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Quando la prevalenza dell’economia e’ una scelta politica

Articolo di Roberto Esposito (Repubblica 22.1.14)

“”Sul Corriere della sera del 20 gennaio Ernesto Galli della Loggia, interloquendo con un mio precedente articolo su queste pagine del 7 gennaio, apre una discussione di sicuro interesse, centrata sul ruolo del neoliberalismo nell’attuale crisi, ma allargata ad un orizzonte storico assai più ampio e profondo. Lo fa con la consueta verve polemica, mescolando con sapienza notazioni acute e presupposti ideologici. La sua tesi di fondo è che una certa sinistra “radicale” e “antagonista” assegni all’economia un ruolo eccessivo, attribuendo al capitalismo effetti perversi che derivano dal processo di secolarizzazione moderna. Ricerca del guadagno con ogni mezzo e dominio incontrollato sulla natura sarebbero conseguenze non di una data politica economica, ma dell’“alambicco faustiano” della modernità in cui si fondono primato dell’individuo e razionalità tecnico-scientifica. Costi e benefici della civilizzazione moderna sono dunque talmente intrecciati che non è possibile evitare gli uni senza rinunciare agli altri. Anziché fare propria questa amara saggezza – che il nostro male deriva dalla secolarizzazione e dunque è per molti versi inevitabile – la sinistra radicale se la prende con avversari di comodo.
Posso apprezzare la coerenza interna di questa prospettiva. Che però va misurata alla prova dei fatti. Mi verrebbe di invitare Galli della Loggia a fare più storia e meno filosofia. E non perché sia sbagliato inquadrare questioni contemporanee entro blocchi temporali di lungo periodo. Fino a quando, però, i paradigmi generali non cancellino le distinzioni e le discontinuità. La modernità non è un flusso continuo che scorre dal Quattrocento ai giorni nostri. Essa ha significato molte cose, spesso in contrasto tra loro. Al suo interno si sono incrociate, e anche scontrate, politica, economia, tecnica in vicende alterne. L’uscita dall’orizzonte teologico non ha portato solo egoismi e conflitti, ma anche responsabilità e vita civile. All’interno del Moderno ci sono fenomeni diversi come l’umanesimo italiano, lo Stato assoluto, il repubblicanesimo olandese, la rivoluzione francese, il liberalismo ed il socialismo. C’è la richiesta di libertà, ma anche l’esigenza di uguaglianza. Non mi sembra che sindacalismo, New Deal e Welfare siano antimoderni. Schiacciare tale complessità sul primato dell’individuo e il trionfo della tecnica, mi pare quantomeno riduttivo. Si può dire che i nostri problemi nascono dalla modernità, ma anche che derivino dal suo mancato compimento.
Come spesso accade, le cose non si oppongono mai come il bianco al nero, ma si combinano in una proporzione che poi fa la differenza. Questo vale anche per quanto è accaduto nell’ultimo settantennio. Che politica ed economia siano sempre intrecciate è fuori dubbio. Ciò non significa, però, che i loro rapporti di forza restino immutati. In questo senso il liberalismo ottocentesco non è lo stesso del neoliberismo. Due sono state le fratture decisive che hanno segnato la storia di questi decenni. La prima va individuata alla fine degli anni Settanta, quando in nome della liberazione da vincoli oppressivi si è smantellato lo Stato sociale prima nei Paesi anglosassoni e poi nel resto di Europa. È stato allora che l’economia è sembrata prevalere fino a spingere la politica ai margini del quadro.
L’altro passaggio decisivo è stato segnato dal dispiegamento della globalizzazione, che ha indebolito le prerogative politiche degli Stati nazionali senza rafforzare – almeno nel caso nostro – quelle del continente che li contiene. Anch’esso ha contribuito al dominio incontrastato della logica mercantile, piegata alla finanza e allargata allo spazio globale, rispetto alle regole che nel primo trentennio del dopoguerra hanno protetto le fasce più deboli. Certo, neanche allora i regimi occidentali erano “il regno dell’autenticità e della solidarietà”. Ma mi pare ci sia una differenza tra una società che si prefigge l’obiettivo della piena occupazione e un’altra che rende il mercato del lavoro una corrida in cui chi vince prende tutto e chi perde si può anche suicidare. Nella storia uno stesso fenomeno assume un senso diverso a seconda del contesto spaziale e temporale in cui si verifica. Se degli uomini vengono frustati a morte finché annegano in mare non è la stessa cosa se ciò accade a fine Settecento sulle coste della Virginia o nel 2013 non lontano dalla Sicilia.
Ciò ha a che vedere con la centralità dell’individuo e lo sviluppo impetuoso della scienza? Forse ha più a che fare con il modo con cui entrambi vengono intesi e praticati. Personalmente, pur considerando decisiva la rivendicazione dei diritti individuali, ho sempre insistito sul polo della comunità. Quanto poi alla relazione tra tecnica e vita mi esprimerei con prudenza. Premesso che l’uomo è l’animale tecnologico per eccellenza, sono lontano dall’idea ingenua che gli enormi problemi che abbiamo di fonte possano essere risolti dalla tecnica. I cui effetti politici dipendono comunque da coloro che ne gestiscono gli accessi e il controllo. Essere di sinistra, non so se “radicale”, significa pensare che ciò che ci aspetta non è mai del tutto determinato da quanto ci precede.””

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