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Renzi-show al Senato. “Conte premier non eletto, potrei dire un collega”

Matteo Renzi entra in campo a Palazzo Madama ma si prende un ruolo che è più quello del regista che non del mediano, come aveva promesso di fare. Si posiziona infatti al centro del rettangolo di gioco dettando i tempi alla squadra del Partito Democratico. Per farlo è tornato dalla Cina, tappa del suo lungo tour da conferenziere. E prima di entrare nell’Aula del Senato, davanti a un panino mangiato in piedi alla buvette, si rammarica per le polemiche provocate dalla sua scelta che hanno ‘sporcato’ “un’esperienza interessante” come quella di Pechino.

Il nuovo hashtag è “Noi siamo altra cosa”

In Aula, il senatore del Pd, si trova per la prima volta faccia a faccia con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. “Può piacere”, dice di lui Renzi che ne elogia lo stile personale, lontano da quello di Luigi Di Maio e Salvini. “Noi siamo altra cosa”: l’ex segretario Pd fa rimbalzare la parola d’ordine prima sui social network, sotto forma di hashtag, poi la pronuncia nel suo primo intervento da senatore nell’Aula di Palazzo Madama, durante le dichiarazioni di voto sulla fiducia al governo Conte. “Noi siamo altra cosa” come il “tocca a voi” con cui ha decretato la fine di qualsiasi tentazione di collaborazione con il Movimento 5 Stelle. Altra cosa il Pd da chi occupava i banchi del governo, da chi agitava apriscatole in aula per aprire il Parlamento “come una scatola di tonno”. Quella dei dem sarà una opposizione responsabile, rispettosa delle istituzioni, compreso il presidente del Consiglio. A dare immediata attuazione al suo proposito, Renzi si mette subito al lavoro per calmare gli animi dei colleghi di partito che vorrebbero rispondere a brutto muso alle parole del premier in Aula. Qualcuno non lontano da lui fa il gesto di alzarsi in piedi. Lui lo stoppa con un movimento delle mani.

Prima trincea: il Copasir

Quando è il suo turno di prendere la parola, non rinuncia alla battuta salata: “Lei è un premier non eletto”, dice rivolto ai banchi del governo, “potrei dire un collega. Ma nessuno le nega la legittimità perchè non ce n’è motivo”, sottolinea Renzi ricordando come, nella scorsa legislatura, proprio Movimento 5 Stelle e Lega erano soliti attaccarlo in quanto presidente del consiglio non eletto da nessuno. È l’unico affondo diretto al premier contenuto nell’intervento – rigorosamente a braccio – di Renzi. “Il presidente del Consiglio dei ministri non avrà la nostra fiducia, ma avrà sempre il nostro rispetto”, assicura: “Il rispetto dei ruoli di governo e opposizione. Noi rispetteremo il presidente del Consiglio”, continua Renzi guardando Conte, “perché lei é anche il nostro presidente. La rispetteremo fuori da questa Aula quando porterà i nostri colori al G7, a Bruxelles, quando prenderà la parola all’Onu. Le garantiamo che la nostra opposizione non occuperà mai i banchi del governo in tono provocatorio”, sottolinea ancora Renzi ricordando le proteste in Aula del Movimento 5 Stelle, “non insulterà sui social i ministri della Repubblica, non attaccherà le istituzioni di questo Paese con il grido ‘mafia, mafia’ come accaduto nel 2014” all’insediamento dell’Italia come presidente di turno dell’Unione Europea, quando lo stesso Renzi intervenne – da presidente del Consiglio – davanti ai parlamentari europei.

Questo per quanto riguarda la forma. Per quello che riguarda la sostanza, invece, il Partito democratico non è disposto a fare sconti e lo dimostrerà immediatamente con la convocazione davanti al Copasir – per la presidenza del quale è in lizza anche il renziano Lorenzo Guerini – del ministro della Difesa Elisabetta Trenta. “Noi faremo il nostro dovere di opposizione, e inizieremo già la settimana prossima convocando la ministra della Difesa al Copasir per una cosa che ella sa bene”. Parole che fanno riferimento all’accusa di conflitto di interessi, mossa da esponenti Pd come Michele Anzaldi, che peserebbe su Trenta e riguarderebbe una società di arruolamento di contractor.

“Ora l’establishment siete voi”

“Il punto fondamentale che motiva il no alla fiducia: voi dite che è iniziata la Terza Repubblica, gli 89 giorni di teatrino a cui abbiamo assistito ci fanno sembrare che continui la prima. “I ‘due forni’ è una espressione che non sentivamo dagli anni Novanta. Non so se è il governo del cambiamento. Intanto è cambiato il vocabolario: quello che nella XVII Legislatura si chiamava inciucio oggi si chiama contratto; quello che nella XVII Legislatura si chiamava partitocrazia oggi si chiama democrazia parlamentare, quello che nella XVII Legislatura si chiamava condono oggi si chiama pace fiscale, quello che nella XVII Legislatura si chiamava un uomo che tradisce il proprio mandato oggi si chiama cittadino che aiuta il governo a superare la fase di crisi. Non so se cambierete il Paese. Intanto avete cambiato vocabolario”.

Infine, Renzi si concentra su Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che per l’ex segretario dem sono le due facce di una stessa medaglia. “Non mi colpisce che Salvini abbia scelto di partire dall’immigrazione ma mi colpisce la frase ‘la pacchia è finita’: il leader politico Salvini ci ha abituato a queste espressioni, io non le condivido. E da padre a padre: stia attento alle parole perché lei non è più solo un leader politico, lei rappresenta un paese, non possiamo permetterci di creare un clima incendiario, lei guida l’ordine pubblico, è responsabile della sicurezza di tutti noi, parli da padre sapendo che i figli ci ascoltano”. E a Di Maio: “A Di Maio: “avete fatto la storia almeno 80 volte in 89 giorni, lei ha detto ‘Lo Stato siamo noi’, ma lei non è lo Stato, voi siete il potere e tocca a voi. Non avete più alibi, siete l’establishment”.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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