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Roma tifa leave o remain? Effetto Brexit sull'Italia

di Barbara Tedaldi 

L’Italia deve tifare ‘leave’ o ‘remain’? A meno di due settimane dal referendum con cui la Gran Bretagna decidera’ se rimanere a Bruxelles o lasciare l’Unione europea, sono note a tutti le conseguenze che la Brexit avrebbe sui conti degli inglesi e le conseguenze sulla Ue, ma sono ancora indefinite le ripercussioni sull’Italia. Molti analisti scommettono su un effetto negativo soprattutto sui paesi del Sud Europa, che hanno uno scambio commerciale elevato e ricevono forti investimenti da Londra. E di certo aumenterebbe di piu’ di un miliardo il contributo che l’Italia versa al bilancio di Bruxelles. Ma secondo altri i piu’ penalizzati sarebbero Irlanda e Olanda.

I conti non sono certi ne’ facili: esistono diverse macro-variabili che li rendono assai ballerini. La prima e’ il trattato di Lisbona che all’articolo 50 prevede che uno stato membro, prima di uscire dalla Ue, contratti per due anni, rinnovabili, le nuove condizioni dei suoi rapporti con Bruxelles. L’altra variabile dipende dalla precedente: quali condizioni tratterebbe l’Inghilterra? Quali vantaggi manterrebbe e quali perderebbe? Infine c’e’ la variabile psicologica, quale sarebbe l’effetto di paura e di instabililta’ sui mercati e sulle loro interconnessioni. Ieri se ne e’ avuto un assaggio dopo le parole di Wolfgang Schauble. E infatti anche la tedesca Fondazione Bertlesmann distingue tra “effetti statici” ed “effetti dinamici”. Alcuni dati sono certi, come i contributi che il Regno unito non versera’ piu’ a Bruxelles, ma quasi tutti gli altri dipendono da effetti economici mixati con effetti psicologici. Del resto le connessioni di mercati e industria sono tali che il leave non sarebbe indolore per nessuno. Basti pensare che il 50% sia dell’export che dell’import del Regno unito viaggia su rotte europee.

Per quel che riguarda l’Italia le valutazioni si possono dividere in quattro capitoli: ripercussioni sugli italiani che vivono Oltremanica o vorrebbero andarci, influenza sui mercati commerciali e sulle imprese, effetti sui mercati finanziari e bancari, costi per il governo. Nel complesso la Fondazione Bertelsmann ha valutato che l’impatto sul Pil italiano potrebbe essere valutato in una perdita dallo 0,06% allo 0,23%. Quindi nel caso peggiore si avrebbe un calo di circa 4 miliardi di pil. Partendo dal capitolo contributi Ue, il conto e’ assai frammentato, ma diversi analisti valutano in un miliardo e quattrocentomila euro i maggiori costi che verrebbero all’Italia dalla Brexit a causa dei maggiori versamenti di Roma al bilancio Ue. Londra infatti non verserebbe piu’ la sua quota e questa, calcolando anche i diversi capitoli di ricalcolo e sussidi, graverebbe quota parte sui singoli paesi. La piu’ penalizzata sarebbe la Germania, poi la Francia e terza l’Italia con un aumento di 1 milardo e 384 milioni di euro.

Per quel che riguarda la vita dei nostri connazionali a Londra, nei giorni scorsi l’ambasciatore d’Italia nel Regno Unito, Pasquale Terracciano, ha tranquillizzato i circa 600.000 italiani. “Nell’immediato per gli italiani non cambierebbe nulla” fino alla fine delle trattative che non termineranno prima del 2018. Difficilmente a quel punto i diritti acquisiti verrebbero messi in discussione per i cittadini europei gia’ residenti. “Chi e’ gia’ qui non dovrebbe avere conseguenze e questo dovrebbe rientrare in un accordo con l’Ue sulla liberta’ di movimento” ha spiegato Terracciano.

