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Prove storiche contro l’esistenza di Cristo

Non solo l’istoria ignora Cristo; non solo è dimostrato che gli autori profani, i quali avrebbero parlato di Gesù, furono in ciò falsificati, ma esistono altresì delle prove storiche ch’egli non è mai esistito, malgrado la difficoltà d’istituire delle prove negative.

Chiamiamo storiche queste prove perché entrano nella categoria dei fatti certi, positivi ed acquisiti o, in altri termini, perché sono testimonianze concrete e valide di scrittori e di determinate scuole, mentre altre prove del medesimo fatto possono venire e verranno addotte, ma che, siccome lo dedurremo dall’esegesi biblica e dalla mitologia comparata, non hanno il medesimo valore diretto e storico, pure avendone uno grandissimo per il motivo che emanano dagli stessi documenti della fede cristiana e dalla storia delle umane credenze.

Il Ganeval ha già accumulato buon numero di queste prove, nell’opera già citata, lavoro caldo di convinzione e serio di proposito, il quale avrebbe meritato miglior fortuna, malgrado le sue ripetizioni, dipendenti dalla mancanza di sistemazione, e malgrado l’unilateralità della sua tesi, che vede in Cristo una trasformazione pura e semplice di Serapide; tesi la quale potrà anche essere giusta, ma che, nell’assenza di documenti sufficienti, non può venire data come certa, ma soltanto come probabile,molto probabile, anzi, perché, di tutti gli Dei solari, Serapide è certo il più vicino a Cristo. Solo che il Ganeval, a parer nostro, non ha allargato abbastanza questa tesi, introducendovi gli elementi analoghi delle mitologie degli altri popoli orientali: nel qual caso avrebbe visto che, malgrado certe espressioni simboliche riferentisi all’atto generativo, Cristo, come Serapide, non è tanto l’incarnazione allegorica del Phallus, quanto e meglio del Sole. Ma ciò che egli non fece, altri potranno fare. Ed intanto gli va resa questa doverosa giustizia di aver visto la verità sulla favola di Cristo anche attraverso la storia, mentre prima di lui, per quel che noi sappiamo, la tesi della non esistenza umana di Cristo non fu trattata che dal punto di vista della mitologia comparata, da Dupuis e da Volney ai più recenti lavori che accennano a riprendere e a dimostrare definitivamente questa verità.

Le prove storiche che si hanno contro la esistenza di Cristo provengono da ebrei e da pagani, non solo, ma anche e più dai cristiani primitivi, anzi persino da alcuni Padri della Chiesa. Parrà strano, ma lo si vedrà tosto.

L’ebreo alessandrino Filone, del quale ci siamo già occupati, nel suo libro sui Terapeuti ci fa sapere che questi, i quali vivevano da veri cristiani, abbandonando beni e famiglia per darsi all’ascetismo, avevano dei libri religiosi e seguivano le massime dei loro Padri.

Ed Eusebio (lib. II, Historia ecc., c. X e XVII) conferma che i libri di cui parla Filone erano il Vangelo e gli scritti degli Apostoli e dichiara che i Terapeuti, di cui parla Filone, sono i solitari cristani22.

La conclusione che scaturisce da questi documenti è delle più importanti: quella, cioè, che il cristianesimo è di molto anteriore a Filone.

Ora, se esistevano già prima di Filone il Vangelo e gli scritti degli Apostoli, e se Filone viveva già da 25 a 30 anni allorché sarebbe nato Cristo, chi non vede che l’esistenza dei cristiani è anteriore a Cristo stesso?

Il che, del resto, ci viene confermato dalla circostanza delle espulsioni da Roma dei giudei e degli egiziani formanti una sola e medesima superstizione (cristiani) come dice Tacito; perché esse ebbero luogo due volte già sotto Augusto, la terza sotto Tiberio, l’anno 19 dell’êra moderna. Queste espulsioni smentiscono implicitamente l’esistenza di Gesù, come quelle le quali ebbero luogo prima ancora che si parlasse del nome cristiano, mentre si riferivano già evidentemente alla superstizione giudaico-egiziana che, come sarà stabilito, è una cosa sola col cristianesimo, nato dalla fusione del giuda ismo con l’orientalismo egiziano, pronubo il neoplatonismo alessandrino23.

Un altro Padre della Chiesa viene ad avvalorare quanto dicono Filone ed Eusebio. Egli è sant’Epifane, il quale dichiara che i Terapeuti d’Egitto viventi attorno al lago Mareotide, dei quali parla Filone, e che hanno il loro Vangelo e i loro Apostoli, sono i cristiani24.

Onde appare che Filone ha parlato dei cristiani, dicendoli molto anteriori a lui e attribuendo loro un vangelo e degli apostoli.

Ciò esclude assolutamente l’esistenza di Gesù, perché Gesù sarebbe nato quando Filone aveva già da 25 a 30 anni, e perché Filone non avrebbe potuto non nominarlo, dal momento che si occupava dei cristiani. D’altra parte si sa che i Vangeli attuali non apparvero che molto tempo dopo Gesù; di guisa che non è ad essi che può aver alluso Filone parlando dei libri (o Vangeli secondo Eusebio) dei Terapeuti (o cristiani secondo sant’Epifane).

