TwitterFacebookGoogle+

Quando la Chiesa di Roma perdonava le seconde nozze

NozzeNei primi secoli ai divorziati risposati era rimessa la colpa e data la comunione, ma poi in Occidente questa prassi è stata abbandonata. Oggi papa Francesco l’ha rimessa in campo, mentre tra i cardinali si duella.  

di Sandro Magister –
ROMA, 31 gennaio 2014 – A metà febbraio i cardinali e vescovi del consiglio della segreteria del sinodo si riuniranno per valutare le risposte al questionario distribuito in ottobre in tutto il mondo.

Il sinodo ha per tema “le sfide pastorali sulla famiglia” e si terrà a Roma dal 5 al 19 ottobre. Fra le trentanove domande del questionario, cinque riguardano i cattolici divorziati e passati a seconde nozze, e la loro impossibilità di ricevere i sacramenti dell’eucaristia e della riconciliazione.

Su questo punto la discussione è molto vivace e le pressioni per ammettere alla comunione i divorziati risposati sono molto forti nell’opinione pubblica, con il sostegno di vescovi e cardinali di spicco.

Oggi infatti, nella Chiesa cattolica, l’unica via per essere ammessi alla comunione eucaristica, da parte dei divorziati risposati che restano fermi nel loro secondo matrimonio, è l’accertamento della nullità del precedente matrimonio celebrato in chiesa.

La nullità può essere ricondotta a numerose cause e i tribunali ecclesiastici sono generalmente comprensivi nel risolvere per questa via casi matrimoniali anche difficili.

Ma i tribunali ecclesiastici sono impossibilitati a far fronte al gran numero dei matrimoni in sospetto di invalidità. A detta di papa Francesco – che ha citato in proposito l’arcivescovo di Buenos Aires suo predecessore – i matrimoni nulli potrebbero essere addirittura “la metà” di quelli celebrati in chiesa, perché celebrati “senza maturità, senza accorgersi che è per tutta la vita, per convenienza sociale”.

La gran parte di questi matrimoni invalidi neppure viene sottoposta al giudizio dei tribunali ecclesiastici. Non solo. I tribunali ecclesiastici esistono e funzionano solo in alcuni paesi, mentre ne sono prive ampie regioni dell’Africa, dell’Asia e della stessa America latina. In alcune aree di recente evangelizzazione il matrimonio monogamico e indissolubile neppure è stato ancora accettato dal comune sentire cattolico, in un persistente contesto di unioni instabili o di poligamia.

Su questo sfondo, come ovviare all’impossibilità di risolvere per via giudiziale il gran numero dei passaggi a seconde nozze?

Joseph Ratzinger, sia da cardinale che da papa, aveva più volte affacciato l’ipotesi di consentire l’accesso alla comunione ai divorziati risposati “giunti alla motivata convinzione di coscienza circa la nullità del loro primo matrimonio ma impossibilitati di provare tale nullità per via giudiziale”.

Benedetto XVI avvertiva che “il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito”.

Intanto, però, l’accesso spontaneo dei divorziati risposati alla comunione è diventato una prassi diffusa, tollerata da preti e vescovi, anzi, qua e là incoraggiata e ufficializzata, come nella diocesi tedesca di Friburgo. Col rischio di scaricare tutto sulla coscienza del singolo e di accrescere la distanza tra la visione alta ed esigente del matrimonio quale appare nei Vangeli e la vita pratica di numerosi fedeli.

In questa fase di avvicinamento al sinodo sulla famiglia, papa Francesco ha dato spazio a un confronto tra posizioni diverse se non opposte, contribuendo lui stesso a generare l’attesa di “aperture”.

Da un lato ha voluto la pubblicazione in sette lingue su “L’Osservatore Romano” del 23 ottobre di una nota del prefetto della congregazione per la dottrina della fede Gerhard L. Müller molto rigorosa nel riaffermare la “santità” indissolubile del matrimonio cristiano e nel respingere “un adeguamento allo spirito dei tempi” quale sarebbe la concessione della comunione ai divorziati risposati sulla base semplicemente delle loro scelte di coscienza.

Dall’altro lato il papa ha lasciato che vescovi e cardinali – anche di sua conclamata fiducia, come Reinhard Marx e Óscar Rodríguez Maradiaga – si esprimessero pubblicamente contro Müller e a favore di un superamento del divieto della comunione.

I fautori del cambiamento, quando esplicitano la loro posizione, fanno affidamento da ultimo sulla coscienza dei singoli.

Ma è la coscienza l’unica via di soluzione al problema dei divorziati risposati?

Stando a quanto accadeva nei primi secoli del cristianesimo, no. La soluzione era allora un’altra.

*

A richiamare recentemente l’attenzione su come la Chiesa dei primi secoli affrontò la questione dei divorziati risposati è un sacerdote di Genova, Giovanni Cereti, studioso di patristica e di ecumenismo, oltre che per più di trent’anni assistente del movimento di spiritualità coniugale delle Equipes Notre-Dame.

Cereti ha ristampato pochi mesi fa un suo dotto studio pubblicato la prima volta nel 1977 e riedito nel 1998, dal titolo: “Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva”.

La chiave di volta di questo studio – ricchissimo di riferimenti ai Padri della Chiesa alle prese col problema delle seconde nozze – è il canone 8 del concilio di Nicea del 325, il primo dei grandi concili ecumenici della Chiesa, la cui autorità è stata sempre riconosciuta da tutti i cristiani.

