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Pudore e modestia femminile sono un binomio che attraversa la storia dei tre monoteismi

Di Ileana Montini –

“Copritela! “, gridò.

Si avvicinò al corpulento irlandese e scosse la spalla. L’infermiere anziano era inginocchiato vicino alla Rebbetzin mentre la barella veniva sollevata nella parte posteriore dell’ambulanza. Si voltò a guardare il rabbino sopra la spalla. I capelli del rabbino formavano un alone sottile per il bagliore delle luci della strada che si riflettevano su di lui. I suoi occhi erano una pozza di terrore. – Signore, rabbino: è coperta! Abbiamo messo una coperta su di lei per tenerla al caldo: la prego solo di farci andare avanti nel nostro lavoro. – No, non capisce: i capelli, si vedono! Basta tirare il lenzuolo in su, su tutta la testa. – Ma signore non è un cadavere! –

Il racconto della moglie del rabbino ultraortodosso che viene portata via dall’ambulanza per un’emorragia con i capelli scoperti, si trova nel romanzo di Eve Harris, Il Matrimonio di Chani Kaufman (ed. LiberAria,2016) dove si snoda la descrizione minuziosa dei riti degli ebrei ortodossi. I capelli delle donne sono visibili solo ai mariti. Velo o parrucca devono occultarli. Un saggio dedicato al velo lo ha scritto Giulia Galeotti per EDB (2016): Il velo, significati di un copricapo femminile.

EDB è una casa editrice cattolica, l’autrice, storica e giornalista, è responsabile delle pagine culturali dell’Osservatore Romano. La prima parola, dunque, spetta a Paolo di Tarso, lettera ai Corinzi II, 1-16: “…quanto all’uomo egli non deve velarsi il corpo, essendo a immagine e gloria di Dio, ma la donna è la gloria dell’uomo.”

I Padri della Chiesa consideravano il velo il fardello della costituzionale sottomissione femminile; o il simbolo di soggezione.

Per esempio, Tertulliano nel Virginibus velandis degli inizi del terzo secolo, scrive: ” deve esserci sul capo delle donne un segno di dominio: il velo è il loro giogo.”

Difficile negare la funzione simbolica della stoffa sul capo delle donne! Una stoffa che incarna e testimonia – sottolinea l’autrice – la sottomissione delle donne all’uomo e, in seconda battuta, a Dio.

E’ Clemente Alessandrino a dare una tonalità psicologica rispetto alla relazione tra i sessi: ” Il corpo femminile, infatti, è un‘esca e la preda che ci casca è innocente; spetta quindi alle donne rendersi inoffensive, non sono gli uomini a dover dominare le loro pulsioni.”

Il Concilio di Gangra (324 circa) sancisce addirittura il velo come “memoriale di sottomissione”.

Ma giustamente nella Premessa l’autrice cita una data memorabile della Chiesa Cattolica: 8 dicembre 1965, giorno o in cui si chiude il concilio Vaticano II. Con la sua chiusura è la fine di un lungo obbligo, quello del velo come “attributo imprescindibile del versante femminile, tanto religioso quanto laico.”

E non saranno pochi gli ordini monastici femminili che cambieranno le antiche divise a cominciare dall’eliminazione del velo.

Nell’ebraismo gli uomini si coprono il capo, specialmente in sinagoga, come segno di rispetto per Dio. Per le donne invece è un segno di pudore e di modestia.

Pudore e modestia femminile sono un binomio che attraversa la storia dei tre monoteismi.

Parole che riguardano la corporeità femminile in rapporto con gli uomini: celarsi e mostrarsi diventa oggetto nei secoli di prescrizioni minute e asfissianti.

L’Hadith di Al- Bukhari che riprende il Corano, Sura 24, 31, spiega il velo come “segno di sottomissione a Dio, castità protezione e distinzione dagli infedeli”. Il velo limiterebbe la capacità seduttiva del corpo femminile.

