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“Risvegli dal coma dopo anni? Non è un miracolo, merito dei progressi medici”

L’intervista a Caterina Pistarini, n.1 della Società italiana riabilitazione neuromotoria.

Gli interni della clinica Maugeri di Pavia (Foto Archivio)
08/09/2016
simone gorla – milano –

«Chiamiamo le cose con il loro nome: i risvegli dal coma dopo anni non sono né “miracoli” né frutto del caso. Sono l’esito del lavoro di professionisti, il punto di arrivo di importanti progressi nel campo della neuro-fisiologia, della neuro-radiologia, della riabilitazione precoce».

Caterina Pistarini, presidente della Società italiana riabilitazione neuromotoria e primario della clinica Maugeri di Pavia, è cauta nel commentare l’ultimo caso di risveglio insperato dal coma dopo 4 anni, quello di Rosalba Giusti, a Messina.

«Bisogna stare attenti. Questi casi vengono spesso presentati come improvvisi risvegli, con una persona che apre gli occhi e canta Massimo Ranieri. Invece possiamo trarre da questa vicenda – che sicuramente ha avuto passaggi medici delicati e una lunga evoluzione nel tempo – un messaggio importante: fino a non molto tempo fa i pazienti in stato vegetativo erano dati per persi fin dall’inizio e lasciati senza possibilità riabilitativa. Adesso l’assistenza verso queste persone avviene in strutture adeguate e può durare anni».

Cosa è cambiato negli ultimi anni?

«Riusciamo a fare sopravvivere pazienti in condizioni disperate. E con un monitoraggio costante e prolungato, grazie anche alle scoperte nel campo della neurologia, si possono impostare programmi riabilitativi molto precoci. Abbiamo tecnologie che consentono di fare cose impossibili fino a poco tempo fa. Certo, i risvegli dopo anni restano casi rarissimi e sarebbe sbagliato dare eccessive speranze sulle reali possibilità di ripresa di chi cade in stato vegetativo».

Eppure nel 2015 un uomo che era stato in cura alla clinica Maugeri si è svegliato dopo 5 anni di coma. Gli unici a riconoscere in lui uno stato di minima coscienza sono stati gli specialisti della sua equipe. Quanto conta l’intuizione del medico nel cogliere il segnale giusto?

«Nel nostro campo ci sono molte zone grigie. Osserviamo i pazienti giorno per giorno e attendiamo. Sappiamo che uno stato vegetativo può anche non essere definitivo, che spesso evolve in uno stato di minima coscienza e a volte può evolvere in un recupero completo. È fondamentale saper cogliere i segnali clinici».

Cosa si fa dopo aver colto che c’è la speranza di un risveglio?

«Esistono programmi riabilitativi di comprovata efficacia, che vengono adottati nelle diverse realtà con modalità diverse. Oggi si parla spesso di “early rehabilitation”, una riabilitazione precoce che è soprattutto una stimolazione sensoriale. Prevede tecniche di mobilizzazione ed esplorazione ambientale grazie a supporti tecnologici. Dipende anche dalla tipologia della lesione».

È lecito che amici e familiari di questi pazienti abbiano qualche speranza in più?

«L’attenzione verso queste forme cliniche è recente, nel nostro campo molto è ancora da scoprire e c’è pochissima letteratura sui risvegli dopo anni di coma. I casi come quello di Messina sono pochi e fanno impressione. Ma il messaggio da questa vicenda è che con una maggiore attenzione per la presa in carico globale, se si seguono con attenzione i progressi delle condizioni cliniche, chi sopravvive può avere speranze di recupero. Abbiamo ancora molta strada da fare, ma questa persona che è sopravvissuta è un buon risultato, uno stimolo per chi lavora da anni con questi pazienti e una fonte di speranza per le loro famiglie».

http://www.lastampa.it/2016/09/08/italia/cronache/risvegli-dal-coma-dopo-anni-non-un-miracolo-merito-dei-progressi-medici-atE3jmYvFOpywbnhbfl2FJ/pagina.html

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