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Quegli uomini in fila mandati a morire

Articolo di Adriano Sofri (Repubblica 29.8.14)

“”Perché stiamo guardando e mostrando con più attenzione e costanza queste immagini? Fanno cassetta? NON è escluso: ma se fosse per ciò non risparmieremmo il subisso di filmati traboccanti di macelleria in atto. È giusto sottrarci allo spettacolo raccapricciante e torbido: pur di non cedere alla rimozione. È il mondo in cui viviamo, in cui alcuni “di noi” muoiono e uccidono: ed è soprattutto il mondo in cui si sono bruciate le distanze fra “noi” e “loro”. Un vicinato. Anche questa fotografia — oscenamente “bella”, come un film di Lean — ha il suo complemento nel video che mostra l’epilogo e il sipario. Il genere è consolidato, si chiama “marcia della morte”, annovera le decine di migliaia di difensori di Bataan, filippini e americani, incolonnati dai giapponesi, umiliati, torturati, e finiti lungo un cammino forzato. Trucidati di preferenza con la decapitazione. Annovera gli stremati prigionieri dei campi di sterminio nazisti da sottrarre, nel 1944 e 1945, all’arrivo dei russi e degli alleati. Soprattutto annovera l’antesignana moderna delle marce della
morte, quella cui, in un territorio vicinissimo alla Siria della fotografia di oggi, furono costretti gli armeni dall’esercito ottomano; a infierire su loro lungo il cammino fu la manodopera curda, la macchia più grave su un popolo carico a sua volta di persecuzioni.
Nella nostra fotografia non c’è una marcia della morte che li deporti lontano e li decimi lungo il percorso: c’è l’incolonnamento del bestiame portato al luogo del macello. Del bestiame, dico, e non per metafora. Gli incolonnati sono sciagurati militari del regime siriano di Assad che fino a poco fa hanno difeso il campo d’aviazione di Tabqa, l’ultima ridotta espugnata dallo Stato Islamico nella provincia di Raqqa in cui ha la sua roccaforte. Sono stati denudati delle loro uniformi, per destituirli della qualità di soldati e combattenti, ma anche della qualità di umani. Le mutande che hanno indosso non sono un ultimo straccio di rispetto al loro pudore, ma alla verecondia timorata degli aguzzini.
I quali, al lato e in coda, sono pochi, proprio come pastori con un gregge spinto al macello. Non ci sono cani, perché i pastori musulmani disprezzano i cani. I condannati sono centinaia e sanno qual è la loro meta. E se guardandoli ci chiediamo, vecchia eterna domanda di spettatori, perché non si ribellino, perché almeno non riscattino il momento estremo con un gesto senza speranza (chissà, forse qualcuno l’ha fatto), sbrighiamoci ad ammettere che tanto varrebbe domandarsi perché le pecore non si ribellino a cani e pastori e macellai.
E forse a questi uomini spogliati e costretti a confondersi come ci si confonde in una mandria, il pensiero di arrivare in fondo alla marcia forzata e ricevere la propria pallottola alla nuca deve apparire come una grazia. Nel video — “amatoriale”, mai l’aggettivo fu così appropriato — li si vede sfilare con le mani giunte dietro la nuca e poi, a cose fatte, allineati e accatastati l’uno sull’altro come birilli ruzzolati da un lato.
La meticolosa carrellata sui cadaveri è come un’incombenza minore dei boia che stanno già dando le spalle a quel pasto di cani e uccelli. Almeno duecento birilli.
A difendere Taqaba erano in 1.400, e nella battaglia durata cinque giorni a centinaia sono morti in un campo e nell’altro. Altre centinaia sono riusciti a fuggire. Le atrocità vengono commesse alternamente dagli uni e dagli altri, anche se l’Is ha portato un sovrappiù di spietatezza corporale e ne ha fatto la propria arma peculiare, il segreto del terrore suscitato nei nemici e del plauso guadagnato fra gli adepti. La rete è piena di loro spettacoli dell’orrore, e di documentari in cui si esibiscono senza passamontagna, enunciando dettagliatamente i loro piani, vantando prodezza e moralità delle imprese che a noi sembrano ributtanti, compiacendosi di far rispondere al loro bambino, fra effusioni affettuose e virili, se preferisca essere muhiahid o shahid suicida. Sempre di ieri era la piccola notizia che molte decine di caschi blu, filippini e di altre nazionalità, sono stati catturati in Siria. Appartengono a una forza dell’Onu che ha nella denominazione la parola “desengagement”: più chiaro di così.
Per aver scelto di non fare niente nel corso di anni, i paesi occidentali si interrogano oggi costernati su che cosa fare. Soprattutto,
come fare ad arginare il Califfato senza riammettere Assad nel salotto buono. Qualunque intervento dovrebbe avere un’esplicita condizione: che Bashar Assad lasci il potere e si trovi un futuro di suo gusto in qualche albergo russo. La successiva condizione è che i confini, cancellati dalla irresistita avanzata dell’Is in nome del califfato universale, non vengano ripristinati ma sostituiti dal progetto di una comunità civile e un mercato mediorientale sullo stampo dell’Unione europea, se l’Unione europea aderisse al suo stampo. E se guardasse con attenzione la fotografia.””

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