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Renzi, il ritorno del cialtrone

In riferimento alle recenti elezioni presidenziali francesi Matteo Renzi ha rilasciato delle dichiarazioni molto interessanti.

Su Twitter: “Macron va al ballottaggio col 23% e noi a casa col 41%. Se penso al ballottaggio in Francia rosico.”.
Su “Il Foglio”: “Rosico. Perché Macron ha di fronte a sé cinque anni di presidenza, avendo preso il 23 per cento al primo turno, mentre a noi, per affermarci, non è bastato il 41 per cento delle europee o quello del referendum.”.
Su Facebook: “Domenica sera, alle 21, Parigi saprà chi ha vinto. Merito di un sistema istituzionale semplice che con il ballottaggio attribuisce l’ultima parola ai cittadini, non ai dirigenti di partito. Macron o Le Pen: scelgono i francesi. Invidia, perché anche noi avremmo potuto avere un sistema così, ma sappiamo come è andato il referendum del 4 dicembre …”.

Queste dichiarazioni compongono, in tutta evidenza, una sconcertante e vergognosa combinazione di ignoranza, malafede ed arroganza; e dimostrano, al di là di ogni dubbio, che il nostro uomo non è cambiato affatto: continua imperterrito il suo percorso di propaganda demagogica e fraudolenta.

“Macron va al ballottaggio col 23% …”
“… Macron ha di fronte a sé cinque anni di presidenza, avendo preso il 23 per cento al primo turno …”
Renzi sottolinea questo risultato come se si trattasse di una forzatura scaturita da un particolare sistema elettorale.
E’ francamente imbarazzante dovere spendere delle parole per contestare queste idiozie.

Quando occorre eleggere una persona ad una carica (il presidente della repubblica francese, il sindaco di Roma, l’amministratore di un condominio, il presidente di una associazione bocciofila, etc.) l’unico sistema elettorale possibile è quello che proclama eletto il candidato che riceve più voti (anche un solo voto più degli altri): non ci sono sistemi alternativi. Questo sistema può prevedere una sola votazione oppure (come avviene nella maggioranza dei casi citati) può articolarsi in due votazioni. La seconda votazione (ballottaggio) ha luogo nel caso che nella prima votazione nessun candidato abbia conquistato la maggioranza assoluta, e ad essa sono ammessi soltanto i candidati maggiormente votati nella prima. Questa seconda votazione ha lo scopo di dare una maggiore legittimazione al candidato vincitore, in quanto consente agli elettori che, nella prima votazione, hanno votato per un candidato “fuori gioco” di esprimere la loro preferenza per uno dei candidati che hanno una ragionevole possibilità di vittoria.

Macron non è andato al ballottaggio perché al primo turno ha raccolto il 23% dei voti. Macron è andato al ballottaggio (insieme con la Le Pen) perché al primo turno (insieme con la Le Pen) ha avuto più voti degli altri candidati. Così funziona qualsiasi sistema a doppio turno, e non potrebbe funzionare diversamente. Se Macron (o un altro candidato) avesse avuto, al primo turno, più del 50% dei voti non ci sarebbe stato nessun ballottaggio; ma se ci fosse stata una maggiore frammentazione del voto al primo turno, avrebbero potuto accedere al ballottaggio candidati con percentuali molto inferiori al 23%.

Renzi trova questo meccanismo una particolarità degna di nota. Ma quale poteva essere un meccanismo alternativo? Forse si doveva ripetere (quante volte?) la votazione con tutti i candidati finché uno di loro non conquistasse una percentuale significativamente maggiore? Oppure, Macron doveva essere eletto direttamente al primo turno (con il 23%, senza ricorrere al ballottaggio)? Oppure, dato che nessun candidato ha avuto più del 23% dei voti al primo turno, la carica di presidente della repubblica francese doveva rimanere vacante? Oppure, il ruolo di presidente doveva essere ricoperto a rotazione dai vari candidati, per un tempo proporzionale alla percentuale di voti avuti al primo turno?

Ma è evidente che Renzi ha utilizzato questa farneticazione come premessa per la farneticazione successiva:
“… e noi a casa col 41%.”.
“… mentre a noi, per affermarci, non è bastato il 41 per cento delle europee o quello del referendum.”.
Qui il livello di delirio/malafede raggiunge valori strepitosi.
Come è possibile stabilire un minimo confronto tra le elezioni presidenziali francesi (competizione tra persone per una carica) con le elezioni europee o con il referendum costituzionale?