Ma Filone è teste ancor più formidabile contro l’esistenza di Gesù per un altro motivo: che egli stesso, Filone, contribuì grandemente a formare il cristianesimo25.

Fozio pensa che venga da lui il linguaggio allegorico della scrittura (p. 278, in Ganeval, c. II).

Ben più: Filone aveva scritto un trattato, un vero Vangelo sul Dio Buono (Serapide) – libro andato distrutto – le allegorie del quale dovevano essere tanto simiglianti a quelle dei Vangeli, poscia destinati a Gesù, che un falsificatore cristiano non si peritò di far dire ad Origene che, nel suo Vangelo sul Dio Buono, Filone aveva parlato anche di Gesù senza scrivere questo nome26.

Ora, se questo Vangelo di Filone sul dio Serapide, Vangelo di più d’un secolo perlomeno anteriore a quelli cristiani, era siffattamente simigliante a quelli che poi furono i Vangeli cristiani da lasciar dubitare o da rendere possibile che si tentasse di far credere che egli avesse, parlando di Serapide, il Dio morto e risuscitato dell’Egitto, voluto parlare di Gesù (però anche il falsificatore dice: senza nominarlo!… notisi bene), ognun vede che Filone fu uno dei fondatori di quello che poscia fu il cristianesimo, che scrisse un Vangelo il quale avrebbe potuto essere attribuito a Gesù, e che ciononpertanto non conosce e non nomina Gesù.

In queste circostanze, il silenzio di Filone su Gesù travalica i limiti del comune, e non solo prova che Gesù non è mai esistito, ma autorizza e legittima l’ipotesi – che del resto nel processo di questo lavoro verrà suffragata da altre prove27 – che Filone sia stato il principale fondatore del cristianesimo. I suoi copiatori non avrebbero avuto che la pena di introdurre il nome di Gesù al posto di Serapide, il Dio Buono degli Egiziani, il Dio morto e risuscitato come Gesù28…

In ogni modo rimane acquisito che Filone scrisse sul dio Serapide un Vangelo, Protevangelo che avrebbe potuto applicarsi anche a Gesù e dal quale, secondo Fozio, derivarono i Vangeli posteriori; che Filone descrisse i Terapeuti come a lui di molto anteriori, ed aventi già prima di lui i loro Vangeli e i loro apostoli, e che questi Terapeuti erano, secondo Eusebio e sant’Epifane, i cristiani primitivi, i quali esistevano quindi molto tempo prima di Gesù, e per conseguenza che Gesù non è mai esistito.

Lasciamo ora le molteplici prove forniteci da Filone29, e veniamo a quelle di due cristiani autentici, riconosciuti e qualificati: san Clemente Alessandrino ed Origine, suo discepolo, la testimonianza dei quali è altrettanto più concludente in proposito in quanto essi hanno contribuito largamente alla propagazione del cristianesimo.

Orbene: san Clemente Alessandrino ed Origene, quest’ultimo morto nel 254, negano l’incarnazione, e conseguentemente l’esistenza di Gesù!

Ciò risulta dall’analisi del patriarca Fozio, il quale, parlando del libro delle Dispute di san Clemente, afferma che in questo libro san Clemente aveva detto che il Logos (il Verbo) non si è mai incarnato (p. 286, in Ganeval, c. II e III); e parlando dei quattro libri sui Principii di Origene, ci fa sapere che Origene parlava sul Cresto – come egli lo chiamava – secondo la favola, e che, quanto all’incarnazione del Salvatore, egli opinava che lo stesso Spirito (soffio) era in Mosè, negli altri profeti e negli apostoli; onde, ben a ragione, Fozio se ne scandalizza e dichiara che in questo libro Origene scrisse molte bestemmie30.

A noi basta ed importa solo di rilevare che il modo onde san Clemente ed Origene parlano del Verbo, del Cresto, del Salvatore, esclude assolutamente l’esistenza di Gesù, perché essi non ne avrebbero potuto parlare in tal modo se Gesù fosse stato un uomo.

Va da sé che questi libri furono distrutti.

Il Ganeval cita ancora le testimonianze di sant’Ireneo, di Papia e di san Giustino, il primo dei quali afferma che il Dio cristiano non è né uomo né donna; il secondo cita dei brani di un Vangelo antico, che è quello egiziano; ed il terzo, parlando del Logos (Cristo), afferma che è una emanazione di Dio, che avviene come la proiezione dei raggi del sole: opinioni tutte le quali stanno contro l’esistenza materiale di Cristo.

E, notisi, trattasi di santi e di teologi punto sospetti di avversione al cristianesimo, del quale anzi furono i primi più autorevoli propagatori.

Il Ganeval cita ancora, col suffragio di Fozio, le opinioni di Eunomio, Agapio, Carino, Eulogio, e d’altri cristiani primitivi, i quali hanno del Cresto un’opinione che esclude la sua esistenza materiale corporea.