Il canone 8 del concilio di Nicea dice:

“A proposito di quelli che si definiscono puri, qualora vogliono entrare nella Chiesa cattolica, questo santo e grande concilio stabilisce […] prima di ogni altra cosa che essi dichiarino apertamente, per iscritto, di accettare e seguire gli insegnamenti della Chiesa cattolica: e cioè essi entreranno in comunione sia con coloro che sono passati a seconde nozze, sia con coloro che hanno ceduto nella persecuzione, per i quali sono stabiliti il tempo e le circostanze della penitenza, così da seguire in ogni cosa le decisioni della Chiesa cattolica e apostolica”.

I “puri” al quale il canone si riferisce sono i novaziani, i rigoristi dell’epoca, intransigenti fino alla definitiva rottura sia con gli adulteri risposati sia con chi aveva apostatato per aver salva la vita, anche se si erano poi pentiti, erano stati sottoposti alla penitenza ed erano stati assolti dal loro peccato.

Esigendo dai novazioni, per essere riammessi nella Chiesa, di “entrare in comunione” con queste categorie di persone, il concilio di Nicea ribadiva dunque il potere della Chiesa di perdonare qualsiasi peccato e di riaccogliere nella piena comunione anche i “digami”, cioè gli adulteri risposati, e gli apostati.

Da allora, riguardo ai divorziati risposati, nella cristianità hanno convissuto due tendenze, una più rigorista e una più disposta al perdono. Nel secondo millennio, nella Chiesa di Roma si è imposta la prima. Ma in precedenza per molti secoli anche in Occidente ha avuto spazio la prassi del perdono.

Il neocardinale Müller, nella sua nota su “L’Osservatore Romano”, scrive che “nell’epoca patristica i credenti separati che si erano risposati civilmente non venivano riammessi ai sacramenti nemmeno dopo un periodo di penitenza”. Ma subito dopo riconosce che “a volte sono state cercate soluzioni pastorali per rarissimi casi limite”.

Più aderente alla realtà storica è stato Ratzinger, in un suo scritto del 1998 ripubblicato il 30 novembre 2011 in più lingue su “L’Osservatore Romano”, che così riassume lo stato della questione secondo i più recenti studi:

“Si afferma che il magistero attuale si appoggerebbe solo su un filone della tradizione patristica, ma non su tutta l’eredità della Chiesa antica. Sebbene i Padri si attenessero chiaramente al principio dottrinale dell’indissolubilità del matrimonio, alcuni di loro hanno tollerato sul piano pastorale una certa flessibilità in riferimento a singole situazioni difficili. Su questo fondamento le Chiese orientali separate da Roma avrebbero sviluppato più tardi accanto al principio della akribìa, della fedeltà alla verità rivelata, quello della oikonomìa, della condiscendenza benevola in singole situazioni difficili. Senza rinunciare alla dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, essi permetterebbero in determinati casi un secondo e anche un terzo matrimonio, che d’altra parte è differente dal primo matrimonio sacramentale ed è segnato dal carattere della penitenza. Questa prassi non sarebbe mai stata condannata esplicitamente dalla Chiesa cattolica. Il sinodo dei vescovi del 1980 avrebbe suggerito di studiare a fondo questa tradizione, per far meglio risplendere la misericordia di Dio”.

Più avanti, in questo stesso scritto, Ratzinger indica in san Leone Magno e in altri Padri della Chiesa coloro che “cercarono soluzioni pastorali per rari casi limite” e riconosce che “nella Chiesa imperiale dopo Costantino si cercò una maggiore disponibilità al compromesso in situazioni matrimoniali difficili”.

Il concilio ecumenico di Nicea fu convocato infatti proprio da Costantino e il suo canone 8 espresse proprio questo orientamento.

Va anche precisato che in quel periodo i passati a seconde nozze che venivano riammessi nella comunione della Chiesa restavano assieme al nuovo coniuge.

In Occidente, nei secoli successivi, il periodo penitenziale che precedeva la riammissione all’eucaristia, inizialmente breve, si prolungò man mano fino a diventare permanente, mentre in Oriente ciò non avvenne.

Furono i tribunali ecclesiastici, in Occidente nel secondo millennio, ad affrontare e risolvere i “casi limite” di seconde nozze, accertando la nullità del precedente matrimonio. Ma con ciò cancellando la conversione e la penitenza.

Oggi coloro che, come Giovanni Cereti, richiamano l’attenzione sulla prassi della Chiesa dei primi secoli, propongono il ritorno a un sistema penitenziale simile a quello allora adottato, e tuttora conservato in una certa forma nelle Chiese d’Oriente.

Estendendo il potere della Chiesa di assolvere tutti i peccati anche a chi ha rotto il primo matrimonio ed è entrato in una seconda unione, si aprirebbe la strada – sostengono – a “una maggiore valorizzazione del sacramento della riconciliazione” e a “un ritorno alla fede di molti che oggi si sentono esclusi dalla comunione ecclesiale”.

Forse a questo pensava papa Francesco quando, nell’intervista sull’aereo di ritorno da Rio de Janeiro, il 28 luglio 2013, aprì e chiuse “una parentesi” – parole sue – sugli ortodossi che “seguono la teologia della ‘economia’, come la chiamano, e danno una seconda possibilità di matrimonio”.

Aggiungendo subito dopo:

“Credo che questo problema [della comunione alle persone in seconde nozze] si debba studiare nella cornice della pastorale matrimoniale”.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350707

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.