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Questa stretta di mano cambierà la storia delle due Coree?

ll disgelo olimpico tra le due Coree ha toccato il momento più alto: l’invito a Pyongyang del dittatore nord-coreano, Kim Jong-un, al presidente sudcoreano, Moon Jae-in. È stata la sorella, Kim Yo-jong, inviata speciale di Kim ai Giochi Olimpici Invernali di Pyeongchang, a portare il messaggio. La potente sorella ha anche assistito all’emozionante debutto della squadra femminile intercoreana di hockey. La partita si è conclusa con una sonora sconfitta della compagine di casa: 8 a 0 a favore della Svizzera. Ma il simbolismo politico dell’evento va ben al di là del risultato e la partita è destinata ugualmente a entrare nella storia.

Le cheerleader di Pyongyang inneggiano alla riunificazione

L’incontro nello stadio del ghiaccio si è tenuto sotto gli occhi della sorella di Kim, ‘ambasciatrice’ di Pyongyang ai Giochi Olimpici, primo membro della dinastia a visitare il sud dalla guerra di Corea del 1950-53. Kim Yo-jong era seduta al fianco del presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in. Sullo sfondo, le cheerleader nordcoreane intonavano canzoni inneggianti alla riunificazione (“uri nun, hana da”, siamo un tutt’uno). 

Moon ha proposto un brindisi per celebrare il riavvicinamento delle due Coree e, secondo un portavoce di Seul, avrebbe “praticamente accettato” l’invito, anche se, successivamente, la Casa Blu ha smorzato gli entusiasmi: “Quello che il presidente ha detto è creare le giuste circostanze” perché l’incontro avvenga; e ha auspicato la ripresa del dialogo tra Corea del Nord e Stati Uniti, che rappresenta una condizione “assolutamente necessaria per lo sviluppo delle relazioni intercoreane”. 

La sorella di Kim a Moon: “Apriamo una nuova era”

Sia Kim Yo-jong, che il capo della delegazione nord-coreana in Corea del Sud, Kim Yong-nam, nominalmente capo dello Stato nord-coreano, hanno lasciato messaggi nel libro dei visitatori della Casa Blu, in cui fanno riferimento agli sforzi per l’unificazione delle due Coree. La sorella del leader nord-coreano ha auspicato che “il presidente Moon lasci un segno nella storia che possa venire a lungo ricordato dalle future generazioni assumendo un ruolo guida nell’aprire una nuova era di unificazione”.
Alla partita, le cheerleader arrivate da Pyongyang, circa 200 ragazze del famoso “esercito di bellezze”, hanno incantato la folla. Al di fuori dello stadio, non ci sono state le proteste che avevano accompagnato eventi simili nei giorni scorsi, ma molti abitanti del posto indossavano la maglia della squadra comune, con la scritta “KOREA” sul petto, sventolando le mini bandiere dell’unificazione.

Ignorando la pesante sconfitta, l’allenatrice della Corea, Sarah Murray, ha raccontato che “la chimica della squadra coreana è migliore” di quanto avesse mai immaginato. “Ridono insieme, escono insieme, mangiano i pasti insieme. Vado nello spogliatoio e non riesci a capire chi viene dal Nord e chi viene dal Sud. Sono solo ragazze che giocano a hockey”.

Kim continua a mostrare i muscoli

Tre round di colloqui intercoreani decisi nei primi giorni del 2018 hanno segnato le tappe di un disgelo tra Seul e Pyongyang da molti ritenuto impensabile fino a fine 2017. Nell’anno caratterizzato dall’escalation missilistica e nucleare di Kim sono stati condotti, per la prima volta, tre test di missili balistici intercontinentali, l’ultimo dei quali il 29 novembre scorso. Il riavvicinamento non ha fermato Pyongyang dalle celebrazioni delle sue conquiste sul piano degli armamenti. La Corea del Nord è “una potenza militare di livello mondiale”, ha detto Kim giovedì scorso, quando su piazza Kim Il-sung, in centro a Pyongyang, sono sfilati gli Hwasong-15, l’apice della tecnologia missilistica di Pyongyang che hanno permesso a Kim di potere dichiarare completo il programma di sviluppo di armi nucleari del suo Paese.

Seul ha voluto minimizzare la parata per celebrare i settanta anni dalla nascita dell’esercito del Nord, definendola “un evento interno” alla Corea del Nord, e gli analisti della Difesa sud-coreani hanno fatto notare che, inusualmente, non è stato trasmesso in diretta, ma solo ore dopo la sua conclusione, un segnale interpretato come una volontà di mantenere un profilo più basso del solito.

Gli alleati di Seul restano scettici

L’invito a Moon di Kim Jong-un a visitare Pyongyang sembra fare passare in secondo piano anche i recenti dialoghi tra Cina e Stati Uniti sulla questione nord-coreana. Il ministero degli Esteri di Pechino ha rivelato oggi i dettagli della visita dell’8 e 9 febbraio scorso negli Stati Uniti del suo principale diplomatico, Yang Jiechi, che ha incontrato sia il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: alla Casa Bianca, l’inviato di Pechino ha formalizzato al presidente Usa il desiderio che Cina e Stati Uniti possano “rafforzare il coordinamento” sulla questione nucleare nord-coreana.

L’invito a Moon per quella che sarebbe la prima visita di un capo di Stato sud-coreano al Nord dal 2007, sembra confermare, però, il pensiero di quegli analisti che nel disgelo inter-coreano vedono il tentativo di Pyongyang di spaccare il fronte che sembrava compattarsi su posizioni di “massima pressione” per ulteriori sanzioni contro il regime, con in prima fila Washington, Tokyo e Seul, soprattutto dopo il sesto test nucleare nord-coreano del 3 settembre scorso, il più potente mai condotto dal regime della famiglia Kim. Sia il vice presidente degli Stati Uniti, Mike Pence, che il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, hanno cercato di mettere in guardia Moon dal riavvicinamento con la Corea del Nord. Abe ha esplicitamente detto a Moon di non lasciarsi ingannare dalla “diplomazia dei sorrisi” di Pyongyang, mentre Pence, in privato avrebbe rivelato al presidente sud-coreano le preoccupazioni Usa per i recenti sviluppi del riavvicinamento con il Nord. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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