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Presentato l’Instrumentum laboris. Dibattito aperto solo sui divorziati risposati

Presentato l’Instrumentum laboris. Dibattito aperto solo sui divorziati risposati
Luca Kocci 26/06/2015 – 

Tratto da: Adista Notizie n° 24 del 04/07/2015
CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Dibattito aperto sui divorziati risposati, spazio alle interpretazioni sulla contraccezione, chiusura su tutto il resto: convivenze, unioni civili, coppie omosessuali, aborto.

È quello che emerge dall’Instrumentum laboris, per la fase finale del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, in programma ad ottobre, presentato lo scorso 23 giugno in Vaticano dal card. Lorenzo Baldisseri (segretario generale del Sinodo), dal card. Péter Erdo (arcivescovo di Esztergom-Budapest, relatore generale dell’Assemblea ordinaria del Sinodo) e da mons. Bruno Forte (arcivescovo di Chieti-Vasto, segretario speciale dell’Assemblea ordinaria del Sinodo).

Naturalmente tutto è aperto. L’Instrumentum laboris è la “traccia di lavoro”, non la conclusione del Sinodo. Tuttavia alcune questioni sembrano apparentemente già definite, quindi pare difficile che possa riaprirsi la discussione, sebbene il documento, in alcuni punti, risulti piuttosto ambiguo. Come del resto era prevedibile, perché l’Instrumentum laboris è il frutto e la sintesi delle risposte al questionario preparatorio da parte dei fedeli di tutto il mondo (sono arrivate 99 risposte da parte di Sinodi delle Chiese orientali cattoliche, Conferenze episcopali, Dicasteri della Curia romana e Congregazioni religiose, più 359 direttamente da parrocchie, associazioni ecclesiali, gruppi spontanei di fedeli e singoli credenti, precisa Baldisseri), i quali evidentemente non la pensano allo stesso modo. E anche perché, come del resto era già emerso durante l’Assemblea straordinaria di ottobre 2014, ad essere divisi sono gli stessi vescovi.

Il magistero da una parte, i fedeli dall’altra

La prima parte dell’Instrumentum laboris – che è composto dalla Relazione finale del Sinodo di ottobre 2014 e da una serie di nuovi paragrafi elaborati e aggiunti dopo il nuovo questionario – fotografa la situazione esistente, confermando che fra magistero e comportamenti dei credenti le distanze sono enormi. «Solo una minoranza vive, sostiene e propone l’insegnamento della Chiesa cattolica sul matrimonio e la famiglia», si legge nell’Instrumentum. «I matrimoni, religiosi e no, diminuiscono», separazioni e divorzi sono «in crescita», la «società dei consumi ha separato sessualità e procreazione».

Le cause di questa situazioni sono sia «culturali» che «sociali»: l’«esasperata cultura individualistica del possesso e del godimento»; un certo «femminismo che ritiene la maternità un pretesto per lo sfruttamento della donna e un ostacolo alla sua piena realizzazione»; «le teorie secondo le quali l’identità personale e l’intimità affettiva devono affermarsi in una dimensione radicalmente svincolata dalla diversità biologica fra maschio e femmina» (la cosiddetta “teoria del gender”); i tentativi di riconoscere ad «una coppia istituita indipendentemente dalla differenza sessuale la stessa titolarità della relazione matrimoniale» (i matrimoni gay); ma anche guerre, migrazioni, «politiche economiche sconsiderate», politiche sociali poco attente alla famiglia («accresciuti oneri del mantenimento dei figli», «aggravamento dei compiti sussidiari della cura sociale dei malati e degli anziani»), la crisi economica che genera «salari insufficienti, disoccupazione, insicurezza economica, mancanza di un lavoro dignitoso e di sicurezza sul posto di lavoro, traffico di persone e schiavitù».