E ricorda il giudizio di sant’Epifane circa le prime e più antiche sètte ereticali dei Marcioniti, dei Valentiniani, dei Gnostici, dei Simoniani, dei Saturniliani, dei Basilidiani, dei Nicolaiti ed altre: per le quali, secondo sant’Epifane, il Dio Redentore dei cristiani è Oro, il figlio della Trinità egiziana, divenuto poi Serapide.

A queste sètte, citate dal Ganeval, le quali negavano che il Verbo si fosse fatto carne, va aggiunta e segnalata specialmente quella dei Doceti, negatori della realtà di Cristo, per confutare i quali, secondo il Salvador31, il quarto Vangelo mette in rilievo il colpo di lancia che fa uscire acqua e sangue dal corpo di Cristo, onde provarne la realtà. L’esistenza di questa setta è particolarmente importante, perché essa sarebbe contemporanea degli Apostoli stessi, al dire di san Gerolamo32.

Né devonsi dimenticare gli Ebioniti, Cerinto, Cerdone, Taziano, tutti negatori dell’esistenza reale di Cristo, e sopra tutti Saturnino, il quale, secondo l’abate Pluquet, visse nei tempi e nei luoghi dove i miracoli di Gesù Cristo si sarebbero compiuti, ma che ciononpertanto negò un corpo naturale a Cristo.

La negazione dell’esistenza di Cristo da parte delle prime sètte ereticali, fra le quali v’hanno sètte e persone che vissero nel tempo e nei luoghi ove sarebbero vissuti Cristo e gli Apostoli, è una prova storica tutt’altro che trascurabile contro l’esistenza di Cristo.

Infine una testimonianza storica di grandissimo valore – addotta anche da Ganeval – è quella dell’imperatore Adriano, il quale, andato ad Alessandria l’anno 131, disse che il Dio dei cristiani era Serapide e che i devoti di Serapide erano quelli che si dicevano vescovi dei cristiani.

Non ci si dica che Adriano può essersi sbagliato; in quanto che la sua opinione è in relazione con tutti i documenti che si hanno di quell’età, nella quale non esistevano ancora i Vangeli attuali; nella quale Tacito ci fa sapere che gli ebrei e gli egiziani formavano una sola superstizione; mentre Filone aveva già scritto sul dio Serapide in modo da rendere possibile ad un falsificatore cristiano di tentare di far credere che avesse scritto di Gesù ed aveva già parlato dei cristiani primitivi (Terapeuti) per confessione di Eusebio e di sant’Epifane, facendoli di molto anteriori a lui, che era anteriore al preteso Cristo; quando, secondo sant’Epifane e Fozio, molte sètte cristiane continuavano ad adorare, come Dio Redentore, Oro (o Serapide), il Dio Figlio della Trinità egiziana; mentre d’altra parte perfino san Clemente Alessandrino e Origene scrivevano negando Gesù, e parlando di Cristo – allora Cresto – secondo la favola… per confessione di Fozio medesimo!33

Gesù Cristo non è persona storica

Non solo la storia è silente su Gesù Cristo; non solo è dimostrato che gli autori storici i quali parlano di lui furono, in questo, falsificati; non solo esistono prove storiche contro l’esistenza di Gesù Cristo: ma, inoltre, la storia non ha mai conosciuto né ci ha quindi potuto conservare la sua fisionomia umana. Gesù Cristo non è persona storica: egli è Dio, soltanto Dio, più o meno felicemente antropomorfizzato.

La stessa etimologia ce lo indica.
Gesù significa “Salvatore”.
Cristo significa “Unto”.
Niente di più comune che il nome di Messia, o di Cristo fra gli Ebrei.

Nella Bibbia stessa, nell’Antico Testamento il nome di Messia, o Cristo, viene applicato perfino a dei re pagani; a Ciro da Isaia (XLV, 1), al re di Tiro da Ezechiele (XXVIII, 14). Esso si applicava al popolo intiero, e a tutti i membri del popolo, come nei Salmi.

Gesù Cristo vuol dunque dire: “Colui che fu unto Salvatore”.

Già l’etimologia dimostra pertanto che non abbiamo da fare con una persona storica.

In che anno egli è nato? Buio pesto! Quasi tutti coloro che si sono occupati della questione, convengono in ciò che, in ogni caso, la nascita di Gesù non coincide con l’êra volgare. Non fu che sei secoli dopo la sua pretesa esistenza che un monaco, Dionisio il Piccolo, introdusse l’êra cristiana, assegnandone il principio, ossia la nascita di Cristo, all’anno 753 della fondazione di Roma. Questa data fu trovata generalmente erronea di almeno sei anni. Ma anche la sua erroneità non può venire dimostrata senza obbiezioni e difficoltà d’altra natura: e si capisce; ché niente è meno dimostrabile del non esistente. Calvisio e Moestlin contano 132 sistemi, e Fabricio circa 200!

Nulla si sa dire neppure del giorno della sua nascita. Chi volle fosse il 6 od il 10 gennaio; chi il 19 od il 20 di aprile; chi il 20 maggio; chi il 25 maggio. Altri altro giorno e mese.

