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Roma mette all’asta le tombe. Ora la morte è lotta di classe

Roma mette all'asta le tombe. Ora la morte è lotta di classeDa romano, tra infanzia e adolescenza, ho coltivato due certezze riguardo alla morte. Una sbagliata e una corretta. La prima era il fatto che il Verano, il cimitero monumentale di Roma, benché istituito da Napoleone, avesse inspiegabilmente un nome spagnolo, e che perciò stesse per «estate». En el verano ; sì, come a dire: quello era il luogo dell’eterna vacanza, là dove infine si gustavano i frutti dopo l’inverno della terza età dell’uomo. Il che già rendeva un po’ tutto poetico: quasi quasi invogliava. La seconda non era un’idea mia. Era piuttosto supportata e inculcata dalla saggezza popolare – amici, insegnanti, genitori, parenti -, e si esprimeva grossomodo così: guai se finisci a Prima Porta. Ovvero il secondo cimitero di Roma. Che, ancora a proposito di etimologie a vanvera, aveva il sapore di una porta infernale, bocca o voragine per perduta gente.

Prima Porta, ossia il luogo popolare, fuorimano, in un «laggiù» vago e sgradevole, perché in una zona in cui era impossibile passare per caso. E di contro il Verano, sotto gli occhi di tutti, a un passo dall’Università e dalla movida del quartiere San Lorenzo. Familiare, piacevole. Elegante. In pratica il solo luogo degno, dai posti rarissimi e forse già tutti riservati come in qualunque locale esclusivo.Verano ovviamente non significa «estate». Casomai il nome porta traccia della sua intima natura classista, se quello era il campo dei Verani, gens senatoria dell’antica Repubblica. E tuttavia è proprio in piena estate, e novembrina non a caso, che la città torna a mostrare il proprio rapporto con la morte. Rapporto a volte schizzinoso, pieno dei tic e delle pretese di gente così com’è la mia, pronta a distinguere i quartieri tra «dentro» e «fuori» la cinta muraria, «dentro» e «fuori il raccordo anulare», «borgatari», «burini», in vita e per l’eternità. A luglio, ad esempio, sono fioriti per le strade i molto ammiccanti manifesti pubblicitari delle Onoranze Funebri Taffo, fieri di presentare al pubblico il lussuoso servizio «Cremazione Diamond», per trasformare le ceneri del caro estinto in un brillante da incastonare in un anello e da portare per sempre con sé («Ecco il mio povero marito!»). Ora ci arriva una nuova notizia: il Comune ha stabilito ufficialmente la modalità di assegnazione di più di 1.150 loculi del cimitero monumentale, rimasti liberi o liberatisi da poco per la scadenza della concessione. Visto il numero delle richieste e la scarsità dei fornetti, verrà indetta un’asta, «anche con modalità elettronica» come succede un po’ su e-Bay, per permettere al miglior offerente di riposare accanto a Mameli e Petrolini, Alberto Sordi e Claretta Petacci, ossia in quella sorta di museo all’aperto che vive di marmi delicati e di ritratti ottocenteschi e non nella grigia Prima Porta, laggiù.

La morte così, ancora una volta, non è la livella che permetteva, nella poesia di Totò, ad un qualunque netturbino di dormire al fianco del principe riottoso. La morte, semmai, è quella che il nostro poeta Belli – «ospite fisso» del Verano – descrisse ne Li morti de Roma : un’ultima grande selezione, un modo definitivo per distinguere tra defunti «Siggnori», defunti a metà, «dde mezza tacca», e defunti più indegni, «’n’antra spesce de morti, che ccammina / senza moccoli e ccassa in zepportura» e che finiscono buttati «a la mucchia», come del «ppesce de frittura».Follia, forse, o atto insensato di superbia, quello di pretendere lusso e prima fila per chi, a conti fatti, deve svolgere l’unica attività di ritornare allo stato di polvere. Eppure il classismo della morte è un paradosso soltanto apparente, e lo è ancor di più in una città come Roma, che vive in primis di memoria o, come scrisse cinicamente James Joyce, «si mantiene mostrando ai viaggiatori il cadavere di sua nonna». Roma, che ha reso attrazione turistica un monumento come la Piramide Cestia, che altro non è se non una tomba assai kitsch di un romano arricchito che pagò per essere sepolto come un faraone, ma che proprio per questo gesto di cattivo gusto è riuscito nell’intento di far sopravvivere il suo nome per duemila anni. Roma che ha reso musei, luoghi in cui è bello passeggiare, non solo il Verano, ma il cimitero acattolico a Testaccio, le catacombe, la cripta dei cappuccini a via Veneto, coi suoi lampadari e le decorazioni interamente composti di ossa.

Roma, e i romani che, prevedibilmente, si precipiteranno a fare offerte per un loculo via web e che continuano a litigarsi uno spazio sottoterra purché sia terra del Verano, sanno benissimo che un cimitero in fondo non serve mica ai morti: macché. Se a loro è sgradita Prima Porta, se sognano stucchi e marmi pregiati, è perché hanno la saggia e precisa coscienza che il cimitero è per i vivi.E che perciò i morti – che, in sé per sé, forse, sarebbero anche indifferenti – sono costretti ad adeguarsi, ad imitare i gusti, le pretese di sfarzo, l’estetica dei viventi. Sanno che l’unica speranza di poter essere ricordati sta proprio (e con qualsiasi mezzo) nel riuscire a essere sepolti in un luogo piacevole da visitare, ovverosia nel trasformarsi in pezzi da museo, in maniera non troppo diversa da chi si trasforma in un brillante. Vogliono essere guardati, vogliono visite, memoria. Ecco perciò che persino quest’asta, così amena, grottesca, ovvero il successo e la corsa all’offerta che susciterà, rivela una natura totalmente opposta a quella vanesia e superficiale che si sarebbe portati a pensare: i romani potranno litigarsi il diritto al ricordo. Potranno illudersi, malinconicamente, di accaparrarsi qualche sguardo in più, qualche passante in più che pronuncerà il loro nome mentre passeggia, da turista, alla ricerca di una tomba famosa, come chi gioisce perché si vede sul giornale, fotografato alle spalle di un vip. Come si dice: immortalato. Un’ultima, vaga concessione di tempo, finché anche questa non scadrà, e una nuova asta, nel futuro, non presenterà ad altri la promessa di una raggiante estate infinita. 

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