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Quando una app ti chiede il consenso per poter accedere ai tuoi dati: il caso CA

“Usiamo i dati per cambiare il comportamento del pubblico”. Fin dalla sua homepage, Cambridge Analytica non fa mistero del suo scopo principale: aiutare i politici ad aumentare il consenso negli elettori, attraverso l’analisi di grandi quantità di dati basati sull’utilizzo dei nostri dispositivi informatici. La società, che ha lavorato per la campagna elettorale di Donald Trump, è accusata di aver impiegato un’app collegata al social network per ricavare, senza consenso, i dati di cinquanta milioni di profili Facebook.

Il funzionamento di questo strumento è stato spiegato al Guardian dal whistleblower Christopher Wylie, che chiarisce come chiunque abbia usato l’app – un quiz per la l’auto profilazione degli utenti – avrebbe consentito al software di accedere non solo alle sue informazioni, ma anche a quelle dei suoi amici. Così poche centinaia di migliaia di utenti che hanno effettivamente partecipato al gioco hanno involontariamente aperto a Cambridge Analytica le porte di milioni di altri account: una delle più grandi appropriazioni di dati mai avvenute su un social network.

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Il tema del consenso è cruciale, e tuttavia spesso sottovalutato dagli utenti. In un post su Facebook, il social network chiarisce: “L’accusa secondo la quale si tratti di una fuga di dati è completamente falsa. Aleksandr Kogan (il ricercatore che ha sviluppato l’app) ha chiesto e ottenuto l’accesso alle informazioni di utenti che hanno scelto di iscriversi al programma, e chiunque sia stato coinvolto ha dato il suo consenso”. Per questo oggi potrebbe essere il momento di rivedere a quali app si è dato accesso. Per farlo è sufficiente accedere a questa pagina: molto probabilmente l’utente medio scoprirà che collegati al suo account ci sono decine di strumenti terzi che non usiamo ma che conservano il diritto di accedere alla nostra attività online. Tramite la schermata di revisione è possibile disattivare tali app, o segnalare quelle il cui scopo è ambiguo.

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Commentando il caso di Cambridge Analytica, il whistleblower Edward Snowden ha scritto su Twitter: “Business che fanno soldi raccogliendo e vendendo le dettagliate informazioni di vite private, un tempo erano chiaramente chiamati ‘compagnie di sorveglianza’”. La poca attenzione di molti utenti nel gestire i permessi concessi ai servizi online è spesso abusata da parte di aziende che usufruiscono dell’accesso non necessario a informazioni personali. Tutti dati utilizzati per fini statistici, quando non per esercitare un controllo diretto sulle attività di chi utilizza i social. “Cambiarne marchio in ‘social media’ – prosegue Snowden – è il più grande raggiro da quando il Dipartimento della guerra è diventato Dipartimento della difesa”. E iniziare a prendersi cura del modo in cui i nostri dati vengono trattati è un primo modo per proteggere la nostra identità.

Businesses that make money by collecting and selling detailed records of private lives were once plainly described as “surveillance companies.” Their rebranding as “social media” is the most successful deception since the Department of War became the Department of Defense.

— Edward Snowden (@Snowden) March 17, 2018

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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