In Oriente la sua nascita fu celebrata per un pezzo l’8 gennaio; in Occidente il 6 gennaio.

San Giovanni Crisostomo, nel 375, parlava del 25 dicembre come d’un uso già invalso in Oriente.

In Roma la natività di Cristo fu portata al 25 dicembre prima del 354, perché si trova notata nel calendario di Bucherio che appartiene a quel tempo34.

Questi cambiamenti di date furono interpretati nel senso che la Chiesa li avrebbe fatti solo per porre la natività del nuovo Dio in relazione con quella degli antichi Dei Salvatori, e specialmente col Natale del Sole Invitto, ossia di Mitra, che in Roma si solennizzava con pompa di spettacoli e con luminarie il 25 dicembre, avendo i cristiani conferito al loro Cristo gli attributi mistici di quel sole nuovo di cui i pagani celebravano la risurrezione.

Quest’ipotesi non escluderebbe l’esistenza reale di Cristo, ma deporrebbe soltanto in favore della sua divinazione. Tuttavia quest’ipotesi è distrutta dal fatto che anche le altre date, prima tentate, erano in relazione con altrettante date mitologiche: per esempio, la festa del ritrovamento di Osiride aveva luogo il 6 gennaio (Kreuzer, Simbolik und Mithologie).

Si vede che la formazione del mito è stata lunga e laboriosa, oppure che la Chiesa primitiva ha esitato alquanto nel porre la nascita del suo Dio Redentore al solstizio d’inverno, onde non venisse dai pagani compreso che si trattava d’un nuovo mito, non diverso da quelli dei loro Dei Redentori che nascevano appunto il 25 dicembre, come vedremo più innanzi.

Non solo non si conosce né il giorno né l’anno della nascita di Cristo, ma neppure il luogo ove sarebbe avvenuta. Secondo alcune profezie doveva essere Nazaret; secondo altre doveva essere Betlemme, perché doveva discendere da David. Il secondo ed il quarto evangelista non ne parlano. Il primo ed il terzo ne parlano bensì ma contraddicendosi, perché il primo fa di Betlemme il luogo di dimora abituale dei suoi genitori, mentre il terzo l

i fa venire solo per caso a Betlemme, in un racconto che rigurgita di inverosimiglianze e di impossibilità. Di più ne parlano ponendo la cosa in relazione colle profezie, ciò che toglie loro ogni attendibilità storica. E del resto, sono fonti sospette per la loro preoccupazione apologetica e non hanno valore alcuno per la storia.

Ma la storia non conobbe né conosce la nascita di Cristo, né l’anno, né il mese, né il giorno, né il luogo della medesima.

La storia non conosce neppure la sua vita, né la sua morte, né le circostanze che, secondo i Vangeli, avrebbero accompagnato l’una e l’altra. Così la famosa strage degli innocenti e la non meno famosa stella dei Magi, e i Magi stessi, e la sua tragica morte e il terremoto e le tenebre che l’avrebbero seguìta, malgrado dovessero essere avvenimenti conosciuti da tutto il mondo per la loro eccezionale importanza, tuttavia non furono noti neppure ai contemporanei, e neppure a coloro che avrebbero dovuto esserne i testimoni oculari. Anzi, il silenzio della storia su tali avvenimenti dice qualche cosa di più che una semplice ignoranza: esso è tanto grave e significativo, da infirmare la veridicità di quei libri che, soli, li raccontano, ossia dei Vangeli…

Di più: Gesù, anche stando ai Vangeli, non fece mai nessuno di quegli atti che tutti i mortali, dal più umile al più grande, compiono nella vita: per esempio, non prese mai parte alla politica del suo tempo e del suo paese; malgrado la sua vita vagabonda nemmeno una volta fu tediato dalla polizia e non compì mai nessun sacrificio né atto di culto…

Nessuno degli uomini storici – quale Pilato, Hanan, Caifa, ecc. – che avrebbero avuto da fare con Gesù, lasciò traccia nella propria storia di questi pretesi rapporti35.

Infine, non si ha nessuna notizia intorno alla sua persona fisica.

Gesù Cristo fu grande o piccolo? Imberbe o barbuto? Bruno o biondo? Brutto o bello? Nessuno lo ha mai detto di scienza certa, appunto perché nessuno mai lo ha visto. Tertulliano lo dipinge brutto, per compiere una profezia di Isaia, e la sua opinione divenne quella della Chiesa di Oriente. Ma sant’Agostino e la Chiesa latina vollero invece che Gesù fosse stato bello. Queste due opinioni diedero vita a due diversi tipi dei ritratti di Cristo: il tipo dalla barba e quello imberbe. Le dispute durarono fino al secolo XVII, dopo del quale finì per prevalere il tipo attuale del Cristo dalla folta capigliatura e dalla barba assai abbondante.

