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Porci con le ali, 40 anni dopo

Articolo di Andrea Velardi (Messaggero 8.8.16)

“”Porci con ali è il più grande equivoco della storia del libro italiano. A quarant’anni dalla sua pubblicazione è forse il momento di tematizzarlo chiaramente e di sfatarlo. E non stiamo parlando della disputa attorno all’enorme successo e al valore letterario di questo romanzo pubblicato nel 1977 presso l’editore Savelli da Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, neuropsichiatra della scuola di Giovanni Bollea, morto precocemente nel 1989. Ma del contenuto del libro ora reso più esplicito e immediato dal graphic novel sceneggiato da Manfredi Giffone e illustrato da Fabrizio Longo e Alessandro Parodi. Rocco e Antonia, due studenti del liceo Mamiani, raccontano la loro iniziazione alla vita in un diario sessuo-politico a indicare che l’oggetto del libro è l’intreccio di pulsioni, speranze, e frustrazioni degli adolescenti in un’epoca in cui ogni dimensione dell’esistenza, perfino il sesso, era influenzata da una visione ideologica pervasiva, tanto liberante quanto asfissiante. Porci con le ali non era affatto un manifesto della liberazione sessuale, semmai di una sessualità libera dalle ipocrisie e dagli orpelli della società clerico-borghese ma anche e soprattutto della ideologia di sinistra, vogliosa di razionalizzare tutto perfino la musica pop, del femminismo troppo dissacrante e ostile, della destabilizzazione concettuale del ’68. Era la rappresentazione di quanto sia problematico e paradossale questo percorso e quanto resista sia a pregiudizi estrinseci, sia a schematizzazioni apriori soprattutto se relative ai generi e ai ruoli. Rocco e Anna si immergono nell’Atlantide sommersa, nell’Acheronte sigillato e occulto di memoria freudiana, con il peso delle loro fragilità di adolescenti, ma anche delle categorie imposte dall’esterno. Rocco deve lottare con il pregiudizio per cui la virilità coincide con una forma di violenza che il machismo esalta e che invece il femminismo colpevolizza e castra. Anna lotta con la necessità di dovere essere per forza trasgressiva nei costumi seguendo un modello di femminilità meccanico ed eterodiretto. Le vignette della graphic novel hanno il rischio di far soffermare il lettore sulla scabrosità delle immagini, di mettere ai margini il rovello del monologo interiore ridotto a didascalia. Ma l’intreccio delle immagini con la fedele e opportuna sceneggiatura di Giffone evitano questa deriva voyeuristica e ci fanno percepire con un effetto di immediatezza la innocenza e la fragilità di questi personaggi, di rivelare che la vera iniziazione, il vero romanzo di formazione di Rocco e Anna non è la morbosa adesione ai riti solipsistici e orgiastici della trasgressione, al fiume inarrestabile delle pulsioni, alla compulsività della masturbazione, ma la riappropriazione della propria identità attraverso il sesso inteso, come voleva Alberto Moravia, come potente mediatore di conoscenza e relazionalità, come riscoperta del proprio specifico di persone capaci di dialogare con la mascolinità e la femminilità in modo creativo e nuovo, verso la completa emancipazione e riscoperta di se stessi.””

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