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Quell'asse abortito tra Conte e Macron

In un Paese sotto shock per una crisi istituzionale tra le più laceranti della storia della Repubblica, si rincorrono le ricostruzioni più disparate sulle ragioni che hanno portato Sergio Mattarella a respingere la candidatura di Paolo Savona come ministro dell’Economia.

Per quanto l’economista sardo avesse negato di voler uscire dall’euro, il Colle aveva le sue ragioni nell’essere perplesso, da qualche paragone un po’ troppo diretto nel suo ultimo libro tra l’egemonia tedesca nell’Eurozona e il terzo Reich alla scelta paradossale di pubblicare un chiarimento, che si voleva rassicurante, su Scenari Economici, un sito che più euroscettico non si può.

Sostenere, come fanno alcuni, che Mattarella abbia ricevuto pressioni esplicite da Berlino perché Savona non passasse pare un eccesso di dietrologia (costanti sono stati invece i contatti con il presidente della Bce, Mario Draghi).

Quel che è sicuro, però, è che il (momentaneo?) naufragio dell’esecutivo giallo-verde si è risolto, di fatto, in una vittoria della Germania e una cocente sconfitta per la Francia, che avrebbe potuto trovare un alleato nella sfida per costringere Angela Merkel a cambiare le regole europee e concedere più flessibilità. Così come è più che plausibile che Emmanuel Macron non guardasse con sfavore alla formazione di un governo a guida pentastellata. Ci sono molti indizi che portano in questa direzione. Vediamo quali.

La lettera di Savona (e le parole di Dibba)

Nella lettera con la quale Savona lunedì ha accusato Mattarella di avergli fatto un “grave torto”, c’è un passaggio nel quale è scritto esplicitamente che: 

Il 28 e 29 giugno si terrà un incontro importante tra Capi di Stato a Bruxelles: chi rappresenterà le istanze del popolo italiano? Non potrà andarci Mattarella, né può farlo Cottarelli. Se non avesse avuto veti inaccettabili, perché infondati, il Governo Conte avrebbe potuto contare sul sostegno di Macron, così incanalando le reazioni scomposte che provengono dall’interno di tutti indistintamente i paesi-membri europei verso decisioni che aiutino l’Italia a uscire dalla china verso cui è stata spinta. 

Lo stesso giorno, a Otto e Mezzo, Alessandro Di Battista, negando che il governo Conte avrebbe avuto intenti antieuropeisti e un po’ riprendendo l’argomentazione di Savona, affermava che l’esecutivo giallo-verde avrebbe potuto trovare “sponda in Macron” per chiedere più flessibilità a Berlino. L’interrogativo, ora, è se tali parole riflettessero le attese per quella che sarebbe stata un’evoluzione politica abbastanza naturale o avessero dietro un abbozzo di strategia comune.

Il tramonto dell’asse franco-tedesco

La principale novità portata da Macron in Europa è, al di là delle dichiarazioni formali di comodo, la rottura dell’asse franco-tedesco, che ai tempi di Sarkozy e Hollande era basato soprattutto sulla subordinazione di Parigi alle decisioni di Berlino, che a sua volta chiudeva un occhio su certe trasgressioni dell’alleato (come infrangere per 10 anni di seguito il Patto di Stabilità).

La differenza di vedute tra le due maggiori potenze dell’Eurozona erano però esplicite. La Francia vuole e voleva una maggiore integrazione, con tanto di emissione di titoli di debito comuni, voleva più flessibilità per gli investimenti, magari ridiscutendo quel tetto del 3% fissato per il deficit. Tutte proposte alle quali la Germania, a cui fa più comodo lo status quo attuale, si è sempre opposta.

Però, finché la Gran Bretagna era dentro, si poteva dire che era Londra (che pure non era nell’Eurozona) a non volere una “even closer union”, un’unione ancora più stretta. Con la Brexit​, invece, Angela Merkel ha perso il ruolo di mediatrice ed è ufficialmente lei la leader che frena verso l’integrazione più profonda che invece Macron vuole, come dimostra la gelida accoglienza per le proposte avanzate in questo senso dall’Eliseo.