Veramente il Sudario, che dovrebbe essere una fotografia di Cristo, poiché sarebbe stato stampato dal diretto contatto col corpo stesso di Cristo, ce lo rappresenta ornato d’una barba copiosa. Ma, mentre il Sudario non è documento fededegno, sia perché ne esistono molti egualmente autentici, sia perché anche in questo i Vangeli non sono concordi, d’altra parte esistono statue ed affreschi di Cristo dai quali appare che fino al 325 Cristo è sempre stato rappresentato imberbe.

Onde ben a ragione il Moy, che s’è occupato diligentemente di tale particolare, viene alla seguente conclusione: «Dès que l’on veut toucher à quelque chose de réel dans la vie de Jésus, on ne trouve plus que contradiction et incohérence. Si pourtant une chose devait être bien indiscutable, c’est celle de l’aspect physique de Jésus… Pour nous, l’absence totale de renseignements précis sur l’aspect physique du Christ est une preuve certaine que personne ne l’a jamais vu»36. E se nessuno mai lo ha visto, è segno appunto che non è mai esistito.

Tutto quanto si pretende sapere sul conto di Cristo – ed è sì poco! – lo si ha dalle fonti cristiane, ossia dai Vangeli, i quali non solo non ci forniscono la prova, nessuna prova che Cristo sia davvero un personaggio storico, ma non sono da cima a fondo che la prova del contrario, come dimostreremo.

Ond’è che di Cristo uomo non si sa nulla, assolutamente nulla per mezzo dell’unica fonte positiva che dia notizia degli uomini trapassati e dei loro avvenimenti, la storia, suffragata dai monumenti archeologici.

In questa condizione di cose coloro che hanno tentato di scrivere la Vita di Gesù hanno dovuto necessariamente far naufragio, dal quale alcuni pochi, come Strauss e Renan, devono al loro grande ingegno se hanno potuto salvare il proprio nome.

I cristologi, o non sono riusciti che a scrivere dei romanzi, come Renan; o, se hanno fatto cosa seria, fu soltanto nella parte critica, come fece lo Strauss. Ma, venendo meno alla logica, essi vollero salvare ancora un brandello, un cencio della persona storica del Cristo, senza che nessun criterio di demarcazione li autorizzasse a separare il reale dal fantastico, anche il preteso reale avendo la medesima base evangelica di quanto essi vollero bene riconoscere fantastico.

Pertanto noi non perderemo tempo in discussioni coi cristologi né coi critici che, pure eliminando l’una o l’altra parte del Nuovo Testamento, vollero nondimeno conservare la persona storica di Cristo.

Tutta quest’opera nostra nella quale conduciamo, a filo di logica, le loro stesse premesse alle ultime conseguenze, sarà indirettamente una confutazione del loro sistema illogico.

Intanto, prima di procedere oltre, raccogliamo alcune delle ammissioni, o conclusioni, alle quali sono venuti i critici più autorevoli che tentarono l’impossibile, vale a dire di scrivere la vita di Gesù.

Lo Strauss, dopo di aver detto che qualche cosa di probabile si può ammettere nella vita di Cristo – ciò che noi dimostreremo impossibile – conchiude il suo lavoro colossale sulla Vita di Gesù dicendo:

«Ma questa verosimiglianza vicina alla certezza – (quel poco che egli lasciò sussistere della storicità di Gesù è dunque soltanto una verosimiglianza vicina alla certezza) – non va molto lontano… Poche cose sono debitamente accertate; e quelle medesime alle quali l’ortodossia si appoggia di preferenza – quelle miracolose e sovrumane – è accertato, al contrario, che esse non sono punto avvenute. Ma far dipendere la salute dell’uomo dalla sua fede in cose di cui una parte è certamente fittizia, un’altra incerta, e soltanto una minima porzione accertata – (vedremo che questa minima porzione accertata non esiste), – questa pretesa è tanto assurda che, ai nostri giorni, non si ha più nemmeno bisogno di confutarla»37.

Poche pagine prima aveva già detto: «Non si vuole intenderlo, non si vuole crederlo; ma chiunque si è seriamente occupato di queste materie, e vuole essere sincero, sa, come noi sappiamo, che vi sono pochi grandi uomini della storia sui quali noi siamo tanto imperfettamente informati quanto su Gesù»38.

Ernesto Havet, paragonando la certezza che si ha dell’esistenza di Socrate con l’incertezza in cui navighiamo sulla esistenza di Cristo, così si esprime: «Socrate è una persona reale, Gesù è un personaggio ideale. Noi conosciamo Socrate per mezzo di Senofonte e di Platone, che l’hanno conosciuto; essi scrivono intorno a lui in Atene, per gli Ateniesi, in mezzo ai quali egli aveva passato la sua vita, ed essi scrivono l’indomani della sua morte. Si vedrà per contro che coloro i quali ci hanno parlato di Gesù non lo conoscevano (poteva aggiungere, l’Havet, che neppure essi sono conosciuti…) e si rivolgevano ad uomini che lo conoscevano ancor meno; che essi hanno scritto a più di un mezzo secolo di distanza (questa, dell’Havet, è la versione ortodossa, ma niente ci garantisce che i Vangeli non siano di una data ancor più recente di quella fissata dalla tradizione), in paesi che non erano il suo, in una lingua che non era la sua. Essi non hanno scritto che una leggenda: Gesù è un personaggio istorico (?) che non ha storia… Gesù non ha biografia. Non ci si parla della sua figura; la sua età stessa non è indicata. Egli non era ammogliato, senza dubbio, essendo stato di quelli che si fanno eunuchi per il regno dei cieli; ma non ci si è nemmeno preso la pena di farcelo sapere in termini espliciti. Non ci si dice niente delle sue abitudini e dei dettagli della sua vita. Non ci si raccontano di lui che delle apparizioni, non si raccolgono dalla sua bocca che degli oracoli. Tutto il resto rimane nell’ombra; ora, l’ombra ed il mistero sono precisamente la sostanza del divino… In una parola, quelli che ci narrano di Socrate sono dei testimoni; quelli che ci parlano di Gesù non lo conoscono, ma l’immaginano»39.

