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Quelle madri pentite di avere avuto figli

Un libro appena uscito in Spagna racconta storie di donne che vorrebbero tornare indietro. Pagina99 ha scoperto che il fenomeno esiste anche in Italia.
Stefania Prandi –
Dal numero di pagina99 in edicola il 22 ottobre 2016

«Detesto la maternità, il senso di colpa perenne che ti fanno provare per non essere abbastanza presente, l’idea che tuo figlio debba venire prima di te, sempre e comunque. Non sono mai rientrata nello stereotipo della mamma perfetta, ho sempre preteso i miei spazi. Adesso che Giulio ha 19 anni e se ne è andato a vivere con suo padre, mi sono finalmente riappropriata della mia creatività e del mio tempo». Chiara ha 42 anni, vive a Milano, un lavoro come grafica e illustratrice freelance, e ha deciso di raccontare (con uno pseudonimo) a pagina99 la sua idea di maternità perché, spiega, «è ora di parlare di come si sentono davvero certe donne».

I rimpianti, la sensazione di inadeguatezza, i sentimenti ambivalenti per i figli, il rifiuto vero e proprio per un ruolo sociale carico di aspettative, sono analizzati anche nel libro della sociologa israeliana Orna Donath, Regretting Motherhood, appena pubblicato in Spagna con il titolo Madres Arrepentidas (“madri pentite”). La ricerca, discussa per giorni dalla stampa spagnola (con articoli sulle maggiori testate, da El País a Vogue), è stata realizzata intervistando 23 donne, e raccoglie testimonianze che costringono a riflettere: «se tornassi indietro non lo farei più», «già quando ero incinta sapevo che me ne sarei pentita», «appena è nato ho subito capito che ero di fronte a una catastrofe».

Pensieri, per quanto inconfessabili, più comuni di quanto si creda, ci racconta Francesca, 38enne insegnante bolognese con un bambino di un anno. «Siamo in molte a chiederci se ne sia valsa la pena. Io non ho mai sentito la vocazione, se così possiamo chiamarla, ma poi un giorno ho pensato che forse mi stavo perdendo qualcosa, e così mi sono buttata. Non è che io non voglia bene a mio figlio, lo amo tantissimo, ma anche se ho un marito tutto grava sulle mie spalle, perché io sono la madre». Ilaria, 36enne, ricercatrice, una figlia di tre anni, ci confessa che non si aspettava «tutto questo peso addosso.

Il mio compagno è presente, ma sono soprattutto io a dovermi occupare di lei, perché lui torna tardi la sera. Io sono quella che cerca di conciliare la vita familiare con la carriera ed è così difficile che sto pensando al part-time, pur sapendo bene che sarebbe una sconfitta, perché manderei all’aria tutti gli sforzi che ho fatto». I sentimenti contraddittori non sembrano condizionare l’amore delle madri, secondo la sociologa Donath, che spiega che esisterebbe una scissione tra l’oggetto (i figli) e l’esperienza (la maternità).

Tra le cause di questa dissociazione il fatto che il lead parent, il genitore guida, è ancora considerato dalla società quasi esclusivamente la mamma, anche se lavora fuori casa: è lei che deve occuparsi delle faccende domestiche e della azioni quotidiane di cura dei figli, attività che la filosofa statunitense Andrea Veltman ha definito, per la loro ripetitività e per la frustrazione che procurano, «una tortura di Sisifo». Secondo l’Eurostat, in Italia le donne dedicano, in media, alle incombenze casalinghe e familiari il 200% in più del tempo degli uomini, più di cinque ore al giorno. Una tendenza che ci vede ultimi in Europa, dopo la Spagna.

Il problema, in ogni caso, è diffuso, come indica una recente ricerca della Cornell University: le madri statunitensi sono più affaticate dei padri perché si ritrovano a svolgere i compiti più noiosi e pesanti (mentre i papà trascorrono il tempo giocando con i bambini) e ad avere meno tempo libero. Situazione che diventa ancora più gravosa per le madri single. Ci dice Ginevra, 37 anni, imprenditrice di Firenze: «Mia figlia è arrivata quando avevo 19 anni. Io sono lesbica, ma a quell’età non avevo ancora capito chi fossi davvero. Per problemi di salute cronici, mi sono accorta troppo tardi di essere incinta. Sono convinta che se lo avessi saputo in tempo, avrei abortito. È stata dura essere una madre single e farcela, nonostante i pregiudizi della società. Ho imparato ad amare mia figlia, a prendermene cura, e oggi posso dire che abbiamo un bellissimo rapporto. Sono convinta che l’istinto materno non esista, il bene che vogliamo ai nostri figli non è “naturale”, come vogliono farci credere, ma è una conquista».

