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Renzi, Pisapia e i conti che non tornano nel centrosinistra

Mentre Giuliano Pisapia “accende speranze” a sinistra e resta nel vago sul rapporto con il Pd, il partito di Matteo Renzi si fa i conti in tasca e scopre che forse – se restano così le cose – i conti non tornano. Nel centrosinistra è la legge elettorale proporzionale ad agitare le notti dei due schieramenti che si vanno delinenando e definendo ogni giorno di più. Il Pd di Renzi, orfano dei fuoriusciti della sinistra che fa capo a Bersani, D’Alema e Speranza, da una parte; il nuovo Campo Progressista messo insieme da Giuliano Pisapia, che tanto piace a chi nel partito democratico di Renzi proprio non si ritrova, dall’altra. 

Dice Pisapia a Repubblica: “Non si può abbaiare alla luna o rinchiudersi in un partitino del 3 o 4 per cento, perché questo non è il nostro progetto… Campo progressista è nato con l’obiettivo di contribuire, insieme ad altri, alla costruzione di un nuovo centrosinistra (o sinistracentro), con cultura di governo, europeista, radicalmente in discontinuità con le politiche degli ultimi anni. Un nuovo soggetto politico in grado di sconfiggere le destre, la demagogia, il populismo. Non so se riusciremo a realizzare quello che è indispensabile per dare un futuro di speranza all’Italia, ma la sola strada è creare le condizioni perché il prossimo governo dia le risposte concrete alle sfide difficili che abbiamo davanti: le diseguaglianze, il lavoro, la lotta alle povertà, le politiche ambientali, il confronto, non lo scontro, con le forze sindacali e i corpi intermedi. E credo che gli avversari stiano da un’altra parte, non da questa, del “campo”.

“Il popolo del Pd non sarà mai mio nemico”

Ma “abbraccia” il Pd di Renzi?, gli chiede Repubblica: “Il popolo del Pd non sarà mai mio nemico, ma con l’attuale Pd che si ritiene autosufficiente e con un sistema elettorale proporzionale alle elezioni, è evidente ci sarà competizione… La legge elettorale proporzionale non prevede la formazione delle coalizioni, perciò bisogna prendere atto che è sempre più necessario lavorare per costruire un movimento progressista, un rinnovato centrosinistra, autonomo e indipendente dal Pd ma che sia ambizioso e generoso”.

Ma con il proporzionale è tutti contro tutti 

“Non mi interessa mettere insieme un partitino del 3 o 4 per cento piuttosto che un cartello elettorale che si divide il giorno in cui si dovranno affrontare le grandi sfide che ci attendono. Non ci si può accontentare di abbaiare alla luna. Purtroppo c’è chi ha la memoria troppo corta e dimentica il fallimento della lista Arcobaleno e delle varie liste nate solo per tentare di superare il quorum elettorale… La realtà è questa. La legge elettorale proporzionale non permette alleanze prima delle elezioni. Ogni lista è sfidante nei confronti delle altre. Ma, l’ho già detto in più occasioni, in un sistema non più bipolare alla fine, dopo le elezioni, ognuno dovrà mediare con altre forze politiche, con rischio – se non con la certezza – che alla fine si faranno alleanze anomale e il programma elettorale sarà, almeno in parte, tradito. Un vero e proprio inganno degli elettori”.

Al Nazareno si fanno i conti. E per ora non tornano

Già, la legge elettorale proporzionale. Un bel cruccio, anche in casa Pd. Scrive oggi Tommaso Labate sul Corriere della Sera: “Se il Pd riuscisse a raggiungere la quota 28%, e quindi a stare più alto dello ‘score’ che gli viene attribuito oggi, porterebbe alla Camera al massimo 180 deputati. Più di cento in meno rispetto agli effettivi del mastodontico esercito dei 297 eletti democrat che entrarono a Montecitorio nel 2013, grazie a un premio di maggioranza che fece di quel gruppo parlamentare – allora guidato da Roberto Speranza – il secondo più robusto della storia della Repubblica.

Secondo, tanto per capirci, solo a quello della Democrazia cristiana del 1948. La moria delle seggiole parlamentari assegnate al Pd, tolta la scomparsa post-Tangentopoli dalla cartina geografica del Palazzo della Dc, sarà un record. Da giocare all`ultimo seggio con la carestia di poltrone che colpì Forza Italia nel raffronto tra gli eletti del 2008 e quelli del 2013. La causa sarà la stessa: la perdita del premio di maggioranza che assegnava, col Porcellum, 340 parlamentari alla coalizione vincente”.

Per ora stanno tranquilli solo i capilista

“Al Nazareno c’è chi vive il brivido lungo la schiena che accompagnerà i capi-corrente ai tavoli delle liste – scrive il Corriere – Con cento e passa parlamentari in meno (se si scende al 25% gli eletti sarebbero circa io, col 23% più o meno centoventi), difficile moltiplicare pani e pesci. Le deroghe per i veterani saranno ridotte all`osso, i testimonial della società civile candidati col contagocce e, per ogni faccia nuova, ce ne saranno un paio di vecchie (si fa per dire, trattandosi anche di gente con una sola legislatura) che dovranno farsi da parte. 

Nel Pd, i sicuri di un posto alla Camera saranno i 100 capilista. Il primo eletto con le preferenze scatterà in più di metà dei collegi, un altro solo nelle regioni rosse. In caso di pluricandidatura, se la legge non cambia, l`eletto in più collegi non potrà scegliere a chi regalare il posto. Ci sarà, sentenza della Consulta alla mano, un sorteggio. La dea bendata, insomma, si siede al tavolo delle candidature, là dove il destino, una sua parte in commedia, la recitava anche in passato”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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