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Renzi, Calenda e il canone inverso. Ascesa e declino di un tandem politico

“La campagna elettorale sarà per molte forze politiche un enorme Truman show di promesse insostenibili. Ma il Pd non può restare dentro questo brutto spettacolo fatto solo di annunci a effetto. Deve uscirne immediatamente, altrimenti non solo non guadagnerà nuovi voti, ma perderà anche l’elettorato di centrosinistra”.

“Verso Renzi, che ho sentito anche oggi, ho sentimenti di gratitudine e di lealtà, ma questa lealtà non può essere cieca fedeltà e approvazione di ogni proposta, peraltro quasi mai condivisa”.

“Sono stato così secco su questa proposta perché Renzi mi ha chiesto la disponibilità, e io gliel’ho data, a collaborare sul programma del Pd. Ma lo faccio a patto che si lavori a un progetto per il Paese, non a battute estemporanee da Truman show”.

“C’è stato l’opposto. La voglia di dire che tutto andava benissimo e che erano stati raggiunti risultati mirabolanti, quando per rimediare ai danni della crisi ci vuole e ci vorrà ancora molto lavoro”.

“Mi sono permesso di dire a Renzi che avrebbe dovuto sedersi con la Bonino. Al di là delle previsioni sulle percentuali che avrà alle elezioni, c’è una sinergia politica che va coltivata”.

Le dichiarazioni sono di Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, che in una intervista a Repubblica ha certificato tutto il suo dissenso nei confronti della linea del Partito democratico per la campagna elettorale. C’è l’ha col segretario Matteo Renzi, e con la sua proposta di promettere l’abolizione del canone Rai, in caso di vittoria alle elezioni, dopo essere stato l’autore della blindatura dello stesso canone, quando guidava l’esecutivo, grazie al meccanismo della bolletta elettrica.

Il segretario Pd aveva replicato ieri alle prime critiche, rivendicando di non fare proclami ma fatti: è il suo governo ad aver abbassato il costo del canone. Casus belli del giorno a parte, lo scontro di ieri è solo un tassello di un rapporto che da tempo è quantomeno altalenante, e che proprio pochi giorni fa, prima di Natale, sembrava essere tornato a volgere verso il sereno grazie alla vicenda Ilva​, con Renzi che aveva offerto tutto il suo appoggio allo stesso Calenda e al governatore pugliese Emiliano per la soluzione del contenzioso. 

A Bruxelles e ritorno

Il rapporto (d’amore e odio) tra i due risale ad inizio legislatura, quando Renzi nel febbraio 2014 prende il posto di Enrico Letta alla guida del governo. Calenda era già viceministro dello Sviluppo economico e Renzi lo conferma nell’incarico, affidandogli anche la delega al commercio estero. Dopo circa due anni, nel 2016, Renzi lo nomina Rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione europea. Nomina che suscita la presa di posizione dei membri del corpo diplomatico italiano. È forse il momento massimo del rapporto tra Renzi e Calenda. L’allora premier, infatti, difese saldamente la scelta fatta. Dopo soli due mesi, nel maggio 2016, Calenda viene ‘richiamato’ in Italia per assumere l’incarico di ministro dello Sviluppo economico al posto della dimissionaria Federica Guidi. E a confermare la sintonia tra i due sono le parole pronunciate proprio da Renzi nel delineare il profilo del titolare del Mise: “A noi serve uno che sia in grado di maneggiare un ministero importante come quello dello Sviluppo economico – spiegò Renzi – che abbia l’intelligenza per ragionare del futuro, che vuol dire innovazione, manifattura 4.0, investimenti nelle aree di crisi”. Per questo “ho chiesto a Calenda, che già governava la macchina del ministero, di tornare indietro da Bruxelles”. 

Un ruolo politico per un ministro tecnico?

Il feeling va avanti e si rafforza nell’anno di ‘convivenza’ al governo. Ma dopo il referendum il rapporto tra i due diventa altalenante, a tratti anche molto teso, con veri e propri scontri fino ad arrivare a questa estate quando il nome di Calenda è circolato tra i più quotati possibili sfidanti di Renzi alla corsa per palazzo Chigi. Non solo. Il nome del ministro è stato piu’ volte inserito nei borsini dei papabili premier di eventuali esecutivi di larghe intese. Calenda, inoltre, qualche mese fa, veniva espressamente indicato quale leader di una nuova formazione di centro, ipotesi smentita dal diretto interessato. 

Che alla politica Calenda ci pensi e ci abbia pensato lo dimostra anche il suo curriculum: ha avuto un ruolo importante nella fondazione di Scelta Civica accanto a Mario Monti. Candidato nelle liste di Scelta civica risultò il primo dei non eletti. Ma già prima, nel 2009, Calenda aveva collaborato con Montezemolo per la nascita e diffusione del progetto Italia Futura, guidandone l’organizzazione sul territorio. E in un’intervista a dicembre, ma lo aveva già confidato in altre occasioni, Calenda ha riferito di aver provato a entrare nel Pd offrendo il suo contributo, pensando anche di candidarsi, “ma il Pd è un circolo chiuso”, ha rivelato caustico.

