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Quei «Figlicidi» commessi da genitori insospettabili

Quei «Figlicidi» commessi da genitori insospettabiliQuei «Figlicidi» commessi da genitori insospettabili Sarebbe auspicabile essere genitori più «normali» e meno impeccabili: l’imperfezione è la vera conquista.

PAOLO DI STEFANO

Non passa giorno in cui non arrivi la notizia di un bambino ucciso: dai genitori o dalle guerre, insomma per mano intenzionale degli adulti. Questa, poi, è l’estate dei figlicidi, dalla strage di Motta Visconti in poi: e parlo di «figlicidio» ben sapendo che esiste una parola antica come «infanticidio», che da che mondo è mondo comprende persino gli omicidi rituali dei minori. Ma così come è stato coniato il neologismo «femminicidio», anche se da che mondo è mondo esiste l’«uxoricidio» per designare più o meno lo stesso crimine, sarebbe bene dare un nome nuovo (o quasi, se ne parla qua e là nel gergo tecnico-psicologico) a una pratica che ormai ha tutte le terribili qualità di un olocausto quotidiano e domestico.

Perché il vocabolario è tutt’altro che neutro e a volte contribuisce a uno choc salutare delle coscienze. Dunque, da oggi in poi, mi piacerebbe che si parlasse di «figlicidio» e che periodicamente si facesse il conto atroce dei minori uccisi dagli adulti, con le loro facce e le loro storie, proprio come si fa, giustamente e finalmente, con gli omicidi domestici per mano dei maschi ai danni delle loro mogli, compagne, fidanzate. Probabilmente ne verrebbe un conteggio altrettanto spaventoso (se proprio vogliamo contabilizzare l’orrore).

Sì, perché il paradosso è che in una società di genitori ultraprotettivi, come insegnano da tempo gli esperti della famiglia, in una società di madri totali e di padri mammosi, la morte dei bambini, ripetuta giorno per giorno – a Sud o a Nord, in condizioni di povertà o di benessere, di conflitto aperto o di apparente concordia-, sembra lasciarci del tutto indifferenti, al di là delle prime reazioni di assorta incredulità accompagnata dalle solite frasi, che aiutano a consolidare il tabù e ad assicurarci che a noi no, a noi non potrà mai capitare. In realtà, non c’è genitore figlicida che non venga descritto dai vicini e dai parenti come un genitore esemplare, premuroso, attento, rispettoso. Uno come noi, insomma. Sempre pronto a soddisfare i desideri dei propri ragazzi, a rassicurarli, a proteggerli.

Roberto Russo, il padre di San Giovanni La Punta, dopo la separazione dalla moglie era talmente preoccupato di Laura e Marica da lasciarle dormire nel suo letto (e proprio lì le ha aggredite). E il ferroviere di Ancona, Luca Giustini, che qualche giorno fa ha accoltellato la figlia di un anno e mezzo nella culla? Anche lui un padre perfetto, mai una violenza, mai uno scatto isterico. Come Carlo Lissi, del resto. Eppure poi si scopre che basta un niente perché madri e padri perdano il controllo al punto da rivolgere la loro rabbia, follia, disperazione contro le persone che erano loro le più care al mondo, le più vicine (anche eccessivamente vicine): per vendetta contro il coniuge, per motivi economici, per paura e per fragilità, per senso di colpa, per depressione, per stress, persino per altruismo pensando così di risparmiare al piccolo i mali del mondo. Come dire: per nessuna ragione, visto che si tratta sempre di motivi futili se paragonati agli effetti. Sarebbe auspicabile essere genitori più «normali» e meno impeccabili: l’imperfezione è la vera conquista.

http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_23/i-figlicidi-commessi-genitori-insospettabili-15b7452e-2a87-11e4-9f31-ce6c8510794f.shtml

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