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Quello che Marx e Nietzsche avevano in comune. Nessuno dei due è responsabile degli eccessi dei loro sostenitori

DI PATRICK WEST –

spiked-online.com – 

In superficie, i due maggiori esponenti della filosofia politica del XIX° secolo, Karl Marx e Friedrich Nietzsche, erano diametralmente opposti l’uno all’altro. Mentre Marx cercava la “ragione”, Nietzsche assecondava la “passione”. Il primo credeva nel collettivo, il secondo nell’individuo.

Marx era il paladino delle masse e degli oppressi, mentre Nietzsche detestava “il gregge” e credeva che i più in basso nella scala sociale dovessero essere tenuti sotto controllo. Marx era per l’uguaglianza, Nietzsche per la gerarchia.

Tuttavia, avevano molte cose in comune. Entrambi erano tedeschi, ovviamente, ed entrambi vissero in esilio, in Inghilterra, Svizzera e Italia. Ebbero entrambi problemi di soldi e di salute, e furono entrambi portatori di cicatrici (riportate in duello) e barbe imponenti, diventate il loro “marchio di fabbrica”.

Furono entrambi dei polemisti pungenti e mai portarono a termine quelli che credevano fossero i loro capolavori finali: “Capital” e “The Will To Power”.

Largamente ignorati in vita, raggiunsero fama ed infamia dopo la loro morte. Il più fedele amico di Nietzsche, il compositore Peter Gast, ebbe a dire ai suoi funerali, il 28 agosto 1900, “Santo sia il tuo nome per tutte le generazioni future!”. Allo stesso modo, Friedrich Engels dichiarò ai funerali di Marx, il 17 marzo 1883, “Il suo nome durerà nei secoli”.

In breve, ciò che li unisce è una tragedia terribile. l consensi postumi che ottennero furono per entrambi una catastrofe, perché i loro discepoli sono stati molto meno intelligenti, ma in compenso molto più odiosi, di questi due geni.

Nel mese in cui celebriamo il 200° anniversario della nascita di Marx (ricorrenza che ha generato aspre polemiche e tweets rabbiosi, diretti sia all’uomo che alla sua eredità, conseguenza delle decine di milioni di persone morte per mano di sedicenti regimi marxisti), vale la pena riconsiderare il divario esistente fra un uomo e i suoi discepoli.

Frank Furedi ci ha ricordato [http://spiked-online.com/newsite/article/the-truth-about-karl-marx/21368#.WvWMwoiFPIV], lo scorso fine settimana, che “Ciò che passa per ‘marxismo’ è in realtà la sua caricatura. Non fu forse lo stesso Marx a dire: ‘Tutto quello che so, è che non sono un marxista’?”.

Marx, innanzitutto, non ha mai usato il termine “falsa coscienza” [https://www.tesionline.it/appunto/862/60/Ideologia_come_falsa_coscienza, ndt]. In secondo luogo non aveva l’ossessione della “lotta di classe” e del “collettivo”, poiché credeva nello sviluppo dell’individuo.

La sua filosofia comunista era sostenuta dalla convinzione che solo in una simile società gli individui potessero raggiungere la libertà e l’autorealizzazione. Lui ed Engels scrissero, nel libro del 1846 “The German Ideology”, che ”… solo in comunità gli individui hanno i mezzi per coltivare i loro doni in tutte le direzioni. Solo nella comunità, quindi, è possibile la libertà personale”.

Fatto ancor più importante, Marx non era “anticapitalista” nel modo in cui il termine viene oggi usato da certi attivisti politici, degni della spazzatura dei McDonald’s. Marx, in effetti, riteneva che il capitalismo avesse prodotto indicibili progressi e prosperità.

Nel “Manifesto del Partito Comunista” (1848), lui ed Engels scrissero che il capitalismo aveva mostrato “tutto quello che l’attività dell’uomo può creare”, e che aveva anche “realizzato meraviglie che superano di gran lunga le piramidi egizie, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche. Ha reso possibili spedizioni che mettono in ombra tutte quelle del passato e le stesse crociate”.

Ma Marx credeva anche che il tempo del capitalismo era scaduto e che fosse un imperativo che la società passasse al livello successivo, il comunismo.

La maggior parte degli studiosi marxisti richiama attenzione sulla differenza fra ciò che Marx ha detto e ciò che è stato fatto sotto la bandiera del marxismo. Il totalitarismo, i campi di lavoro, le deportazioni e la pulizia etnica hanno poco a che fare con gli scritti e la filosofia di Karl Marx.

“Sarebbe sconvolto dai crimini commessi nel suo nome”, scrisse Francis Wheen nella sua acclamata biografia del 1999. “Mai, dai tempi di Gesù Cristo, un oscuro indigente [palese il riferimento alla povertà di Marx, ndt] è stato così disastrosamente mal interpretato”.

Proprio come Marx, che sarebbe indietreggiato, inorridito, davanti allo stalinismo, anche Nietzsche si sarebbe ritirato, a sua volta inorridito, davanti ai nazisti e all’indebita appropriazione dei suoi scritti.

Nietzsche, innanzitutto, detestava gli antisemiti nei quali vedeva personificati gli spiriti maligni del risentimento e dell’invidia. L’antisemitismo era il sentimento delle persone deboli e inferiori, per le quali “qualcuno dev’essere incolpato del fatto che io non mi senta bene”.