Prima della colonizzazione non vi era la necessità di distinguere le islamiche dalle altre, ma quando l’Islam si trova costretto a mescolarsi con il resto del mondo, il velo diventa progressivamente un simbolo dell’appartenenza alla comunità dei fedeli. Diventa, in buona sostanza, il simbolo dell’identità religiosa.

Nel 1923 alla stazione del Cairo una folla di donne diede il benvenuto a Huda Shaarawi e Saiza Nabarawi di ritorno da un convegno internazionale femminista a Roma.

Scesa dal treno, Huda -seguita da Saiza- si scostò il velo dal viso. Le donne reagirono con uno scroscio di applausi. Ma già nel 1899 il giurista egiziano Qasim Amin aveva pubblicato La liberazione delle donne, dove sosteneva che il velo ostacolava il progresso femminile.

E oggi, nel secolo duemila, il Sudan prevede (art.152 del C.P.) fino a 40 frustrate per le donne svelate o malvestite; cioè non pudiche e modeste.

Negli anni duemila, appunto, si registra una ripresa della velatura e della totale copertura dei corpi femminili a partire dalla Turchia del presidente musulmano Erdogan per finire nelle nazioni di emigrazione.

G.Galeotti riporta però le parole delle donne che si ribellano, come Ayaan Hirsi Ali somala : “il velo marchia deliberatamente le donne come proprietà privata e riservata, come non persone. Il velo separa gli uomini dalle donne e dal mondo; le limita, le confina, le educa alla docilità “.

C’è un aspetto poco sottolineato, ma che è un nodo antico e recente dei monoteismi: la dicotomia fra puro e impuro. Lo aveva denunciato nei suoi saggi il sociologo algerino Kaled Fouad Allam, recentemente scomparso. Nell’inconscio collettivo musulmano la femmina è associata al desiderio, sinonimo di caos, di disordine e di rischio dell’impurità. La donna coperta, velata, mostra un corpo in quanto sottratto alla vista maschile, puro e preservato per la titolarità di marito.

Nel sito Wiki How  “come essere una brava musulmana”, il terzo punto spiega il valore del velo: ”l’hijab non è solo un pezzo di stoffa che copre i capelli, esso copre e protegge tutta te stessa, compresi vezzi, parole, sguardo e cuore. Esso ti cambia mentalmente e spiritualmente.”

Al punto 8 rincara la dose: “Indossa vestiti modesti. Questo non vuol dire che devi sembrare brutta o che non devi vestire alla moda. Semplicemente, sii modesta. Indossa camicie più lunghe e cerca di evitare vestiti come canotte e pantaloncini. Sta lontana dagli indumenti troppo stretti. Ricorda che è obbligatorio coprire tutto il corpo tranne il viso e le mani, che non devi coprire obbligatoriamente, anche se alcuni eruditi preferiscono tenere in considerazione la visione secondo la quale farlo sia obbligatorio, specialmente i seguaci della scuola di pensiero Hanbalita. Se davvero ritieni, in base alle prove addotte da quest’ultima, che sia obbligatorio, allora va’ avanti e fa’ uno sforzo per coprire volto e mani, tanto non ti costerà nulla. Ciò ti aiuterà anche a cambiare l’intera tua prospettiva su ciò che è accettabile e su ciò che non lo è.“

Un sito di giovani musulmani in Italia su Facevo, ha pubblicato la foto estiva di alcuni uomini che giocano felici nell’acqua del mare con dei bambini. Non ci sono donne e bambine. Una giovane: Hiba Kriht originaria dell’Arabia Saudita, sta raccogliendo i pareri delle coetanee che hanno smesso di velarsi su suo Blog.

Comincia lei con il raccontare di quando per la prima volta s’immerse in costume nell’acqua della piscina: “…è bello sentire il sale, il vento sulla pelle ma è anche strano mostrare i corpi che sono stati coperti così a lungo (…) così mi sono ripromessa di creare un blog per celebrare i corpi che sono stati additati come fonte di vergogna”.