«Noi, dice Miron, non sappiamo quasi nulla sulla vita di Gesù. I redattori dei Vangeli ed i primi autori ecclesiastici, raccogliendo le tradizioni correnti nella comunità cristiana, hanno potuto raccogliere eziandio qualche frammento della verità; ma come sceverarlo fra tanti elementi mitologici e leggendarii? Una vita di Gesù è adunque impossibile»40.

Infine il Renan, lo stesso autore della Vita di Gesù, innanzi che lo incogliesse la fantasia di scrivere questo romanzo, dopo d’aver riconosciuto che ben poco potrebbe dirsi della vita di Gesù, soggiungeva: «Gesù fu realmente un uomo celeste ed originale, o un settario ebreo analogo a Giovanni Battista? Noi amiamo credere che il personaggio reale offrisse in lui qualche tratto del personaggio ideale. Tuttavia non compromettiamo la nostra ammirazione quando la scienza non può dir niente di certo ed arriverà forse un giorno a delle negazioni… Chi sa se Gesù non ci appare spoglio delle umane debolezze soltanto perché noi non lo vediamo che da lungi e attraverso la nebbia della leggenda?

«Chi sa se egli non ci appare nella storia come l’unico uomo irreprensibile, se non perché ci mancano i mezzi per criticarlo? Ahimé! Io credo purtroppo che se noi lo tocchiamo come Socrate, noi troveremmo anche ai suoi piedi un po’ del terrestre limo. Chi sa se, in questo caso, come in tutte le altre creazioni dello spirito umano, l’ammirabile, il divino, il celeste non siano rivendicati a buon diritto dall’umanità? In generale, la buona critica deve diffidare degli individui e guardarsi dal far loro una parte troppo grande. È la massa che crea, perché la massa possiede eminentemente ed in un grado di spontaneità mille volte superiore gli istinti morali della natura umana. La beltà di Beatrice appartiene a Dante e non a Beatrice, la beltà di Cristna appartiene al genio indiano e non a Cristna, così come la beltà di Gesù e di Maria appartiene al cristianesimo e non a Gesù ed a Maria»41.

Il Renan non aveva che un passo di più da fare, e si sarebbe spiegato il suo dubbio. Di Cristo non si disse se non bene, perché, come rilevò appunto l’Havet, egli non fu persona storica, ma un personaggio ideale. Vedremo a suo tempo che qui il Renan si è apposto molto bene, ed ha avuto uno sguardo intuitivo assai geniale, perché infatti il tipo di uomo ideale impersonato in Cristo appartiene all’umanità e non a Cristo, perché è creazione e personificazione dello stesso ideale umano; ma che questo ideale non si trova nella Bibbia, dove pure dovrebbe trovarsi se Cristo fosse realmente esistito. Come vedremo, dal punto di vista opposto, che Cristo viene dal nostro sistema scagionato e lavato da quelle taccie non poche che nella Bibbia si possono muovergli, perché esse non appartengono a Cristo, creazione umana, impersonale, collettiva, ma alla collettività e allo spirito dogmatico di coloro che l’hanno creato42

Ma dalle parole del Renan scaturisce un’altra conseguenza che nessuno finora ha mai visto: vale a dire che, se la beltà di Cristo è creazione dello spirito umano, com’egli lascia chiaramente intendere, anche la sua persona stessa, con la medesima logica, e per il medesimo criterio critico, potrebbe non essere – come non è – altro che una creazione dello spirito umano.

Il Dide, nel suo commendevole libro sulla fine delle religioni, dinanzi ai tentativi di Channing e degli unitari, che negano assolutamente ogni carattere soprannaturale a Cristo, ma che si ostinano a considerarlo come uomo, esclama:

«Ma chi è egli, questo Gesù Cristo? Di quale Gesù Cristo trattasi? E dov’è egli? Accade di lui ciò che accade di tutti gli esseri leggendari: più lo si cerca e meno lo si trova. Il tentativo di far rientrare nella storia, di strappare alle nebbie della teologia, una personalità che, fino all’età di trent’anni, è assolutamente sconosciuta e che, dopo questa età, non appare che in mezzo a dei miracoli, ora assurdi ed ora ridicoli, è un tentativo così difficile che si può, a priori, dichiararlo impossibile»43.

