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Quante sono le apparecchiature mediche negli ospedali italiani troppo vecchie?

In ambito sanitario il nuovo governo giallo-verde dovrebbe inserire l’ammodernamento delle tecnologie e degli strumenti di diagnostica in cima alla sua agenda. È quanto afferma Antonio Spera, amministratore delegato di GE Healthcare Italia, intervenuto al workshop “Vetustà ed obsolescenza del parco tecnologico”, organizzato dall’Associazione Culturale Giuseppe Dossetti – I Valori Onlus a Villa Brasavola de Massa, a Verona. “In Italia un gran numero di apparecchiature ha ormai superato i limiti dell’obsolescenza tecnologica e non è più in grado di soddisfare gli standard di utilizzo”, ha dichiarato. “Secondo dati Assobiomedica, l’età media dei sistemi di diagnostica per immagini è superiore a 7 anni, con punte addirittura di oltre i 13 anni nel caso di alcune tecnologie. Questa situazione è divenuta ormai insostenibile e riteniamo sia da inserire tra le priorità della nuova legislatura dato che è spesso direttamente correlata anche allo sviluppo di liste d’attesa penalizzanti per i cittadini.

Il 50% delle apparecchiature è troppo vecchia

Risonanze magnetiche, Pet, Tac, angiografi, mammografi, ventilatori per anestesia e terapia intensiva e molte altre: il 50% delle apparecchiature per la diagnostica è obsoleto. Almeno secondo i dati di Assobiomedica pubblicati lo scorso dicembre. “Nello specifico, destano preoccupazione il 95% dei mammografi convenzionali con più di 10 anni di vita, così come il 69% di apparecchiature mobili convenzionali per le radiografie, il 52% dei ventilatori di terapia intensiva e il 79% dei sistemi radiografici fissi convenzionali”.

I rischi dei macchinari obsoleti

Erogare sanità con tecnologia obsoleta è limitante nel risultato clinico, è a volte rischioso per il paziente e per gli stessi operatori sanitari ed è certamente più oneroso in termini di costi di manutenzione con eventuali ritardi e sospensioni nell’utilizzo dei macchinari, che generano tempi di attesa più lunghi e carichi di utilizzo mal gestiti.

Le proposte

“Un’azione radicale di rinnovamento è quindi urgente – sostiene Spera – e le proposte non mancano: compartecipazione di capitali pubblici e privati, ricorso alla leva fiscale, schemi di “rottamazione dell’usato”, estensione del perimetro del piano nazionale Industria 4.0 allo scopo di consentire l’iper-ammortamento per gli investimenti in Sanità, ma anche il superamento dell’attuale immobilismo dei sistemi di remunerazione delle prestazioni, seguendo una logica di flessibilità e differenziazione. Oggi il peso delle tecnologie nella cura dei pazienti tende a crescere rispetto alle altre voci di spesa e non assecondarlo, governandolo al contempo con modelli di valutazione clinica ed economica, rischia di lasciare il nostro Paese al di fuori della medicina di eccellenza e di penalizzare ulteriormente il nostro sistema sanitario.”

“Una direttiva inutile con macchinari vecchi”

Sul numero dei macchinari vecchi e sulla necessità di un ammodernamento degli stessi concorda anche Bruno Beomonte Zobel, professore ordinario di Diagnostica per Immagini e Radioterapia Università “Campus Bio-Medico” di Roma. “Quello della obsolescenza delle apparecchiature di Diagnostica per Immagini è un tema molto caro anche alla Società Italiana di Radiologia Medica ed Interventistica (SIRM), la società professionale che rappresenta più di 10.000 radiologi italiani, che si è più volte espressa per un ricambio di tali macchine”, ha spiegato il professore all’Agi. “È vero che il 50 % delle apparecchiature è obsoleto perché la maggior parte di questi apparecchi è rappresentato da macchine di radiologia tradizionale che non vengono sostituite con la stessa frequenza di ecografi, apparecchi di TAC o di RM”.

Il docente ha inoltre ricordato che “una direttiva della Unione Europea sulla Radioprotezione, entrata in vigore lo scorso mese di Febbraio, obbliga il radiologo a dichiarare sul referto la dose di radiazione cui è stato esposto il paziente”. Questa direttiva, però, “non è stata ancora recepita dal governo italiano sia per i noti ritardi, sia perché la maggior parte delle apparecchiature utilizzate non sono in grado di esprimere tale valore e si dovrebbero spendere dei quattrini per ottemperare alle suddette norme o cambiando le apparecchiature o aggiungendo dei dosimetri a quelle attuali”.

“Macchinari vecchi non portano a diagnosi sbagliate”

Per Beomonte Zobel, però, il problema è più articolato: “Se da un lato apparecchiature più moderne, consentono di “vedere” meglio e di riconoscere più facilmente malattie presenti, a solo titolo di esempio si pensi che non tutte le TAC in attività sul territorio italiano sono in grado di eseguire studi diagnostici per definire la normalità o meno delle coronarie, le arterie del cuore, d’altro canto non bisogna ingenerare nei pazienti il dubbio che non siano correttamente assistiti perché le macchine sono vecchie”.

La qualità della prestazione di Diagnostica per Immagini “dipende solo in parte dalla qualità della macchina. È la professionalità del radiologo, che in Italia è molto elevata, che decide cosa può essere efficacemente effettuato con una certa apparecchiatura e cosa no. È il radiologo che decide di eseguire un certo esame con una determinata tecnica di studio, verificando in precedenza l’appropriatezza e la giustificazione clinica di tale scelta e, successivamente, interpreta i risultati dell’esame stesso, assumendosene in toto la responsabilità”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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