Come conclude il saggio Galeotti? Mentre il velo cristiano nel tempo si è emancipato sia simbolicamente che normativamente, il velo islamico si propone ancora nella sua verità rivelata, metastorica e intoccabile.

Anche se va menzionato che nei tre monoteismi, il velo femminile, quando compare, “compare in quanto simbolo ed emblema di sottomissione al maschile”.

Non giriamoci intorno, sembra dire l’autrice; con ragione. Con ragione in un tempo in cui è facile ascoltare argomentazioni confuse da parte delle donne musulmane nell’emigrazione, spesso difese da femministe e dintorni.

Dicono: 1. Il velo -e l’abbigliamento modesto-  è una mia scelta e significa il mio rapporto con Allah.

E perché Allah avrebbe bisogno della copertura dei corpi femminili e non di quelli maschili?

Dicono : 2. Gli uomini per natura si eccitano alla vista di corpi femminili non adeguatamente coperti. Dunque, è anche un motivo di protezione. Infatti le donne occidentali –come è accaduto a Colonia- con la loro libertà e offerta dei loro corpi alla vista maschile, sono oggetto di molestia e violenza.

Una semplificata psicologia patriarcale che viene sostenuta anche da donne musulmane colte e raffinate.

Come mai nelle comunità musulmane dell’emigrazione le donne velate sono quasi la totalità?

Gli individui fanno parte di campi sociali determinati, entro cui si realizzano processi di scambio sociale e simbolico.  La psicologia della Gestalt ritiene che li colloca o psichismo sia una questione di confine/contatto: la pelle contiene, nasconde, la pelle delimita.  Così il corpo delle donne ricopre un ruolo particolare nei sistemi religiosi dove l’educazione disciplina ritualmente i movimenti tra spazio privato e spazio pubblico. Gli imam con i loro sermoni prescrivono ciò che è lecito o illecito, puro/impuro. Nel sito citato di raccomandazioni alle giovani donne, si legge che è peccato dare la mano a uomini non parenti.

Per comprendere i gruppi sociali, aiuta la nozione di ethos di gruppo, indicativo di un sistema culturalmente standardizzato di atteggiamenti ed emozioni. Costitutivo dell’ethos di gruppo nei gruppi patrilineari è l’onore.  L’onore si manifesta mediante la modestia e la pudicizia delle donne.

“L’onore e la reputazione di un gruppo sono suscettibili di essere offesi da un oltraggio nei confronti delle sue donne”, scrive l’antropologo Ugo Faietti  (Medio Oriente, uno sguardo antropologico, ed.R.Cortina, 2016).

E’ ipotizzabile che nello stato migratorio l’ethos di gruppo si colori di ethos dell’insicurezza. L’Islam con l’idea dell’Umma, la comunità universale religioso/politica, in terra d’infedeli e di “crociati” ex colonialisti responsabili della crisi di una grande potere sociale politico ed economico, come quello arabo, sviluppa un ethos dell’insicurezza che si manifesta con un complesso di superiorità mascherato in superiorità. Come si evince dal titolo di un articolo della Lega Musulmani Ticino: ” L’Europa è stata civilizzata dall’Islam”.

U.Faietti scrive che in Occidente i musulmani si trovano in una situazione d’instabilità e conflitto che “oltre al generale disorientamento, spingono gli individui a ritrovare illusori punti di ancoraggio nell’applicazione di sanzioni disciplinari ai danni, ancora una volta, degli esseri meno difesi: le donne”.”

Il velo, la copertura del corpo femminile diventa utile ai fini di mostrare l’identità superiore dell’Islam religioso sul corrotto sistema occidentale, dove gli uomini hanno perso potere sulle donne e non sanno, dunque, tutelare il proprio onore.

http://www.italialaica.it/news/articoli/55870

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