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Mahatir Mohamad, il nuovo primo ministro della Malaysia, ha già mostrato di essere tornato in sella e di essere ancora, a 92 anni, il leader forte, che per 22 anni, dal 1981 al 2003, ha deciso le sorti della Malaysia. Mahatir è stato il primo ministro di più lungo corso nella storia del Paese, e oggi, torna al vertice del Paese del sud-est asiatico. L’ex uomo forte di Kuala Lumpur, è uscito vincitore, contro ogni pronostico, dalle elezioni generali che si sono tenute il 9 maggio. Il suo schieramento, il Pakatan Harapan (“Alleanza della Speranza”), ha ottenuto 115 dei 222 seggi del Dewan Rakyat, il parlamento di Kuala Lumpur, provocando un terremoto politico: per la prima volta in oltre sessanta anni, dal 1957, la Malaysia non è più retta da un esponente del Barisal Nasional (Fronte Nazionale) e dell’Umno, lo United Malays National Organization, il maggiore partito dello schieramento, da cui provengono tutti i sei primi ministri che fino a pochi giorni fa hanno guidato la Malaysia, compreso lo stesso Mahatir, che oggi decide le sorti dei suoi due ex delfini: Najib Razak, il primo ministro uscente, e Anwar Ibrahim, da anni all’opposizione, ma che in precedenza era stato il suo pupillo.

Cosa è successo il 9 maggio

A contribuire alla vittoria sono stati anche gli scandali in cui è stato coinvolto il primo ministro uscente negli anni in cui era al vertice del potere, Najib Razak, di cui lo stesso Mahatir è stato mentore politico a partire dagli anni Ottanta. Najib è finito nell’occhio del ciclone nel 2016 per le maxi-tangenti dell’affare 1Mdb, che prende il nome dal fondo di investimenti statali della Malaysia: un affare da 4,5 miliardi di dollari, 681 milioni dei quali Najib è stato accusato di intascarsi. Lo scandalo era stato definito, a dicembre scorso, “il peggio della cleptocrazia” dal procuratore generale degli Stati Uniti, Jeff Sessions. “Non cerchiamo vendetta”, ha detto Mahatir nella conferenza stampa dopo la vittoria elettorale. “Vogliamo solo ripristinare lo stato di diritto”.

Intanto, una delle sue prime mosse, confermata da lui stesso, è stata quella di impedire al suo predecessore e alla moglie, Rosmah Mansor, di lasciare il Paese: Najib aveva annunciato di volersi concedere un periodo di pausa per passare tempo con la famiglia, dopo la disfatta elettorale, ed era pronto per lasciare il Paese, assieme alla moglie, ma il dipartimento per l’Immigrazione gli ha vietato la possibilità di uscire il Paese. Najib e la moglie stavano per volare a Jakarta a bordo del loro jet privato. “Sono stato informato che il Dipartimento per l’Immigrazione della Malaysia non consente a me e alla mia famiglia di andare all’estero”, ha scritto Najib su Twitter. “Rispetto la direttiva e sarò con la famiglia nel Paese”.

Poche ore dopo, Najib ha dato anche le dimissioni dalla carica di presidente dell’Umno, il partito del quale fa parte dalla metà degli anni Settanta, prima che morisse il padre, Abdul Razak Hussein, che fu il secondo primo ministro della Malaysia. “Ho la responsabilità morale di ritirarmi”, ha detto. “Siamo tutti rattristati per quanto accaduto, ma come partito dai principi democratici, accettiamo la decisone del popolo”.

Ora riforme

Per il futuro, Mahatir ha parlato anche del ruolo di un altro suo delfino, Anwar Ibrahim, vice primo ministro negli anni Novanta, che lui stesso aveva affossato, all’epoca. Il mese prossimo, Anwar terminerà di scontare la seconda condanna per sodomia della sua carriera politica. Subito dopo la vittoria elettorale, Mahatir ha dichiarato di prevedere il pieno ritorno sulla scena politica dell’icona dell’opposizione, e ieri, ha aggiunto anche che il re, Muhammad V, è disponibile a concedere la grazia.

Una piena riabilitazione, insomma, per l’ex delfino, che Mahatir stesso fece affossare, quando Anwar era il suo vice primo ministro, a fine anni Novanta, con la prima accusa di sodomia, di cui ha dovuto rispondere davanti ai giudici. Anwar Ibrahim, ha dichiarato oggi sua figlia, Nurul Izzah, ai microfoni dell’emittente di Singapore Channel News Asia, verrà rilasciato martedì prossimo. Attualmente, Anwar si trova in ospedale per i postumi di un’operazione chirurgica: con il pieno perdono del re non dovrà attendere cinque anni, previsti dalla legge in Malaysia, prima di ricandidarsi per il parlamento. Sul fronte dell’economia, l’ex primo ministro ha guadagnato punti preziosi con la promessa di cancellare un tassa sui beni e sui servizi varata nel 2015, che colpiva soprattutto le fasce più basse dell’elettorato tradizionalmente vicino al Barisan Nasional, e che oggi lo ha scelto di nuovo alla guida della Malaysia, ma a capo di uno schieramento diverso.

L’ex leader autoritario promette riforme, che potrebbero scontentare qualcuno, e non solo all’interno del Paese. All’inizio della campagna elettorale, il mese scorso, una delle sue prime dichiarazioni fu di aperta critica alla potenza regionale, la Cina, e al suo ambizioso piano di connessione infrastrutturale euro-asiatico, la  “Belt and Road”, lanciata nel 2013 dal presidente cinese, Xi Jinping. “Non ci guadagniamo niente”, aveva detto, e gli investimenti cinesi “non sono i benvenuti”. Poco dopo la vittoria elettorale, da navigato uomo politico, ha parzialmente aggiustato il tiro, per non indispettire Pechino, limitandosi a dire che non vuole le navi da guerra cinesi nelle acque che bagnano la Malaysia, “perché una nave da guerra ne chiama altre”.

Eppure la Malaysia è uno dei Paesi che ha maggiormente beneficiato degli investimenti provenienti dalla Cina: tra il 2012 e il 2016, gli investimenti cinesi nel solo segmento del real estate sono stati pari a 2,37 miliardi di dollari, al terzo posto tra i Paesi membri della Belt and Road, e senza contare quelli effettuati in altri campi: dall’energia al manifatturiero, fino alla logistica e all’e-commerce. Per prima cosa, però, verrà il futuro della Malaysia. “Abbiamo bisogno di questo governo oggi, senza ritardi”, ha dichiarato Mahatir in conferenza stampa, prima di prestare giuramento davanti al re e insediarsi ufficialmente come settimo primo ministro nella storia del Paese. “Conoscete il caos in cui il Paese si trova, e abbiamo bisogno di occuparci di questo caos il prima possibile, il che significa oggi”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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