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Roma, il tom tom dei profughi dell’autobus 92

Vita quotidiana a Roma – La città allo sfascio e l’incredibile arte di arrangiarsi.

A Roma si vive così. Ieri, alle 15:30, alcuni cittadini inferociti attendevano da mezz’ora al capolinea della stazione Termini l’autobus 92, gestito dall’efficiente Atac, gioiello dell’amministrazione capitolina che vanta un debito consolidato di soli 1,3 miliardi di euro. Un elettore chiede notizie a una specie di capostazione, che risponde come se fosse in un aeroporto intercontinentale: “Oggi con il 92 abbiamo dei problemi, mi dia dieci minuti di tempo e le dico qualcosa”. Si erano guastati tre autobus, pare.

Tutti della linea 92? Il capostazione si sfoga con un collega: “Non posso neppure togliere un autobus dal 64, perché quello lì in alto sai che guai a chi gli tocca il 64”. Il 64 è la linea che collega Termini con San Pietro, famosa in tutto il mondo come paradiso dei borseggiatori. Arriva un autobus con la scritta “Deposito”. È libero. Il capostazione apostrofa l’autista: “Che me fai ‘na 92?”. Replica dell’autista laconico: “No”. Il capostazione si sfoga: “Cosa je costava?”. Gli aspiranti passeggeri del 92 cominciano a rumoreggiare. Due immigrate, prive del diritto di vendicarsi alle urne, sono disperate: “Dobbiamo andare a lavorare”.

Il capostazione promette la magia: “Il prossimo che arriva lo faccio diventà un 92”. Eccolo. “Che me fai ‘na 92?”. “Nun so ‘a strada”. Il capostazione non si arrende, convoca sul posto un’assemblea dei profughi del 92 e chiede chi si sente in grado di mettersi accanto all’autista per indicargli il percorso. Qualcuno eccepisce la procedura non del tutto aderente agli standard occidentali. Il capostazione si offende: “Anziché dire grazie…”, e forse ha ragione, se a Roma ogni tanto un autobus passa è merito di pochi eroi misconosciuti come lui.

Alla fine, l’incarico di navigatore è assegnato a un tonico settantacinquenne, che prende posto con malcelato orgoglio accanto alla cabina di guida e impettito come il capitano MacWhirr (Joseph Conrad, Tifone) scruta l’orizzonte metropolitano e indica la rotta. Chi non vive a Roma fatica a rendersi conto che milioni di persone, e in particolare la fascia più povera, sono privi del diritto alla mobilità, ostaggio di vere e proprie bande che hanno spolpato l’Atac per decenni sotto l’occhio vitreo di sindaci sedicenti competenti (Ignazio Marino, Gianni Alemanno, Walter Veltroni e Francesco Rutelli) e dei loro ambiziosi portaborse. Chi si interroga sugli orientamenti elettorali del populus romanus, provi a prendere un autobus: capirà perché così tanti cittadini, piuttosto che per uno dei competenti che hanno ridotto così la Capitale, voterebbero per un cane lupo.

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