Le elezioni europee del 2014 dovevano eleggere i rappresentanti italiani al parlamento europeo; e non avevano nulla a che fare con elezioni relative alle istituzioni nazionali italiane (parlamentari o governative, individuali o collegiali). Per di più, il risultato del partito democratico a quelle elezioni è stato largamente (e impropriamente) utilizzato da Renzi per affermare il suo potere personale: ha governato per tre anni; altro che andare a casa!

E’ ancora più grottesco il riferimento al referendum del 2016. Quel referendum ha chiamato gli italiani a confermare o bocciare una proposta di riforma costituzionale. Non aveva nulla a che fare con il voto per un candidato (o per un partito). Si vuole forse sostenere che, nella sostanza, si è trattato di un ballottaggio pro o contro Renzi?  Allora non si può non rilevare che quel ballottaggio Renzi lo ha sonoramente perso (59 a 41) ed è surreale che citi la percentuale perdente (41%) come un risultato positivo. Se Macron, nel ballottaggio delle elezioni presidenziali, avesse raccolto il 41% dei voti, sarebbe (lui sì) andato a casa. Renzi si è dimesso dalla presidenza del consiglio, ma non è andato a casa: tanto è vero che oggi lo ritroviamo sulla scena a propinarci le sue panzane.

“Domenica sera, alle 21, Parigi saprà chi ha vinto. Merito di un sistema istituzionale semplice che con il ballottaggio attribuisce l’ultima parola ai cittadini, non ai dirigenti di partito. Macron o Le Pen: scelgono i francesi.”.
Questo rilievo è totalmente ridicolo. E’ del tutto banale che una qualsiasi competizione elettorale individuale (con o senza ballottaggio) produca un risultato immediato, chiaro e certo: vince il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti (non ci sono alternative). Ed è altrettanto banale che questo risultato sia determinato dalle scelte dei cittadini elettori: in qual modo potrebbero intervenire in questa votazione i dirigenti di partito? Le “acute” osservazioni di Renzi sono davvero sconfortanti.

Ma è evidente che il nostro uomo vuole utilizzare queste banalità come premessa per le sue affermazioni successive:
“… anche noi avremmo potuto avere un sistema così, ma sappiamo come è andato il referendum del 4 dicembre…”.
Di quale sistema sta parlando? E’ forse prevista, nel nostro paese, l’elezione diretta del presidente della repubblica o del presidente del consiglio? Non la prevede la Costituzione vigente, e non la prevedeva nemmeno la proposta di riforma costituzionale bocciata dal referendum.

Se si prende in considerazione una elezione ragionevolmente comparabile con le elezioni presidenziali francesi (elezione di una persona ad una carica), ovvero l’elezione del sindaco di un grande comune, si rileva che “anche noi” abbiamo esattamente un “sistema così” (doppio turno con ballottaggio).

Ma è probabile che Renzi intendesse riferirsi alla legge elettorale denominata ”Italicum”. Ma che cosa ha a che fare il sistema che regola l’elezione del presidente della repubblica francese con un sistema che attribuisce i seggi parlamentari? E che cosa ha a che fare il ballottaggio che sancisce e legittima la vittoria di un candidato con il ballottaggio che assegna ad un partito un numero sovrabbondante di deputati? E’ evidente che il parallelo proposto da Renzi è frutto di una ripugnante disonestà intellettuale.

Ma c’è di peggio. Renzi non solo fa un riferimento del tutto improprio all’Italicum, ma ne attribuisce la cancellazione al referendum costituzionale. E’ noto a tutti che questa (pessima) legge elettorale non era affatto materia della riforma costituzionale bocciata dal referendum. L’Italicum è stato giudicato incostituzionale da una specifica sentenza della corte costituzionale: questa sentenza sarebbe stata pronunciata, e avrebbe prodotto i suoi effetti, anche se al referendum avessero prevalso i “SI”. Renzi denuncia continuamente la “palude” istituzionale (mancanza di una legge elettorale “decente”) e ne attribuisce la responsabilità a chi ha sostenuto il “NO” al referendum. Si tratta, come già spiegato, di una spudorata falsità. La responsabilità della palude è di chi ha proposto e fatto approvare (ricorrendo a forzature procedurali) una legge elettorale palesemente incostituzionale che non poteva non essere bocciata dalla corte.

Insomma, il cialtrone è tornato; ed è tornato con tutto il suo campionario di cialtronate. Sorge spontanea una domanda (senza offesa per nessuno): come è possibile che ci siano ancora persone disposte ad accordargli la loro fiducia?

Sandro Bianchi

http://temi.repubblica.it/micromega-online/renzi-il-ritorno-del-cialtrone/

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