Famiglia: fragile e forte

Nonostante questa situazione di «fragilità», afferma il documento, la famiglia conserva intatta la propria «forza», resta «il pilastro fondamentale e irrinunciabile del vivere sociale» e il progetto di Dio per gli essere umani. Proprio per questo va sostenuta, anche rispetto a quelle situazioni particolari, di cui la famiglia si fa carico: la presenza di persone anziane e malate (talvolta in fase terminale) e di persone disabili, la «vedovanza».

Un’attenzione particolare è dedicata al «ruolo delle donne», contraddicendo parzialmente l’iniziale attacco al «femminismo», identificato fra le cause della crisi. «Nei Paesi occidentali – si legge – l’emancipazione femminile richiede un ripensamento dei compiti dei coniugi nella loro reciprocità e nella comune responsabilità verso la vita familiare. Nei Paesi in via di sviluppo, allo sfruttamento e alla violenza esercitati sul corpo delle donne e alla fatica imposta loro anche durante la gravidanza, spesso si aggiungono aborti e sterilizzazioni forzate, nonché le conseguenze estremamente negative di pratiche collegate con la procreazione (ad esempio, affitto dell’utero o mercato dei gameti embrionali). Nei Paesi avanzati, il desiderio del figlio “ad ogni costo” non ha portato a relazioni familiari più felici e solide, ma in molti casi ha aggravato di fatto la diseguaglianza fra donne e uomini. La sterilità della donna rappresenta, secondo i pregiudizi presenti in diverse culture, una condizione socialmente discriminante». La Chiesa potrebbe svolgere una funzione positiva, perché «può contribuire al riconoscimento del ruolo determinante delle donne» con «una maggiore valorizzazione della loro responsabilità nella Chiesa: il loro intervento nei processi decisionali; la loro partecipazione, non solo formale, al governo di alcune istituzioni; il loro coinvolgimento nella formazione dei ministri ordinati». Tuttavia non si capisce, a questo punto, come mai il cammino della Chiesa in questa direzione sia piuttosto rallentato, se non fermo.

Matrimonio indissolubile e procreativo

L’annuncio e la pastorale della Chiesa per la famiglia devono pertanto muoversi lungo i binari tradizionali: matrimonio «naturale» fra un uomo e una donna, «indissolubile» e «procreativo». Aggiornando il linguaggio perché sia «in grado di raggiungere tutti» (e l’Instrumentum laboris insiste molto sulla formazione dei preti, dei religiosi e delle famiglie stesse, che vanno maggiormente coinvolte e responsabilizzate nei compiti pastorali, anche per contrastare quei «progetti formativi imposti dall’autorità pubblica che presentano contenuti in contrasto con la visione propriamente umana e cristiana», nei confronti dei quali va «affermato con decisione il diritto all’obiezione di coscienza da parte degli educatori»). E partendo «dalle situazioni concrete delle famiglie di oggi», perché sia un annuncio «che dia speranza e che non schiacci».

Un’unica famiglia

Ma l’impressione che si ricava dall’Instrumentum laboris è che la «pluralità delle situazioni concrete» di cui «gli agenti pastorali dovranno tener conto» vadano ricondotte all’unità già codificata dal magistero.

Convivenze e matrimoni civili vanno orientati verso il matrimonio religioso («attraverso la dinamica pastorale delle relazioni personali è possibile dare concretezza ad una sana pedagogia che, animata dalla grazia e in modo rispettoso, favorisca l’apertura graduale delle menti e dei cuori alla pienezza del piano di Dio»).

Le coppie omosessuali, come del resto già avvenuto nella Relazione finale dell’Assemblea sinodale di ottobre 2014 (piuttosto arretrata rispetto alla Relatio post disceptationem di metà assemblea), semplicemente non esistono: «Si ribadisce – si legge – che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con sensibilità e delicatezza, sia nella Chiesa che nella società. Sarebbe auspicabile che i progetti pastorali diocesani riservassero una specifica attenzione all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale e di queste stesse persone». Nessun cenno alle coppie omosessuali: esistono nella società, non per la Chiesa. Ovviamente l’adozione e l’educazione di un figlio «deve basarsi sulla differenza sessuale, così come la procreazione». Niente adozione per coppie gay, quindi, ma nemmeno per i single. Il card. Erdo, in conferenza stampa, è ancora più chiaro: «Attenzione pastorale verso le persone omosessuali e riconoscimento del matrimonio gay sono due cose nettamente diverse».