E più avanti, lo stesso autore, parlando della Vita di Gesù del padre Didon, constata che questo autore ortodosso, per scrivere la biografia di Gesù, è costretto a colmare con delle i potesi le enormi lacune che si riscontrano nella vita del suo Dio, provocando così i suoi lettori a fare questa riflessione: «Non si sa dunque quasi nulla della vita del Cristo?»; riflessioni che non mancò di fare uno dei più notevoli lettori del libro del padre Didon, il leader socialista Jean Jaurès44.

Potremmo continuare nelle citazioni di questa natura fino a riempire almeno un intiero volume; ma è il caso di ripetere con Virgilio: ab uno disce omnes [“Da uno impara a conoscerli tutti”].

Non possiamo però preferire il Labanca, il Gesù Cristo del quale, essendo l’ultimo in data, al momento in cui scriviamo, ha il pregio di fissare quale sia il risultato ottenuto fino ad oggi dalla critica in proposito.

Ebbene: il Labanca contesta la possibilità d’una biografia scientifica di Gesù, sia per le molteplici questioni vertenti sull’autenticità d’ogni punto degli Evangeli, sia perché è evidente che essi hanno non uno scopo biografico, ma didattico, di propaganda.

Della vita di Gesù, poi, toltone il soprannaturale – nota il Labanca – non ci resta più che un residuo meschinissimo, per poco non riducibile a zero45.

Noi proveremo che non resta neppure questo residuo meschinissimo: ed anzi, che se qualche cosa rimane di Cristo, nella Bibbia stessa, è la prova che non è mai esistito un uomo il quale si chiamasse Gesù e Cristo. Intanto concludiamo questa prima parte con la confessione degli stessi cristologi: Gesù Cristo non essere una persona storica!46.

Riferimenti

21 «Con me tutti invocarono gli Dei, essi hanno offerto dell’incenso e del vino alla tua immagine, ed hanno maledetto il Cristo…» (Plinio, Epist. 97, lib. X).

22 Il Maury, nello studio sulla prima storia del cristianesimo, contenuto nel suo libro Croyances et Légendes de l’antiquité, chiama questa di Eusebio una cattiva interpretazione. Però non ne dà alcuna ragione, mentre egli stesso, qualche linea prima, cita Filone fra coloro che hanno servito di guida ad Eusebio.

23 Non è un giuoco di parole il dire che non esisteva ancora il nome cristiano quando già esisteva la superstizione giudaico-egiziana che fu la nebulosa da cui uscì il cristianesimo. Imperocché il fatto “cristianesimo” esistette un pezzo prima del suo nome, il quale, dal processo di differenziazione, venne elaborato solo molto tempo dopo, come si vedrà.

24 S. Epifane, Cont. er., p. 120. In Ganeval.

25 Nota alla seconda edizione. Ci fu obiettato che noi saremmo in contraddizione perché, più sopra abbiamo scritto che il cristianesimo è anteriore a Filone, qui invece diciamo che Filone contribuì grandemente a formare il cristianesimo, e al Capo II della Parte IV diciamo che Filone fu il vero fondatore del cristianesimo. Ma l’appunto si spunta contro la semplice avvertenza che un complesso di credenze formanti una dottrina, un sistema complesso di dogmi, di massime e di riti, una fede, non si crea di punto in bianco con un colpo di bacchetta magica, ma viene dalla collaborazione di diverse generazioni, di secoli parecchi e di dotti molti, fin che trova il suo massimo espositore che a diritto può rivendicare il titolo di suo principale fondatore. Così si può dire e si dice che Marx è il fondatore del socialismo, mentre il socialismo era già da qualche secolo prima di lui in via di formazione.

26 Ecco il passo di Origene, interpolato: «Nel III libro del suo perì l’agaton, Filone mette in allegorie (anche sopra Gesù, senza scrivere questo nome) una certa istoria» (Contro Celso). Il Ganeval mette bene in luce la falsificazione grossolana che introduce il nome di Gesù: perché se Filone avesse scritto su Gesù l’avrebbe nominato, e non avrebbe nominato invece l’Agathos, che era Serapide. Del resto la prova della falsificazione scaturisce più che evidente dal fatto che Filone, come abbiam visto, ed Origene, come vedremo, non hanno mai conosciuto né nominato Gesù!

27 Veggasi alla Parte IV, Capo II.

28 Un contrassegno molto eloquente, citato dallo stesso Ganeval, sta nei Vangeli cristiani a tradire la loro origine egiziana: sono le allegorie dell’asino e dei porci. In modo più speciale la parabola del figliuol prodigo che si fa guardiano dei porci, e il miracolo dei demoni cacciati da Gesù dal corpo degli ossessi e fatti entrare in quello dei porci, sono assolutamente spostati in Giudea, ove è vietata la carne di porco, mentre si spiegano bene in Egitto, dove il porco era l’immagine del dissoluto ed il simbolo del demonio.