In “Human, All Too Human” (1878), ha scritto di quanto gli uomini abbiano odiato gli ebrei a causa della “loro energia e della loro superiore intelligenza, dell’eccellenza del loro spirito e della loro forza di volontà, accumulati di generazione in generazione alla scuola della loro sofferenza”, e che il successo di questo popolo superiore “suscita invidia e odio”, rendendo gli ebrei i capri espiatori di ogni possibile disgrazia, pubblica e privata”.

Ha persino sostenuto gli ebrei contro i suoi (cristiani) concittadini: “Che benedizione la presenza di un ebreo tra i tedeschi! Guardate l’ottusità, i capelli biondi, gli occhi azzurri e la mancanza d’intelligenza nella faccia, nel linguaggio e nel portamento dei tedeschi. Guardate le loro pigre abitudini e il bisogno di riposo che essi hanno”.

Nietzsche odiava, oltre ai suoi compatrioti, anche il militarismo tedesco. E’ stato questo il tema di uno dei suoi saggi del 1876, “Untimely Meditations”, in cui predisse giustamente che la vittoria della Germania nella guerra contro la Francia avrebbe portato all’ascesa del militarismo nel suo paese, ed inoltre al declino della sua cultura (e il corrispondente effetto contrario in Francia).

Come un commentatore inglese ebbe a scrivere, all’inizio della 1a GM (una guerra che molti, in Gran Bretagna, attribuirono al culto di Nietzsche d’inizio XX° secolo), “La teutomania ….. era molto lontana dal cuore e dall’anima di Nietzsche. Era solo sciovinismo prussiano avvolto nella pelle di Nietzsche” (A Wolf, The Philosophy of Nietzsche, 1915).

Quando Nietzsche usava la parola “Kampf”, non intendeva la lotta armata e tanto meno la guerra, ma la lotta personale per elevarsi al di sopra dell’oppressiva opinione degli altri, per diventare una versione migliore di se stessi. Nietzsche era un arci-individualista che sarebbe stato respinto dai raduni di Norimberga, perché questi incarnavano esattamente la tipica “mentalità del branco” e gli sconsiderati comportamenti collettivi che egli deplorava.

Ma possiamo esentare completamente Nietzsche o Marx dai crimini commessi in loro nome dai regimi fascisti e comunisti del XX° secolo? Nonostante nessuno dei due sostenesse la guerra o invocasse campi di concentramento, si potrebbe obiettare che siano stati irresponsabile il primo e ingenuo il secondo.

Nietzsche lo è stato per aver usato un linguaggio marziale. I suoi scritti sono intrisi di metafore militari e della battagliera retorica della sopravvivenza. Parla di “maestri” e della loro costante battaglia contro i “degenerati”, gli “schiavi” e i “deboli”. Foraggio per i razzisti, gli eugenisti e i fascisti adoratori del potere.

Molte di queste bellicose invettive avrebbero caratterizzato un’opera postuma – pubblicata con il titolo di “The Will To Power” – basata su considerazioni e pensieri incompiuti, di cui non si sentiva felice. Fu una vera tragedia che questo libro, curato da sua sorella (sposò un antisemita e diventò un’accesa nazista), sia poi diventato uno fra i testi più avidamente letti dai fascisti, negli anni ‘20 e ‘30.

Anche Marx non può sfuggire alla critica, a causa della sua ingenuità. Come aveva predetto Edmund Burke riguardo la “Rivoluzione Francese”, se una nuova società si fonda sull’illusione che il carattere umano sia essenzialmente benevolo e che, avutane la possibilità, la gente coopererà e sarà altruista, saranno allora le persone peggiori a prendere il potere. E’ questa la lezione che si può trarre anche dall’”Animal Farm” di George Orwell.

Analogamente ai rivoluzionari francesi, Marx soffriva del falso mito secondo cui libertà e uguaglianza possono andare avanti di pari passo, quando in realtà sono opposti e in competizione. Più ne hai di uno, meno puoi averne dell’altro. In una società libera in cui le persone vengono lasciate in pace, alcune si affermeranno e diventeranno di conseguenza più ricche di altre. Viceversa, l’unico modo per impedire che ciò accada, e poter di conseguenza mantenere l’uguaglianza, è che lo Stato possa forzatamente ridistribuire la ricchezza.

Irresponsabile uno e ingenuo l’altro, forse, ma da qui ad incolpare Nietzsche per il nazismo e Marx per lo stalinismo è un grave errore, una caricatura della realtà. Dobbiamo invece incolpare i loro seguaci e i loro discepoli.

Chiara la lezione che se ne può trarre: non siate dei discepoli, pensate per voi stessi. Lo stesso Nietzsche aveva esortato: “Non sono di alcuna utilità per i discepoli. Lasciate che ognuno sia il vero seguace di se stesso”.

E, sì, vedo dell’ironia in tutto questo.

 

PATRICK WEST

Fonte: www.spiked-online.com

Link: http://www.spiked-online.com/newsite/article/What-Marx-and-Nietzsche-had-in-common/21381#.WvWLB4iFPIU

11.05.2018

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura da FRANCO

https://comedonchisciotte.org/quello-che-marx-e-nietzsche-avevano-in-comune-nessuno-dei-due-e-responsabile-degli-eccessi-dei-loro-sostenitori/

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