Tornando ai rapporti tra Renzi e Calenda, dopo l’apice raggiunto a maggio e la collaborazione a palazzo Chigi, sembra scoppiare l’idillio: nasce il piano Industria 4.0 e il titolare del Mise sostiene la campagna referendaria del Pd e del premier. E quando Renzi lega a doppio filo l’esito della consultazione popolare con la permanenza alla guida del governo, Calenda pubblicamente afferma: “Renzi deve restare anche se vincono i ‘no’. Secondo me lui è la migliore soluzione per completare il percorso di riforme iniziato e che aspettavamo da 30 anni”.

Siamo nel novembre del 2016 e in quei giorni già circolano i nomi di possibili sostituti di Renzi per la fase di transizione verso il voto, qualora – come poi e’ successo – il segretario dem avesse perso il referendum e avesse dato le dimissioni da premier. Tra questi figurava il nome di Calenda, assieme a quello di Franceschini e di Padoan. Dopo la sconfitta referendaria del premier e del Pd e le dimissioni dal governo, arriva Gentiloni che riconferma Calenda al Mise. Da lì in poi inizia, sempre tra alti e bassi, la fase ‘discendente’ dei rapporti con Renzi, che fa registrare momenti di vero contrasto tra i due. 

Un 2017 di schermaglie

Tra gli scontri più aspri quello di febbraio 2017, quando Renzi spingeva per il voto anticipato e Calenda lo gelò cosi’: “Andare alle elezioni a giugno o peggio ad aprile rappresenta a mio avviso un serio rischio per la tenuta del Paese”. Un mese dopo, siamo a marzo, in un in incontro pubblico tenutosi al Quirinale Calenda affonda in un colpo solo la politica economica di Renzi, a cominciare dai bonus: “non servono a far ripartire il Paese. Per creare lavoro e reddito non esistono scorciatoie, non esistono invenzioni di redditi, invenzioni di lavori, invenzioni di bonus”.

Ad aprile il pomo della discordia è il salvataggio di Alitalia. Renzi propone il “modello Meridiana”, ovvero soluzioni “senza spezzatini e senza cessioni affrettate” e Calenda replica: “Benvenuta l’idea di Renzi, ma no a personalismi”. Sempre ad aprile sono tesissimi i rapporti tra il leader dem, il Pd e i ministri ‘tecnici’, Padoan e Calenda, su fisco e Iva. Ma è soprattutto un’intervista di Calenda – in cui il ministro critica alcune politiche di Renzi, gli chiede di “battere un colpo e fare il riformista” e si difende dicendo che “esprimere delle opinioni, e non essere sempre d’accordo su tutto, non è un indizio di tradimento” – ad allontanare ulteriormente i due. 

“Se gli dici che sbaglia, diventi un suo nemico”

E così la querelle prosegue: è di inizio estate il ‘caso’ del ddl concorrenza, poi quello sulla cosiddetta norma ‘antiscorrerie’ relativa alla vicenda Vivendi. In piena estate, in un’intervista, Calenda picchia duro: “Credo che Renzi debba aprire una discussione ampia sul cosa oltre che sul quanto, chiudendo definitivamente la fase della rottamazione”. Il clou della tensione tra i due si registra dall’autunno fino a dicembre: è di ottobre il caso Bankitalia, con il Pd che picchia duro contro Visco (in scadenza e in odore di essere riconfermato alla guida dell’Istituto di via Nazionale) e approva una mozione in cui si chiede discontinuità. Calenda è durissimo: “Se la mozione Pd è stata una leggerezza o un incidente, può succedere, chiudiamola lì, ma se fosse una strategia sarebbe gravissimo”, furono le sue parole.

A novembre è lo stesso Calenda, in un’intervista su La7, a non nascondere le tensioni con Renzi: “Ci ho litigato nel modo di lavorare insieme. Non sono l’unico, pero’ sono uno dei pochi ad averlo fatto apertamente e non demonizzandolo”, ha rivendicato. Infine, sono di dicembre le critiche più aspre: nel giorno in cui il Pd lancia il primo report sulle fake news, Calenda afferma: “le fake news non si sconfiggono con fake slogan sulle tasse”.

Di poche settimane fa l’ultimo affondo: in un’intervista Calenda spiegava: “Con Renzi ci siamo intesi su molte cose, per esempio sull’ambizione di cambiare il Paese attraverso riforme importanti come il Piano Industria 4.0, ma su altre proprio no. Io vivo di realismo, lui di messaggi motivazionali. E in quanto al confronto, se gli dici che sta facendo un errore, entri subito nella categoria dei nemici”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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