Ultimi articoli

Berlusconi, Dell'Utri e la trattativa Stato-mafia

Cosa succede in città

Le stragi della criminalità organizzata, il ruolo di Dell'Utri, l'ascesa di Berlusconi: ecco il quadro di un'Italia che oggi chiede di sapere cos'è realmente accaduto.


sabato 4 agosto 2012 01:34


Berlusconi, Dell'Utri e la trattativa Stato-mafia

Da giorni i titoli di giornali riportano le convocazioni per la famiglia Berlusconi (Marina e Silvio) a testimoniare al processo intentato contro Marcello Dell'Utri: Berlusconi e famiglia sarebbero stati vittime di un'estorsione, per anni hanno versato soldi, milioni di euro, a Marcello Dell'Utri e figurano quindi come parte lesa. Eppure Berlusconi non va a deporre, per due volta si rifiuta, Marina depone ma dichiara di non sapere nulla nemmeno del conto da cui sono partiti i bonifici a favore di Dell'Utri.
Ha ragione Saviano quando scrive che questa famiglia ha assunto gli atteggiamenti di alcuni despoti orientali come Gheddafi: sembra pretendere un'immunità che non ha mai avuto né può pretendere di avere in uno stato veramente democratico.
Dell'Utri è indagato a Palermo per la trattativa Stato-mafia, quella vicenda ancora non chiarita e che rischia di finire l'ennesimo mistero italiano. Facciamo un passo indietro.

Gennaio 1992: si chiude il maxi processo ai mafiosi con molti ergastoli; i boss, Riina su tutti, sono furiosi e preparano la guerra. A marzo dello stesso anno viene ucciso l'eurodeputato DC Salvo Lima, a maggio avviene la strage di Capaci dove muore il giudice Falcone con la moglie e la scorta.
A questo punto la mafia prepara una richiesta di benefici legislativi in cambio della tregua al tritolo, ma qualcosa non funziona e si prosegue con le stragi.
A luglio del 1992 tocca a Borsellino in via D'Amelio: il giudice forse sa della trattativa in corso e si sente tradito, la mafia ha reagito come mai prima d'ora. La partita tra istituzioni e malavita si gioca sul famoso 41 bis, il carcere duro per i mafiosi.
Nelle parole dei pentiti spunta il nome di Marcello Dell'Utri come uomo di mediazione tra la criminalità e lo Stato. Si prepara l'entrata in politica di Berlusconi con il partito Forza Italia.

Il 1993 è ancora un anno terribile: riprendono gli attentati, alcuni dei quali falliscono come quello a Maurizio Costanzo, mentre altri vanno a segno nell'estate a Roma (San Giovanni in Laterano e al Velabro) e a Firenze (via dei Georgofili).
A novembre il ministro Conso revoca più di trecento provvedimendi di 41 bis; per la magistratura di Palermo è il cedimento di una parte dello Stato alle richieste della mafia.
A gennaio del '94 un attentato al pullman dei carabinieri presso lo stadio Olimipico di Roma salta per poco. È la fine degli attentati.
Pochi mesi dopo Berlusconi vince le elezioni e inizia una linea di tolleranza, o almeno di non belligeranza, verso i boss e le cosche mafiose e molti provvedimenti vengono attenuati.

In quest'ottica vengono letti dai magistrati il mancato arresto di Provenzano nel1995, e la circostanza che dall'anno seguente la lotta alla mafia esca dalle priorità dei partiti. Inizia l'attacco alla magistratura e ai magistrati definiti "toghe rosse" da una parte del mondo politico orbitante intorno a Berlusconi.
Oggi nessuno dei testimoni e dei protagonisti politici di quegli anni sono disposti ad ammettere della trattativa tra Stato e mafia; la questione è arrivata anche al Quirinale.
Come si vede ci sarebbero molte cose di cui la famiglia Berlusconi dovrebbe rendere conto, la stessa famiglia che criticò Saviano, uno dei suoi autori, perché smascherava la mafia non aiutando la reputazione dell'Italia; a ben vedere i pagamenti esorbitanti a Dell'Utri sono solo la punta dell'iceberg, ma il barzellettiere amico di Putin e Gheddafi si rifuta di andare a deporre.

Emiliano Ventura

Home

Original Article >> http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=31713&typeb=0