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Prendersi cura della persona o della malattia? I limiti del paradigma biomedico

“Nel processo della riduzione dell’infermità alla malattia, l’attenzione dei medici si è allontanata dal paziente come persona totale” F. Capra.
Prendersi cura della persona o della malattia? Può sembrare una domanda banale, ovvia. Al contrario, questa domanda apre uno squarcio nell’attuale concezione biomedica della salute e della malattia, visione alla base del sistema sanitario di ogni paese: un sistema di cura scientifico, iper-specializzato e iper-tecnico, ma frammentato e metodologicamente incapace di arrivare ad una visione di insieme che metta realmente a fuoco le condizioni pratiche, effettive, in cui vivono e si ammalano le persone, condizioni che co-determinano la comparsa e lo sviluppo di malattie e disturbi.

La frammentazione dei saperi e delle pratiche a cui invetabilemente porta una cultura eccessivamente  tecnica della malattia, a cui manca una visione complessiva della situazione della persona, si riflette in un sistema di cura e assistenza inefficiente e caotico, enorme erogatore di prestazioni iper-specialistiche, in cui il paziente è passivo di fronte alla propria salute e alla propria cura, perché nessuno si preoccupa di indagare sulle vere origini di quel malessere, ossia le condizioni storico-esistenziali in cui la malattia si manifesta e sulle quali la persona può fare molto.

I protocolli di cura centrati esclusivamente sulla cura dei sintomi e dello specifico organo, non tenendo conto dei fattori che scatenano i processi biologici sotto esame, innestano circoli viziosi che spesso rendono cronici i problemi di salute, perché i sintomi non vengono visti all’interno del contesto in si generano, ma vengono ‘eliminati’ come semplici ‘malfunzionamenti’ che non ci dicono niente sulla vita della persona di cui ci si sta prendendo cura. Il paradigma biomedico si ‘sostituisce’ alla persona, la domina concettualmente in un’impostazione che vede nella sua soggettività un’interferenza alla verità biologica, oggettiva, che solo il medico può vedere. Tuttavia, senza il ruolo attivo e consapevole del paziente, la salute diviene un miraggio. Prendiamo a prestito le parole di F. Capra:

Il problema concettuale che è al centro delle cure mediche contemporanee è la definizione biomedica di malattia, secondo cui le malattia sarebbero entità ben definite che implicano mutamenti strutturali al livello cellulare e che hanno radici causali uniche. Il modello biomedico ammette vari tipi di fattori causali, ma i ricercatori tendono ad aderire alla dottrina “una malattia, una causa“.

La teoria dei germi come agenti patogeni fu il primo esempio di meccanismo causale specifico. I batteri e, in seguito, i virus, furono ritenuti la causa praticamente di tutte le malattie di origine sconosciuta. Poi la nascita della biologia molecolare apportò il concetto di singola lesione, concetto comprendente anche le anomalie genetiche; e più recentemente si è cominciato a sottoporre a studio anche cause ambientali di malattia.

In tutti questi casi gli scienziati medici hanno tentato di conseguire tre obiettivi: una precisa definizione della malattia in studio; l’identificazione della sua causa specifica; e lo sviluppo di un trattamento appropriato – di solito qualche manipolazione tecnica – mirante a eliminare la radice causale della malattia.

La teoria del meccanismo patogeno specifico ha avuto successo in alcuni casi precisi, come processi infettivi acuti e carenze alimentari, ma la stragrande maggioranza delle malattie non possono essere intese nei termini dei concetti riduzionistici di entità morbose ben definite e di cause singole.

L’errore principale dell’approccio biomedico consiste nella confusione fra processi patologici  e origini di malattie. Anziché chiedersi perché si verifica una malattia, e tentare di rimuovere le condizioni che conducono ad essa, i ricercatori medici tentano di capire i meccanismi biologici attraverso i quali la malattia opera, in modo da poter interferire con essi. […]

Questi meccanismi, anziché le vere origini, sono considerati le cause di malattia nel pensiero medico corrente, e questa confusione è alla radice stessa dei problemi concettuali della medicina contemporanea.

Come ha sottolineato Thomas McKeown: “Si dovrebbe riconoscere che la questione più fondamentale in medicina è perché si sviluppa la malattia piuttosto che come opera dopo essersi sviluppata; in altri termini, l’esame delle origini della malattia dovrebbe avere la precedenza su quello della natura del processo morboso.