E ovviamente viene ribadita la condanna per aborto ed eutanasia. «La Chiesa anzitutto afferma il carattere sacro e inviolabile della vita umana e si impegna concretamente a favore di essa. Grazie alle sue istituzioni, offre consulenza alle gestanti, sostiene le ragazze-madri, assiste i bambini abbandonati, è vicina a coloro che hanno sofferto l’aborto. A coloro che operano nelle strutture sanitarie si rammenta l’obbligo morale dell’obiezione di coscienza. Allo stesso modo, la Chiesa non solo sente l’urgenza di affermare il diritto alla morte naturale, evitando l’accanimento terapeutico e l’eutanasia, ma si prende anche cura degli anziani, protegge le persone con disabilità, assiste i malati terminali, conforta i morenti».

Ambiguità e spiragli

Sulla contraccezione, la formulazione è ambigua. È confermata «la ricchezza di sapienza» dell’Humanae Vitae (l’enciclica di Paolo VI che condanna la contraccezione), ma c’è un richiamo al «ruolo della coscienza» – quando «la norma morale viene avvertita come un peso insopportabile, non rispondente alle esigenze e alle possibilità della persona» – che apre la strada ad interpretazioni diverse: «La coniugazione dei due aspetti, vissuta con l’accompagnamento di una guida spirituale competente – si legge –, potrà aiutare i coniugi a fare scelte pienamente umanizzanti e conformi alla volontà del Signore».

Anche sulla situazione dei divorziati risposati, il documento lascia aperte una serie di possibilità, alcune molto distanti fra loro, su cui l’Assemblea di ottobre dovrà esprimersi. Nell’Instrumentum laboris si propone di «ripensare le forme di esclusione attualmente praticate nel campo liturgico-pastorale» – quindi l’esclusione dai sacramenti – e «di riflettere sulla opportunità di far cadere queste esclusioni», tenendo sempre presente il principio di «gradualità». La via maestra resta quello dello «snellimento delle procedure» per «il riconoscimento dei casi di nullità matrimoniale», una soluzione che consentirebbe di aprire le porte salvando la dottrina. Ma vi sono anche altre strade percorribili, sebbene alcune piuttosto divergenti. «C’è un comune accordo – si legge – sulla ipotesi di un itinerario di riconciliazione o via penitenziale, sotto l’autorità del vescovo, per i fedeli divorziati risposati civilmente, che si trovano in situazione di convivenza irreversibile […]. Si suggerisce un percorso di presa di coscienza del fallimento e delle ferite da esso prodotte, con pentimento, verifica dell’eventuale nullità del matrimonio, impegno alla comunione spirituale e decisione di vivere in continenza. Altri, per via penitenziale intendono un processo di chiarificazione e di nuovo orientamento, dopo il fallimento vissuto, accompagnato da un presbitero a ciò deputato. Questo processo dovrebbe condurre l’interessato a un giudizio onesto sulla propria condizione, in cui anche lo stesso presbitero possa maturare una sua valutazione per poter far uso della potestà di legare e di sciogliere in modo adeguato alla situazione». Viene richiamata anche la prassi delle Chiese ortodosse di benedire una seconda unione dopo un periodo di penitenza.

«L’integrazione piena dei divorziati risposati è la meta», spiega mons. Bruno Forte durante la conferenza stampa. «In alcune situazioni si potrà arrivare alla comunione? Su questo il Sinodo dovrà rispondere». E si vedrà più chiaramente quale direzione prenderà la Chiesa di papa Francesco.

* Immagine di Jake Stimpson, tratta dal sito Flickr, licenzaimmagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

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