Perché Parigi ha bisogno di Roma

Nonostante il protagonismo di Macron abbia causato frizioni con l’Italia su molti fronti (dalla Libia all’immigrazione, fino alla vicenda Fincantieri), la Francia non ha mai avuto così bisogno di un’alleanza organica con l’Italia. Parigi e Roma hanno obiettivi comuni: allentare i parametri di Maastricht e convincere Berlino, se non ad aprire agli Eurobond, a fare qualcosa per diminuire il suo enorme surplus commerciale nei confronti dei partner europei.

Il momento è molto delicato: il mandato di Mario Draghi alla guida della Bce è entrato nella sua fase finale ed è tutt’altro che improbabile che a seguirlo sarà un tedesco o un altro membro del partito dell’austerità. Potrebbero non esserci nuove occasioni, almeno nel breve periodo, per invertire la rotta. E Francia e Italia (magari insieme alla Spagna) compatte peserebbero più della Germania, all’interno della Bce prima di tutto.

I contatti passati in vista delle Europee

Per portare avanti il suo progetto, Macron in Italia contava su due forni: da una parte il Pd, dall’altra il Movimento 5 Stelle che, soprattutto da quando c’è alla guida Di Maio, ha smesso di vedere come una forza euroscettica, bensì come un partito che, come lui, vuole un’Europa diversa.

Con intenzioni un po’ confuse, magari, ma proprio per questo facile da instradare nella propria direzione. La prima apertura esplicita arrivò lo scorso marzo, con un’intervista al Corriere di un consigliere di Macron di nome Shahin Vallée. Costui parlò di “un forte interessamento al dialogo”. Sempre che l’M5s rinunciasse a farsi ammaliare dalla Lega di Salvini, alleata con il Front National di Marine Le Pen, arcinemica di Macron. La questione aveva suscitato un certo dibattito all’interno di En Marche!, il partito di Macron.

Un’associazione affiliata al partito smentì tutto, bollando i grillini come populisti. Poi arrivò la controsmentita: l’opinione dell’associazione non rispecchiava quella del presidente.

Quel che Macron dice e quel che non dice

Se la speranza di Macron era che Di Maio non si alleasse con Salvini, possiamo comprendere la reazione un po’ stizzita di fronte alla nascita del sodalizio giallo-verde, quando parlò di “forze paradossali su un progetto che non vedo”. E comprendiamo anche la lode del “coraggio” di Mattarella che, rifiutando la nomina di Savona, ha mandato a gambe all’aria il governo giallo-verde di Giuseppe Conte. Mentre Lega e M5s scrivevano un programma comune, a Strasburgo, come rivelò Il Foglio, cresceva la sintonia tra grillini e macroniani. L’obiettivo? Fare blocco alle elezioni europee del 2019, dove Salvini inevitabilmente manterrà l’alleanza con i lepenisti mentre il M5s (che non dovrebbe proseguire la collaborazione con l’ormai defunto Ukip di Farage) ed En Marche avranno bisogno di costruire un nuovo gruppo, di forze post-ideologiche, con una visione nuova dell’Europa.

La telefonata a Giuseppe Conte

La scelta di un candidato premier in quota pentastellata, con un passato a sinistra, come Giuseppe Conte non ha potuto che far tirare un sospiro di sollievo a Macron, che ne ha subito lodato l’impegno europeo manifestato nelle sue prime dichiarazioni pubbliche. Dichiarazioni che contengono un passaggio importante: 

“Il governo dovrà cimentarsi da subito sui negoziati in corso sul bilancio europeo, sulla riforma del diritto d’asilo e sul completamento dell’unione bancaria. Il mio intendimento è impegnare a fondo l’esecutivo su questo terreno operando le alleanze opportune e facendo sì che la direzione di marcia rispetti l’interesse nazionale”.

L’alleanza opportuna era quella con En Marche? La tempestiva telefonata di auguri di Macron a Conte, per “un proficuo scambio sulle principali prospettive delle politiche economiche e sociali europee che coinvolgono i nostri due Paesi” sembra suggerirlo. E le dichiarazioni di Savona e Di Battista suonano quasi come una conferma. Così come quella frase rivelatrice contenuta nell’intervista a Conte pubblicata ieri da Repubblica: “Con Macron ci siamo scambiati delle prime impressioni su misure di politica economica meno recessive”.

 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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