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Renzi e i suoi sono ai margini della legalita’ costituzionale

Intervista a Stefano Rodotà di Silvia Truzzi (Fatto 25.4.15)

“”Non è per sottolineare il “ve l’avevamo detto”. È perché se qualcuno avesse dato retta prima ai professoroni forse il clima attorno alle imprescindibili riforme targate Renzi-Boschi, sarebbe stato un po’ meno giubilante. “Quando abbiamo messo in guardia sul rischio che si correva con questo tipo di cambiamenti c’è stata una levata di scudi”, spiega Stefano Rodotà. “Poi, pian piano, tanti commentatori sono giunti alle nostre stesse conclusioni, magari attraverso parole diverse come “democratura” o rischio plebiscitario. Ci si è resi conto tardi di quello che stava avvenendo. Non è solo una valutazione di cronaca. Ma una riflessione che ci porta a dire che se fosse stato condiviso quel giudizio da subito, probabilmente si sarebbe formata un’opinione pubblica in grado di costituire un minimo di argine”.
Questo secondo lei avrebbe fermato Renzi?
No. Ma non avrebbe costruito attorno a lui un’aurea da riformatore illuminato, di persona che coglieva un’esigenza fondamentale, che poteva essere soddisfatta esclusivamente da lui e in quel modo. Forse ci sarebbe stato un discorso pubblico meno appiattito e meno incolto: la cattiva politica è figlia della cattiva cultura. E – aggiungo – la cattiva politica è anche quella della minoranza del Pd. All’inizio era Renzi a essere minoritario, non dimentichiamolo. L’inadeguatezza si è tradotta in incapacità politica.
Dicono che siete distruttivi.
Non è così: abbiamo fatto diverse proposte, per migliorare il bicameralismo e andare incontro all’esigenza di una maggiore speditezza dei lavori. Si poteva ottenere un buon risultato, prevedendo la concentrazione di una serie di poteri nella Camera, con contrappesi adeguati. Invece si è tutto chiuso attorno all’idea della “decisione” come unico bene che cancella tutto quello che il sistema delle garanzie rappresenta. Sono arrivato a dire che Renzi aveva perduto una grande occasione! Si poteva fare una buona riforma costituzionale complessiva, in cui integrare naturalmente anche la legge elettorale: la legge elettorale è un pezzo cardine di qualsiasi sistema costituzionale. Affermare che cambia solo il meccanismo politico significa ignorare un principio elementare.
Cosa pensa della sostituzione dei dieci del Pd in Commissione?
Sappiamo tutti cosa significa il divieto di vincolo di mandato previsto dall’articolo 67 della Carta. Dire che “vale solo per l’aula e non per le Commissioni” è una sgrammaticatura costituzionale.
S’invoca la disciplina di partito.
Ma la disciplina di partito non si fa rispettare forzando le regole della Costituzione! Esistono meccanismi interni alle forze politiche. La quantità di parlamentari sostituiti indica anche la qualità del cambiamento di fronte al quale ci troviamo. C’è stata una sorta di espulsione di un pezzo di partito, messo in condizione di non potersi esprimere su una materia così delicata: non ci si sta occupando di una legge qualsiasi, ma della legge elettorale, cioè quella regola che consente ai cittadini d’intervenire nel processo politico. Questa
espulsione è di estrema gravità.
A questo si aggiungono i canguri, le sedute fiume, i voti di fiducia…
Una volta la buona borghesia – quando si voleva stigmatizzare il comportamento di qualcuno, senza arrivare a una condanna definitiva – diceva: “Quello vive ai margini della legalità”. Ecco, Renzi e la sua maggioranza vivono ai margini della legalità costituzionale. Possiamo dire
– in riferimento alla sentenza della Consulta sul Porcellum – continuano a essere pienamente immersi in una situazione di illegittimità costituzionale.
Forzature che svelano un’insofferenza o la volontà di mostrarsi più forte di tutto e di tutti?
L’agire di Renzi è la migliore prova della fondatezza delle critiche che gli sono state mosse. C’è un bisogno di affermare il proprio potere, insofferente non solo dei controlli, ma anche dei contributi. Pensiamo al Jobs Act, a come sono stati ignorati i pareri delle Commissioni lavoro sui licenziamenti collettivi. Le leggi approvate, compreso il Jobs Act, sono vere e proprie deleghe in bianco: tutto questo trasferimento di poteri nelle mani del governo alla fine arriva nelle mani del presidente del Consiglio. Ha ragione il professor Gianni Ferrara quando dice che l’esito finale è il governo del primo ministro. Vedo, nelle dichiarazioni e nei comportamenti del premier, un ossessivo bisogno di affermare una supremazia. Ma contemporaneamente anche il segno di una debolezza, cioè la possibilità di imporsi solo attraverso continue forzature, senza le quali non è in grado di costruire un consenso. E le debolezze sono sempre pericolose.
Siamo in grado di fare un bilancio politico?
I fatti di queste settimane possono essere considerati una prova generale di quello che sarebbe il modo di governare di Renzi, se la legge elettorale e la riforma del Senato venissero approvate: concentrazione del potere e assenza di un adeguato sistema di controlli. In una parola, quel mutamento della forma di governo che il ministro Boschi – non sempre a suo agio con le categorie del diritto costituzionale – aveva smentito.
Che giudizio dà della minoranza del Pd?
Tutte le fragilità dell’attuale situazione dipendono dal non aver colto immediatamente i rischi delle proposte del premier-segretario. E questo ha reso più difficile ricondurre a ragione e a Costituzione i progetti di riforma. Viste le difficoltà, cadere nella trappola della trattativa su eventuali modifiche alla legge di riforma del Senato, significa rimanere in una condizione politica minoritaria e di poca presa. L’influenza su ciò che accade mi pare nulla: si sono presi ripetuti schiaffi in faccia.””

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