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Riina come Bonino? L’emergenza educativa è laica

Dopo aver toccato il fondo con don Lorenzo Guidotti, che alla diciassettenne vittima di strupro dieci giorni fa aveva fatto sapere che se l’era cercata, il clero bolognese inizia a scavare. Don Francesco Pieri, docente alla Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna e insegnante al liceo Galvani di Bologna, con un tempismo che ricorda lo sciacallaggio scrive infatti sul proprio profilo Facebook: «Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino?».

Se don Guidotti successivamente aveva chiesto scusa, don Pieri non indietreggia. Anzi, rincara la dose, rispondendo esplicitamente alla sua domanda retorica: «moralmente non c’è differenza». E incassa apprezzamenti da numerosi follower, incluso il ‘mi piace’ da parte di don Massimo Vacchetti, pezzo da novanta della Curia bolognese, visto che riveste il doppio ruolo di vice economo e responsabile della Pastorale dello sport.

A ben vedere l’equiparazione dell’aborto a genocidio, omicidio volontario e crimini orrendi come quelli di mafia non è certo un’invenzione di don Pieri. Già Teresa di Calcutta, ricevendo il Premio Nobel per la pace, arrivò a dire che il più grande distruttore della pace non è la guerra, né la dittatura, né la teocrazia, ma l’aborto. E rimanendo nei dintorni di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi — chiamato idealmente in soccorso da don Pieri — sostenne che la legalizzazione dell’aborto fu la massima vergogna del ‘900, più grave quindi dei lager nazisti. Come chiarisce il sacerdote è tutto scritto nella Gaudium et spes del Concilio Vaticano II. Aggiunge però una considerazione, sostenendo che al riguardo vi siano ipocrisie diffuse. Il dubbio, più che lecito, è che si riferisca non tanto al mondo laico e liberale, che considera l’interruzione volontaria di gravidanza un diritto della donna e una conquista di civiltà, ma allo stesso mondo confessionale a cui appartiene.

Ai sensi del diritto canonico, infatti, la posizione di don Pieri può considerarsi ben fondata: in esso l’aborto viene considerato meritevole di scomunica latae sententiae, la più grave delle pene per la Chiesa cattolica. È sufficiente che venga compiuto affinché tale pena “entri in vigore”, senza necessità di un processo, senza necessità che la Chiesa stessa ne venga a conoscenza. Un assassinio non comporta tale pena, nemmeno l’assassinio mafioso di bambini parenti dei pentiti. Nemmeno il genocidio.

Le dispute interne alla Chiesa e ai suoi codici contrari ai diritti umani, però, dovrebbero interessarci marginalmente. La questione rilevante è un’altra: è ora di riflettere e appropriarsi di uno slogan che troppo spesso, e a conti fatti a sproposito, è stato utilizzato nelle note pastorali. Quello dell’emergenza educativa, una leva usata poi per chiedere e ottenere fondi pubblici per scuole private, oratori, edilizia di culto.

Perché sì, siamo davvero di fronte a un’emergenza educativa. Oggi, nella Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, diciamo forte e chiaro che i bambini dovrebbero essere messi in grado scegliere da grandi, consapevolmente e senza identità imposte. Diciamo forte e chiaro che le indagini su abusi sessuali, specie se ai danni di minorenni, devono essere condotte dalla polizia giudiziaria della Repubblica e non dal Vaticano, come ancora oggi accade. Diciamo forte e chiaro che si deve abolire l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, impartito per legge «in conformità alla dottrina della Chiesa» da docenti scelti dal vescovo e formati in facoltà teologiche nelle quali salgono in cattedra personaggi che, dottrina cattolica alla mano, sostengono che in termini di morti sulla coscienza non vi sia differenza tra Totò Riina, detto La belva, e Emma Bonino, già parlamentare, ministra, commissaria europea e delegata per l’Italia all’Onu.

 

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