29 Il Dide, nell’opera già citata (p. 171) rileva il Dialogo con Trifone di Giustino martire, nel quale l’ebreo Trifone nega l’esistenza e l’apparizione di Gesù su questa terra, dicendo che «se egli è nato, e se è nato in qualche luogo, egli è completamente sconosciuto». Egli nota che Celso, l’opera del quale però è stata distrutta, non nega l’esistenza di Cristo. Ma noi sappiamo che Celso, il quale viveva nel II secolo, non si è curato di tale questione, non avendone bisogno per la sua tesi; perché la sua tesi si limitò, ed egli lo disse, a confutare il cristianesimo, valendosi unicamente degli stessi libri sacri della nuova religione.

30 Fozio, in Ganeval.

31 Jésus-Christ et sa doctrine, lib. II, c. II.

32 Contro i Luciferiani, c. 8. In Stefanoni, Dizionario filosofico, voce Doceti.

33 Il Ganeval cita fra le prove storiche contro l’esistenza di Cristo, il linguaggio di san Paolo, e quell’Apostolo Apollo, chiamato anche il Cresto, che negli Atti degli Apostoli predica il cristianesimo senza essere cristiano. Queste prove sono gravi senza dubbio, perché emanano dagli stessi documenti della fede. Ma noi, seguendo il nostro metodo, che separa rigorosamente ciò che è storico da quanto può non esserlo, appunto perché emanante dai documenti sospetti della fede, ne parleremo solo là dove si conviene: cioè quando consulteremo la Bibbia.

34 Bianchi Giovini, Critica degli Evangeli, libro II.

35 Anatole France, nel suo recente piccolo capolavoro Le Procurateur de Judée, finge ai tempi di Vitellio un incontro di Lelio Lamia, patrizio romano esiliato sotto Tiberio, con Ponzio Pilato, sulle rive del golfo di Baia. Lamia chiede a Ponzio Pilato, ch’egli conobbe a Gerusalemme quand’era procuratore di Giudea, s’egli si ricorda d’un certo taumaturgo di Galilea, chiamato Gesù. «Pontius Pilatus fronça les sourcils et porta la main à son front, comme quelqu’un qui cherche dans sa mémoire. Puis, après quelques instants de silence: “Jésus? murmu-t-il, Jésus de Nazareth? Je ne me rappelle pas…”»

36 Moy, Les adorateurs du Soleil.

37 Strauss, Nouvelle vie de Jésus, trad. franc. di Nefftzer e Dolfuss, v. 2, p. 418 e 419.

38 Strauss, Nouvelle vie de Jésus, trad. franc., v. 2, p. 415 e 416.

39 Ernest Havet, Le Christianisme et ses origines, tom. I, p. 166-168.

40 Miron, Jésus réduit à sa juste valeur, Genève, 1864, p. XIII.

41 La liberté de discussion, tomo III, p. 468-469.

42 La via seguita da coloro che, pure eliminando dal Cristo il soprannaturale – che è tutto il Cristo! – tuttavia vollero conservarne l’uomo, assolutamente impercettibile, non solo espose il loro personaggio ad essere rimpicciolito storicamente, ma anche ad essere colpito moralmente in quelle stigmate professionali che la teologia stessa ha impresso al suo idolo, e che moralmente lo renderebbero indegno, ove non si spiegassero appunto come effetto della creazione dogmatica e mitologica di Cristo. Il nostro sistema, adunque, mentre fa il funerale a Cristo, lo salva anche dalle irriverenze della critica umanistica, facendolo salire dalla terra in cielo.

43 Dide, La fin des religions, p. 316.

44 Jean Jaurès, L’action socialiste, p. 122.

45 Anche il Labanca ha voluto imbrancarsi, fra coloro che hanno gridato al fallimento della interpretazione mitologica di Strauss, mentre, come avverte il Dide, la Vita di Gesù dello Strauss, è e rimane ancora il libro più potente, più ingegnoso e più solido di tutti quelli che furono pubblicati sul medesimo soggetto, i quali, senza di esso, non esisterebbero… e mentre, aggiungiamo noi, l’interpretazione mitologica dello Strauss sarà la sola parte duratura della sua opera.

46 L’ultimo momento della critica tedesca è segnato dal libro dell’Harnack: L’Essenza del Cristianesimo. Ma, oltre che egli non dice nulla di essenzialmente nuovo, ha il torto di far entrare nel suo lavoro l’apologia e la teologia, che gli tolgono quell’oggettività storica e razionalistica che è necessaria ad un lavoro di critica seria. Il sig. T. Armani, occupandosi del libro dell’Harnack, in un opuscolo edito dalla Tipografia Cooperativa Parmense, distingue con acutezza la persona di Cristo dalla sua personalità, che preesisteva nella Legge profetica, e che basterebbe a spiegarci il cristianesimo anche senza la persona più o meno storica del Cristo.

Di Emilio Bossi, estratti “Gesù Cristo Non è Mai Esistito”, ed.Società Editoriale Milanese, Milano,1904. p.14-25, Pubblicato originariamente con lo pseudonimo Milesbo. Compilati, digitati e adattati per essere postato per Leopoldo Costa.

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