Diverso il discorso per chi vorra’ arrivare a Londra dopo quella data.Contando sul senso degli affari degli inglesi, nulla dovrebbe cambiare per i turisti italiani, che ora non hanno bisogno di visto ma solo di un documento di identita’. La Gran Bretagna non fa parte di Schengen ma accetta la libera circolazione per turismo, per ovvi motivi economici, e anche in futuro le condizioni potrebbero rimanere le stesse, pena la diminuzione dei milioni di visitatori delle bellezze di Londra e delle campagne inglesi. Ma un filtro potrebbe essere messo per chi va in cerca di lavoro, anche perche’ e’ proprio questo uno dei motivi che stanno spingendo molti inglesi delle classi medio-basse a sostenere la Brexit. Le condizioni per i giovani italiani che vanno a cercare fortuna in Gb, magari pagandosi soggiorno e studio lavorando come cameriere in pub e bar, potrebbero diventare piu’ ostiche. E se verranno rispettate le previsioni degli analisti piu’ pessimisti, una quota parte del milione di posti di lavoro che verrebbero spazzati via dalla Brexit potrebbe essere composta di italiani. Gia’ molti operatori della City, infatti, stanno pensando di trasferirsi in altre borse europee e i loro dipendenti vedrebbero emigrare il loro quartier generale da Londra a Dublino, Amsterdam o Francoforte. Qualche difficolta’ in piu’ potrebbero averla anche quei circa 5000 ragazzi italiani che ogni anno si iscrivono alle universita’ inglesi, portando a 11.000 circa i nostri studenti presenti nel Regno unito . Di solito si tratta di giovani molto motivati, che non si fermano davanti a una richiesta di visto, ma gli effetti della Brexit sul valore della sterlina potrebbe far aumentare le tasse universitarie. Che attualmente sono piu’ basse di quelle Usa, ma sempre piu’ alte di quelle italiane. Una parziale attenuazione delle spese potrebbe giungere dal previsto deprezzamento della sterlina.

Ma l’impatto piu’ forte, dal punto di vista economico, sarebbe quello su rapporti commerciale e imprese. Anche i 50 rapporti commerciali che legano Ue e Gb verrebbero ricontrattati e molto dipendera’ da quali saranno i nuovi patti tra Londra e Bruxelles. Attualmente l’Italia ha un saldo commerciale di 12 miliardi di euro con Londra, pari allo 0,8% del Pil. Uk esporta il suo 2,8% verso l’Italia ed importa il 3,7%. Un avanzo che potrebbe venire eroso dall’introduzione di eventuali barriere tariffarie e non tariffarie al commercio e dall’indebolimento della sterlina.

Per quel che riguarda le imprese due sono i dati importanti da valutare. L’Inghilterra investe 24 miliardi di dollari in Italia e l’Italia ricambia con 13,9 miliardi di dollari di investimenti. Oltremanica; 86 mila lavoratori italiani sono occupati in multinazionali inglesi, 67 mila inglesi in aziende a capitale italiano. Le implicazioni di un peggioramento dei rapporti e del possibile cambio di legislazione da parte di Londra sono evidenti ma non quantificabili. Anche se tutti gli analisti scommettono sulla possibile riallocazione delle aziende farmaceutiche ad alto tasso di innovazione che ora sono in Inghilterra verso i paesi Ue, e quindi anche verso l’Italia, gia. Secondo le ultime analisi i paesi piu’ colpiti sarebbero l’Irlanda, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo, lasciando dunque un po’ di respiro al Belpaese.

Infine c’e’ il capitolo banche e finanza. Sulle prime ha gia’ fatto discutere la previsione del Fondo Atlante sulla clausola di recessione in caso di Brexit. Last but not least, sul secondo fronte le notizie potrebbero non essere cattive: gli analisti di Societe generale valutano che alcune attivita’ finanziarie saranno trasferite dal Regno Unito all’area euro, con un conseguente ridimensionamento della City di Londra a favore delle borse nostrane. Insomma, come si e’ visto ieri, gli occhi di tutti sono puntati sul 23 giugno, le incertezze sono altissime e mettono in fibrillazione i mercati e le cancellerie. E non e’ un caso che governi, banche centrali e grandi investitori di mezzo mondo, in realta’ facciano dichiaratamente il tifo per il remain. (AGI) 

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