Una tesi, questa, sostenuta a più riprese dalla scrittrice e filosofa francese Elisabeth Badinter: nei saggi L’amore in più e Mamme cattivissime? ripercorre lo sviluppo storico della costruzione sociale dell’amore materno, dimostrando che è molto cambiata nel corso dei secoli. Alla fine del Settecento, ad esempio, la maggior parte dei neonati parigini veniva allontanata subito dopo il parto e mandata in campagna, per essere allevata da balie mercenarie. Chi sopravviveva al freddo e alle malattie, tornava dopo anni a casa, dove trovava una “sconosciuta”. «L’amore materno», scrive Badinter, «è soltanto un sentimento umano. E come tutti i sentimenti è incerto, fragile e imperfetto. Contrariamente a quanto si crede, forse non è inciso profondamente nella natura femminile».

Ci sono esempi celebri di madri “snaturate”, in questo senso. La scrittrice francese Colette, che scrisse sempre con affetto della propria madre, ebbe una figlia non voluta che trascurò. La romanziera premio Nobel Doris Lessing dichiarò di non essere la migliore persona per crescere i figli, e li lasciò quando si trasferì dal Sud Africa a Londra per seguire la carriera: «Non c’è niente di più noioso per una donna intelligente che dedicare un’infinita quantità di tempo a dei bambini piccoli», scrisse. Dei lati meno confessati della maternità si è discusso di recente in Germania dopo la pubblicazione dei libri Die Mutterglück-Lüge (“la bugia della benedizione della maternità”) di Sarah Fischer – il cui sottotitolo recita “perché avrei piuttosto preferito fare il padre” – e Die Abschaffung der Mutter (“l’abolizione della madre”), di Alina Bronsky e Denise Wilk, saggi sull’inconciliabilità dell’immagine della madre tradizionale e le richieste del mondo del lavoro di oggi.

Come ha spiegato il Guardian, questi testi sono stati fortemente criticati dal giornalista e scrittore tedesco Harald Martenstein, il quale sostiene che le madri “pentite” hanno una responsabilità verso i figli e che i loro pensieri hanno conseguenze negative. Secondo Martenstein i rimpianti delle donne sono il risultato di aspettative irrealistiche, partner sbagliati, manie di perfezionismo; e soprattutto non ha senso piangere sul latte versato. Eppure le madri “pentite” dicono di amare profondamente i propri figli anche sui blog per mamme, come ad esempio www.mumsnet.com, dove in molte confessano di rimpiangere le vecchie vite e di mal sopportare la fatica della quotidianità. Le “ammissioni” arrivano con un forte senso di colpa, che in certi momenti diventa insopportabile, ci spiega Arianna, regista e autrice cinquantenne di Roma, un figlio di sei anni.

«Abbiamo questa immagine di madre che ci viene passata dalle canzoni, dal cinema, dalla pubblicità, che prevede che per i figli ci debba essere amore abnegato, totale e assoluto. La verità, però, è che non per tutte è così perché siamo persone e la nostra individualità fatica a coesistere con l’immagine della mamma perfetta. Quando proviamo sentimenti contraddittori ci sentiamo in colpa, e non possiamo nemmeno parlarne pubblicamente perché veniamo tacciate di egoismo e irresponsabilità». Sono trascorsi quarant’anni da quando è stato pubblicato Of Woman Born della poetessa e saggista femminista statunitense Adrienne Rich (tradotto in italiano con il titolo Nato di donna, ma non più disponibile né in libreria né online).

Partendo dal senso di noia, fatica, pesantezza che provava nel prendersi cura dei tre figli, Rich ha analizzato le implicazioni sociali e simboliche della maternità, dando il via a un dibattito che sembra quanto mai attuale. «Dovremmo smettere di avere remore nel raccontare che cosa proviamo veramente», ci dice Valeria, 34 anni, avvocata milanese, una bimba di sei anni. «A volte provo dei sentimenti di violenza verso mia figlia: pur amandola tantissimo, vorrei liberarmene, ma non posso dirlo, perché altrimenti sembrerei un mostro. Quello materno è un amore complesso, non lineare, non c’entra con la favola che ti raccontano fin da bambina. Già dal parto la realtà ti stravolge. Provi un dolore inaudito e pensi: come è possibile che siamo arrivati sulla Luna e ancora soffriamo così tanto per riprodurci? Ma in ospedale ti dicono: ti dimenticherai tutto, vedrai, tuo figlio sarà felicità pura».

http://www.pagina99.it/2016/10/23/orna-donath-regretting-motherhood-donne-madri-pentite-avere-figli/

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