In altre parole, il ricercatore, biologo, ricerca i processi patologici sottostanti alla depressione e osserva come il farmaco ‘opera’ sulla malattia già in atto interagendo su questi processi: non cerca l’origine ‘complessa’ della depressione rintracciabile in una storia di vita, in una ‘singolare’ condizione di vita. Di conseguenza, se vado dal medico per l’ansia che si è scatenata dopo aver perso il lavoro, il medico mi da l’ansiolitico, non mi aiuta concretamente a ritrovare lavoro o senso e direzione ad una situazione di vita difficile. Il paradigma biomedico non si fa carico della persona, ma agisce ‘oltre’ di essa, sul substrato biologico, spesso ignorando le complesse interazioni tra esperienza e organismo. La relazione di aiuto è quindi asimmetrica, portando al cosiddetto ‘ascolto del farmaco’ e non della persona: a livello di sistema socio-sanitario, questo comporta diversi problemi, perché gli interventi di cura in situazioni complesse, non possono mai essere risolutivi, ossia creare condizioni di vita migliori e più stabili. Ci si concentra sul ‘silenziare’ i sintomi al di sopra, ‘oltre’, a volte ‘contro’ le origini della situazione morbosa, e l’esperienza soggettiva viene ignorata per motivi epistemologici e metodologici.

Al contrario, in un approccio clinico centrato sulla persona:

“Le origini della malattia saranno trovate in generale in vari fattori causali il cui concorso provocherà necessariamente il cattivo stato di salute. I loro effetti differiranno inoltre profondamente da una persona all’altra, dipendendo dalle reazioni emotive dell’individuo a situazioni stressanti e all’ambiente sociale in cui queste situazioni si verificano.

Un buon esempio è il comune raffreddore. Esso può svilupparsi solo se una persona è esposta a uno di vari virus, ma non tutti coloro che sono esposti a tali virus lo contrarranno. L’esposizione darà origine al malessere solo quando l’individuo esposto si trova in uno stato ricettivo, e ciò dipenderà dalle condizioni metereologiche, dallo stato di affaticamento, di stress, e da una quantità di altre circostanze che influiscono sulla resistenza di una persona a un’infezione.

Per comprendere perché una particolare persona sviluppi un raffreddore è necessario stimare molti di questi fattori e valutarli l’uno rispetto all’altro. Solo allora si potrà risolvere il ‘rompicapo del comune raffreddore’“.

Tratto da Il punto di svolta, F. Capra, Feltrinelli Editore Milano

E se tale approccio è valido per un raffreddore, pensate per tutte le situazioni complesse quali le condizioni psicopatologiche, la tossicodipendenza, le malattie croniche, ecc.

C’è una grande differenza, da un punto di vista clinico, tra un approccio diagnostico oggettivo, basato su i test, e un colloquio in cui si raccoglie l’esperienza diretta di malattia, comprendendo il contesto esistenziale della persona ed il particolare momento di vita in cui la malattia è comparsa raccogliendo informazioni essenziali sulle condizioni concrete in cui si è sviluppata. Tali informazioni, in vari modi, hanno grosse implicazioni per la diagnosi, la prognosi e il trattamento e modificano la traiettoria di un percorso di cura.

E’ proprio nell’esperienza in prima persona dei pazienti che si possono rintracciare le condizioni bio-psico-sociali in cui si determinano molte malattie e disturbi, condizioni che convergono nei ‘fatti e monumenti’ di una vita che se non viene ascoltata, se non si comprende ‘chi’ vive quella malattia, rende la condizione patologica ancora più complessa ed enigmatica, perché manca una parte essenziale della storia clinica, parte che fornisce informazioni fondamentali per progettare un percorso di cura sensato per la persona.

Soprattutto, indagare sulle ‘origini’ storiche delle malattie, fornisce elementi necessari per strutturare politiche di prevenzione realmente efficaci: la conoscenza bio-medica specialistica, da sola, offre un orizzonte di senso troppo limitato. Le informazioni biologiche acquistano ben tutt’altro spessore all’interno di una comprensione complessiva della vita vissuta dal paziente.

Perché la salute non va intesa come semplice assenza di malattia, ma piuttosto come “Stato di completo Benessere Fisico, Psichico e Sociale” (OMS, 1986).

Nel corso del ‘900, i due approcci, biomedico/riduzionista (centrato sulla malattia) e umanistico/fenomenologico, si sono scontrati duramente: tuttavia, riteniamo che alla luce delle innumerevoli scoperte scientifiche degli ultimi decenni e degli enormi sviluppi e conquiste in ambito filosofico ed ermeneutico, si possa giungere ad una conciliazione delle due prospettive, che consenta un dialogo proficuo nell’ambito della cura e dell’assistenza delle persone con i problemi sanitari e sociali più comuni.

Il Postrazionalista si pone l’obiettivo di divulgare e sviluppare tale prospettiva integrata al fine di superare gli ‘errori del senso comune’, dare nuovi impulsi alla ricerca scientifica, mettere in dubbio in modo razionale antiche, e inefficaci, certezze.

Perché, tornado all’esempio di qui sopra, il problema non è di per sé prendere l’ansiolitico: il problema è se l’ansiolitico diviene l’unica possibilità per affrontare il problema, l’unico ‘vero’ orizzonte di cura.

Prendersi cura della persona o della malattia? I limiti del paradigma biomedico

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