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Raggi sbaglia, non c’è un’escalation di violenza sulla donne, ma una routine

“Passerà anche questa” avevano scritto su Facebook i ragazzi, tutti minorenni, che a luglio hanno violentato una quindicenne a Napoli. Poi le violenze di Roma, il branco di Rimini, e l’omicidio di una sedicenne, uccisa il 3 settembre, dopo che aveva scritto sul suo profilo “Non è amore se fa male”.

I numeri della violenza

I numeri della violenza sulle donne in Italia sono anche la cifra di quello che non stiamo facendo per fermare questa barbarie. Nel nostro Paese vengono stuprate dieci donne al giorno, e il 75% di queste violenze sono compiuti da mariti, fidanzati, conoscenti. Le denunce però sono appena il 14%, addirittura il 10% se a compiere la violenza è una persona conosciuta dalla vittima. Eppure le violenze in Italia sono in calo: nei primi sei mesi del 2017 sono state 2.333 – duemilatrecentotrentatré – dodici in meno rispetto all’anno scorso. E smentiscono “L’escalation di violenze” denunciata dalla sindaca di Roma Virginia Raggi. La verità, più tragicamente, è che non si tratta di un’emergenza inaspettata, ma di ‘persistenza’, come l’ha definita Chiara Saraceno, sociologa e filosofa, in prima linea sul tema della violenza sulle donne, e da poco in libreria con ‘L’equivoco della famiglia’ (Laterza).

“Questi atti sono gravissimi e lo sarebbero anche se fosse un solo episodio, ma non si può parlare di aumento delle violenze. Più che altro assistiamo a periodiche fiammate di attenzione. Ci comportiamo come se fossimo di fronte a un’emergenza imprevista, ma il problema è la consuetudine, una malattia cronica.”

Che agenda dovremmo adottare secondo lei per contrastare il fenomeno?

“Servono azioni sistematiche e strutturate, a partire dall’educazione dei bambini, cui si dovrebbe insegnare il rispetto reciproco. E le ragazze dovrebbero essere educate prima di tutto al rispetto verso se stesse, ai sentimenti. Anche quando ti dice che ti ama, e quando è il tuo fidanzatino. È fondamentale saper stare attenti e cogliere ogni segnale. Tra i maschi a volte scatta un meccanismo di complicità…”

Pensa dello stupro di Pimonte, quando una ragazzina di 15 anni è stata violentata da 12 coetanei, di cui uno era il fidanzato?

“Quello è un esempio. Ma è evidente che ci sono numerosi problemi, tra i quali quello della territorialità. Nel momento in cui il sindaco di una comunità arriva a derubricare una simile vicenda a ‘bravata’, capisci che il problema non è solo del singolo sindaco o dei ragazzi che hanno commesso il fatto, ma è proprio una questione di mentalità condivisa.”

È così arriviamo alla vicenda di Rimini… Non c’è stata sufficiente sensibilità in quel caso?

“Anche quest’estate c’è stata una strumentalizzazione politica. Tutti pensano che l’emergenza sia quella degli stupri per mano di stranieri, poi salta fuori uno stupro compiuto da due carabinieri e i toni improvvisamente cambiano. Sembra quasi che la colpa sia delle studentesse in quel caso. Sono tutte vittime allo stesso modo, sia quelle dei migranti che quelle dei carabinieri, ma per me la più grave è la seconda non la prima.”

Perché?

“Quando è il migrante a compiere una violenza è più facile darsi una spiegazione, perché sono ‘ospiti’, ‘stranieri’. Ma credo che uno stupro compiuto da chi indossa un’uniforme e la cui missione è di proteggere le persone sia molto più grave. Si attaccano i migranti perché tutto fa brodo pur di battere sempre sullo stesso problema, mentre noto un tuonante silenzio sullo stupro compiuto dai carabinieri. Nella testa delle persone con i migranti entra in gioco il ruolo del possesso: non devono toccare ‘le nostre donne’. Come in quel manifesto fascista…”

Quello di Forza Nuova?

“Esatto, proprio quello. ‘Difendila dall’invasore’, con il sottotesto del possesso della donna.  Ma glielo chiedo io: donne di chi? Di chi dovremmo essere secondo loro?

Anche una donna però ha gridato all’emergenza. La sindaca Raggi ha chiesto che ci fosse più controllo da parte delle forze dell’ordine e ha parlato anche lei di un’esclation di violenza, che ne pensa?

“Sicuramente serve più controllo e quella è una richiesta che un sindaco deve fare al Governo. Ma servono anche più pulizia, meno degrado e maggiore illuminazione nelle città, e quello è qualcosa a cui deve provvedere l’amministrazione comunale. In ogni caso la Raggi sbaglia, non c’è nessuna escalation e non è quello il problema, ma la routine. Anzi, la gran parte delle violenze avvengono dietro le mura domestiche, e non vedo come l’intervento chiesto dalla Raggi possa fare qualcosa per avere ragione di questi casi. La priorità dovrebbe essere un lavoro serio e costante sul territorio, nelle scuole e soprattutto all’interno delle famiglie.

Lei cosa farebbe se assistesse a una scena di potenziale pericolo per una donna?

“Quando ho sentito degli uomini apostrofare delle ragazze o avvicinarle per strada mi sono fermata e sono intervenuta”.

Ma a volte si tratta anche di piccoli gesti quotidiani dettati anche da un contesto goliardico. In quei casi?

“Dovreste evitare… Voglio dire, si dovrebbe evitare…”

Il ‘voi’ va benissimo, siamo noi che a volte non ci rendiamo conto

“Bene, dovreste pensare che talvolta quello che dite può non essere gradito. Naturalmente in certe situazioni, magari con una barzelletta, si rischia di diventare pesanti se si fa emergere sempre il problema. Ma ecco, sono anche quelle una violenza spesso. Non le trovo divertenti, e questo è il genere di piccoli dettagli che, se corretti, porterebbero ogni giorno a rafforzare la lotta contro la violenza sulle donne.” 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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