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Pressing sui Paesi del Golfo, "perche' non aprono le frontiere?"

(AGI) – Amman, 7 set. – Nei giorni in cui migliaia di profughi mettono a rischio la loro vita per raggiungere l’Europa, ci si interroga sul perche’ i ricchi Stati del Golfo ne abbiano accettati cosi’ pochi: alla fine di agosto, i rifugiati siriani erano 4 milioni, ma pochissimi erano quelli entrati nei sei Paesi che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo. Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno donato miliardi per aiutare i rifugiati, ma sono sempre piu’ sotto pressione per l’apparente indisponibilita’ ad accettarne sul proprio territorio. Perche’, si chiedono in molti, mentre e’ in atto la piu’ imponente migrazione dei tempi moderni, i Paesi arabi ‘cugini’, con gli stessi valori culturali e religiosi e una relativa vicinanza rispetto all’Europa, fanno cosi’ poco per aiutare a ricollocare le persone? La critica non serpeggia solo in Occidente, ma anche all’interno della regione stessa: nei giorni scorsi, gli utenti dei social media nel Golfo, hanno utilizzati diversi hashtag (per esempio, #Welcoming_Syria’s_refugees_is_a_Gulf_duty” , accogliere i rifugiati siriani e’ un dovere del Golfo) per esprimere il proprio dissenso. “Tragicamente i ricchi Paesi del Golfo non hanno ancora detto una parola sulla crisi, e tanto meno hanno prodotto una strategia per aiutare i migranti, che sono nella stragrande maggioranza musulmani”, ha scritto in un recente editoriale il quotidiano del Qatar, Gulf Times. Sultan Al Qassemi, un noto blogger emiratino, ha osservato che e’ giunto il momento perche’ i Paesi del Golfo facciano “passi morali, etici e responsabili” per cambiare la loro politica ed accettare i migranti. Persino il padre del piccolo Aylan, il bimbo siriano il cui corpo e’ stato ritrovato su una spiaggia in Turchia, al funerale della moglie e dei figli ha detto che “i governi arabi ed europei” dovrebbero “”guardare all’accaduto e aiutare la gente”. Eppure gli analisti fanno notare che e’ improbabile un cambio di atteggiamento considerato che nessuno dei Paesi del Golfo ha firmato la Convenzione Onu per r i Rifugiati, che delinea il trattamento e i diritti per coloro che fuggono da un Paese. “Non vedo nessuno in grado di fare come David Cameron, che ha cambiato atteggiamento in 36 ore”, osserva Michael Stephens, studioso di Medio Oriente. “La stragrande maggioranza dei cittadini del Golfo ritiene che i loro governi abbiano fatto in Siria la cosa giusta”. Le nazioni del Golfo, che forniscono notevole assistenza finanziaria ai rifugiati in Libano, Giordania e Turchia, sono stati tra gli oppositori piu’ accesi del regime di Bashar al-Assad, e sostengono i ribelli sunniti contro il regime. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha fornito armi e funanziamenti ai ribelli che stanno combattendo Assad, facendo sorgere il sospetto che stanno sostenendo anche gli estremisti dell’Isis. Ma quando si tratta di rifugiati, le preoccupazioni interne diventano preminenti, anche se i rifugiati sono in gran parte musulmani sunniti proprio come la stragrande maggioranza degli abitanti del Golfo. I Paesi piu’ piccoli, come gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, dove milioni di lavoratori stranieri gia’ sopravanzano i cittadini locali, temono di essere soffocati dai rifugiati. E i Paesi piu’ grandi, come l’Arabia Saudita, sono invece frenati dalle preoccupazioni per la sicurezza, considerato che sono gia’ stati teatro di attentato da parte dei jihadisti dell’Isis attivi in Siria ed Iraq e che un afflusso enorme di profughi potrebbe destabilizzare l’assetto interna. Una mossa che potrebbe aiutare le persone in fuga e placare le critiche sarebbe di offrire l’ingresso ai familiari delle centinaia di migliaia di siriani che gia’ vivono tra i milioni di stranieri nei Paesi del Golfo. (AGI) .
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