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Quale futuro per il Salone del libro?

Articolo di Paolo Di Stefano (Corriere 28.7.16)

“”Diciamolo, di questa triste discussione che ci affligge da qualche settimana non si è capito quasi nulla. Soprattutto non si è capito il perché. Non si capisce con quale programma e a quale scopo preciso l’Associazione italiana editori si sia battuta con tanto ardore e impegno per spostare a Milano il Salone del Libro fondato a Torino nel 1988. Non lo abbiamo ancora capito noi che osserviamo e partecipiamo da anni al mondo dell’editoria, ma il sospetto è che non l’abbiano capito bene neanche gli stessi editori (esclusi i pochissimi fieri combattenti di questa crociata). Dunque, figurarsi che cosa avranno capito i lettori, gli amanti del libro, i potenziali fruitori del futuro Salone milanese (ovvero di quello che per adesso è chiamato con la solita provinciale, e ormai un po’ ridicola, formula anglofona MiBook, ossessiva ripetitività proprio nel Paese di Manuzio, inventore del libro e non del book). Insomma quanti cuori avrà scaldato questo dibattito estivo tra Milano e Torino, oltre a quelli dei dirigenti dell’Aie? L’impressione è che si sia trattato di una questione di politica delle peggiori, cioè delle più opache e indecifrabili, proprio intorno a un argomento (la cultura, la lettura) che dovrebbe invece essere affrontato con ben altra profondità e determinazione in un Paese che legge pochissimo e che diserta le librerie. Sarebbe stato ben più utile se l’Aie, in questi anni di crisi, avesse messo la stessa passione profusa a proposito del trasloco Torino-Milano, affrontando piuttosto temi seri come la crisi culturale (che riguarda anche l’editoria),l’assottigliarsi delle librerie indipendenti, le difficoltà delle piccole case editrici di cultura, il calo di interesse generale verso la lettura. Di tutto insomma aveva bisogno il mondo italiano del libro tranne che di una incomprensibile (e nel migliore dei casi inutile) diatriba sulla sede del Salone. Tanto più che con questa decisione di imperioso autolesionismo (bulimico) si aggiunge confusione alla confusione. A Torino che cosa resterà? E BookCity, che a Milano si è imposta con un suo tratto politico-culturale specifico e apprezzabile, rimarrà inalterata? E BookPride, la fiera dell’editoria indipendente (sempre milanese)? E ora MiBook che cosa proporrà di tanto innovativo rispetto a un appuntamento, quello torinese, che in questi anni (nonostante le gravi magagne economiche) ha creato una sua tradizione internazionale di tutto prestigio, solida e riconosciuta? E soprattutto, garantirà ai piccoli editori quella stessa visibilità che ha sempre assicurato Torino, dove davvero si andava per visitare la più grande libreria italiana con la sorpresa di trovare titoli introvabili durante l’anno nei megastore? In un momento in cui i piccoli temono legittimamente di rimanere schiacciati dalle crescenti concentrazioni, c’era la necessità di una nuova frattura? E infine: perché la Buchmesse di Francoforte rimane a Francoforte e nessuno si sognerebbe mai di trasferirla a Berlino o a Colonia?””

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