe indagini, perché un richiedente asilo non può essere sottoposto a un test psicologico ai fini dell’accertamento del suo orientamento sessuale, l’effettuazione di un simile test costituisce, infatti, un’ingerenza sproporzionata nella vita privata del richiedente. Così ha stabilito la Corte di Giustizia Ue, sul caso di richiedente asilo proveniente dalla Nigeria. I giudici di Lussemburgo hanno così invitato gli Stati membri a tener contro conto del fatto che un test per «provare» l’omosessualità non è indispensabile per confermare o meno le dichiarazioni di chi richiede la protezione internazionale perché è il suo orientamento sessuale a metterlo a rischio.

Anche nel caso in cui il racconto dell’immigrato risulti contraddittorio e inverosimile e sia dunque respinto. Come nel caso di un ragazzo di Benin, Nigeria, che ha sostenuto di essere scappato perché in pericolo di vita in quanto omosessuale. La sua ricostruzione dei fatti è stata ritenuta non credibile dalla commissione territoriale, che ha respinto la richiesta di asilo politico. Anche il giudice che ha valutato il ricorso scrive che «le vicende narrate dal ricorrente appaiono affette da incoerenza interna, in svariati punti contraddittorie e complessivamente scarsamente credibili quanto alla ricostruzione degli specifici episodi denunciati». Poi però le valutazioni del presidente dell’Arcigay, chiamato a dare una consulenza sulla effettiva omosessualità del ventenne nigeriano, «inducono ad una diversa conclusione in ordine all’orientamento sessuale del ricorrente e quanto dal medesimo dichiarato circa la propria omosessualità non può che essere ritenuto credibile» scrive il giudice che alla fine concede la protezione umanitaria. E così per molti altri casi analoghi. Grazie agli avvocati che assistono gli immigrati, ai volontari delle Ong che li preparano, e all’Arcigay che testimonia per loro. Avanti, c’è posto per tutti in Italia.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/pollai-malocchio-e-paura-degli-zii-balle-dei-migranti-1560374.html

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