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“Questa economia uccide”. Michele e le parole di Papa Francesco

Articolo di Maria Antonietta Calabrò (HuffPost 9.2.17)

“”Michele, trent’anni, suicida, è il caso emblematico di “un’economia che uccide”, di un’economia che genera scarti, come sostiene sempre più spesso e con accorato dettaglio di analisi Papa Francesco. “Scarti”, ma proprio “scarti”, roba da buttare.
Anzi scarti che – come nel caso di Michele – tanto introiettano questa condizione loro assegnata dal ciclo produttivo da gettare se stessi direttamente nella spazzatura del nulla. Diventando vittime due volte dell’economia che uccide, dato che – come spiega ancora il Papa – non c’è speranza nella solitudine di ognuno, ma solo nella condivisione di una comunità. Come i minori abusati o le donne vittime della tratta finiscono per ritenere di essere loro il problema, di essere loro quelli sporchi, così forse è accaduto a Michele. La sua lettera è il suo ultimo atto di lucidità, ma di una lucidità tanto disperata da essere costretto all’ultimo passo. Gli scarti produttivi di oggi sono ben diversi dall’esercito industriale di riserva di marxiana memoria. Quell’esercito costituiva il meccanismo secondo il quale il lavoro che si era ormai trasformato da variabile indipendente a funzione dipendente del Capitale, regolava il valore di mercato della forza lavoro, e quindi il salario.
Sembra che adesso almeno in Italia, i non occupati non svolgano più nemmeno questa funzione: sono scarti e basta, talmente sono stati messi alla porta. Fuori. Quando Papa Francesco scrisse nella sua prima lettera enciclica “La Gioia del Vangelo” che l’economia attuale è “un’economia che uccide”, è stato subito etichettato come marxista. Le critiche sono state furiose non solo negli ambienti finanziari, ma anche tra i commentatori cattolici, soprattutto negli Stati Uniti.
E invece il Papa riproponeva in sostanza il racconto biblico della Genesi dove la “regalità” dell’uomo (e della donna), il loro essere – per i credenti – figli di Dio, consiste proprio nel lavoro. Dio non vuole l’uomo “schiavo” bensì “signore”, “re”, con un compito. E questo compito è proprio il lavoro. Ecco perché se l’uomo non ha un lavoro e un compito, viene letteralmente ucciso.
E ha aggiunto due giorni fa nell’Omelia del mattino a Casa Santa Marta: “Come Lui ha lavorato nella Creazione, ha dato a noi il lavoro, ha dato il lavoro di portare avanti il Creato. Non di distruggerlo; ma di farlo crescere, di curarlo, di custodirlo e farlo portare avanti. Ha dato tutto. È curioso, penso io: ma non ci ha dato i soldi. Abbiamo tutto. I soldi chi li ha dati? Non lo so. Dicono le nonne, che il diavolo entra dalle tasche: può essere… possiamo pensare a chi ha dato i soldi…”.
Sabato scorso, parlando a un convegno dei rappresentanti dell’economia di comunione del movimento dei Focolari, il Papa ha detto ancora: “Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto”. “Non a caso – ha ricordato il Papa – la prima azione pubblica di Gesù, nel Vangelo di Giovanni, è la cacciata dei mercanti dal tempio”.
I “mercanti” di oggi sono però più astuti e cinici. “Il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare, il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere”, ha detto Francesco. “Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!”.
Non è uno scenario futuribile quello delineato dal papa, ma già in atto da tempo. Non si tratta, secondo Francesco, di “curare le vittime”, ma di “costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più”. Come? Puntando a “cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale”, perché “imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente”.
Certo, ha aggiunto il Papa, “quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione”, ma “occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime”.
Il sistema è riformabile? Qualche dubbio il Papa pare averlo: “Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole””, ha detto alla fine del suo discorso, indirizzato più ai singoli credenti che alle istituzioni economiche e politiche: “Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani”
Sembrano parole dirette proprio a Michele.

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