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“Roma nel mirino delle mafie”, l'allarme del Procuratore generale

È il diffondersi della criminalità organizzata, in tutte le sue sfaccettature, l’elemento che “può minacciare in modo mortale” la tenuta della legalità in tutto il Lazio. A lanciare l’allarme è il Procuratore generale presso la corte di appello di Roma Giovanni Salvi, che nella sua relazione per l’anno giudiziario ha puntato il dito contro “la pervasività delle organizzazioni camorristiche nel sud della Regione, la lenta conquista del mercato e delle imprese da parte della ‘ndrangheta, la persistenza delle infiltrazioni di Cosa Nostra”.

Si tratta di realtà mafiose che “si accompagnano a nuove organizzazioni, su base etnica o che sfruttano la particolarità della struttura sociale, economica e politica della Capitale e la debolezza della struttura politica”. Per il magistrato “alla realtà delle infiltrazioni delle mafie storiche, si affianca stabilmente quella delle organizzazioni autoctone, che operano con modalità differenziate a seconda delle aree di interesse e dei settori economici coinvolti”.

Tema centrale il crimine organizzato

E che il tema centrale di questa relazione sia legato al crimine organizzato è dimostrato dall’analisi sulla sentenza che ha decretato il mancato riconoscimento dell’articolo 416 bis e dell’aggravante del metodo mafioso nel processo al ‘Mondo di Mezzo’ e che la Procura generale ha voluto impugnare. “Alcuni hanno gioito alla decisione del tribunale di Roma”, ha ricordato il Pg Salvi che ha voluto precisare: “Abbiamo impugnato la sentenza in questione, così come quella della corte d’appello che escludeva il carattere mafioso del clan Fasciani, ottenendo qualche giorno addietro una decisione della Cassazione che torna, ancora una volta, a fare chiarezza su punti di diritto, in verità già molto chiari”.

La Procura Generale – ha spiegato Salvi – “ha dunque proposto appello solo su questo specifico punto, anche al fine di ricondurre ad unità le diverse decisioni, sotto i principi già fissati dalla Cassazione. E se è vero che le decisioni di legittimità in sede cautelare non costituiscono giudicato interno, è altrettanto vero che esse costituiscono sbarramento alla possibilità di applicare nel processo principi di diritto diversi da quelli statuiti in specifico riferimento alla materia trattata”.

In ogni caso, al di là del mancato riconoscimento della mafia nel procedimento a carico dell’ex Nar Massimo Carminati e del ‘ras’ delle cooperative Salvatore Buzzi, “va detto che la sentenza del tribunale ha ricostruito con serietà e precisione la gravità delle condotte che hanno inquinato per anni il tessuto politico della Capitale, portando alla spartizione di appalti di attività pubbliche, anche in settori di assoluta delicatezza, quali la gestione dell’accoglienza o dei campi nomadi. Da quella sentenza emerge con la forza delle prove la degenerazione di un sistema di rapporti tra imprese, cooperazione e pubblico, coinvolgente anche ‘il terzo settore'”.

Un pensiero per Regeni

Riferendosi ad altre inchieste in corso a Roma, Salvi ha dedicato un pensiero a Giulio Regeni, il 28enne ricercatore di origine friulana sparito il 25 gennaio 2016 al Cairo e trovato morto nella capitale egiziana il 3 febbraio successivo. “L’impegno del nostro Paese per l’accertamento della verità e per la punizione dei colpevoli dell’assassinio di Giulio non verrà meno”, ha garantito il magistrato che a proposito del caso Consip, procedimento che Roma ha ereditato dai colleghi di Napoli, ha parlato di “una vicenda che ha messo in evidenza la pervasività di un sistema di partecipazione alle gare pubbliche che ne prevede la sistematica turbativa, attraverso accordi tra grandi imprese”.

Dal canto suo, il presidente della corte di appello di Roma Luciano Panzani ha rivolto un invito a Governo e Csm affinché si risolva in modo netto il problema degli “organici inadeguati e insufficienti rispetto alla mole di lavoro da affrontare quotidianamente”. Un problema che riguarda il distretto di Roma ma anche quella altre grandi corti d’appello che da sole raggiungono il 50% delle pendenze processuali.

“Nella capitale, nel 2017, la corte di appello – ha spiegato Panzani – ha aumentato la sua produttività emettendo oltre 10mila sentenze penali e con la riduzione dell’arretrato delle cause civili del circa 10%. Rimane l’entità dell’arretrato penale, oltre 52mila processi pendenti. Per porre rimedio ed eliminare il collo di bottiglia, rappresentato dalle corti di appello, che condiziona tutta la giustizia penale e civile, con allungamento dei tempi di oltre 3 anni, risulta indispensabile – ha suggerito Panzani – la presa di coscienza che la battaglia per l’efficienza della giustizia si vince rendendo efficienti le corti di appello”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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