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Rorschach e il suo test, anima e moda

Articolo di Paolo Legrenzi (Sole 22.4.18) sui saggi di Damion Searls, Macchie di inchiostro. Storia di Hermann Rorschach e del suo test. Il Saggiatore, pagg. 525, € 29 e Kristin Laurin, Inaugurating Rationalization: Three Field Studies Find Increased Rationalization, Psychological Science, 27.2.18″

“”Hermann Rorschach nasce a Zurigo nel 1884, diventa psichiatra e lavora presso diversi manicomi. Sarà ricordato per un solo contributo: il test che porta il suo nome. Si tratta di dieci disegni astratti, simmetrici lungo la verticale, simili a quelli costruiti facendo sgocciolare del colore su un foglio, piegandolo a metà e riaprendolo. Il test, pubblicato nel 1921, consiste nel guardare i disegni, uno dopo l’altro, e nel dire che cosa si vede. Le risposte sono psicodiagnostiche? Ci possono rivelare qualcosa di permanente e non occasionale? Damion Searls, l’autore di Macchie d’inchiostro (perfettamente curato e tradotto), tiene in sospeso il lettore. Risponderà a queste domande solo alla fine del libro, nel capitolo «Il test di Rorschach non è un test di Rorschach». Più che uno strumento psicodiagnostico, Searls conclude che è stato una cartina di tornasole delle mode culturali della prima metà del Novecento.
L’invenzione di Rorschach prosegue un cammino iniziato alla fine dell’Ottocento quando si inizia a esplorare quello che solo nel 1987 John F. Kilhstrom avrebbe chiamato «inconscio cognitivo». Si tratta di tutti i processi mentali che il cervello produce senza che noi ce ne rendiamo conto. Il primo esploratore fu l’inglese Francis Galton, un genio poliedrico. Nel 1879 esce su Brain il metodo per scandagliare l’inconscio: lungo un percorso di quattrocento metri a Pall Mall, strada di Londra, guarda sempre gli stessi oggetti e lascia «la mente libera di vagare». Segna su un taccuino tutto quello che gli viene in mente. Lo fa molte volte per poi procedere a un’analisi statistica dei dati. Si accorge così di «ricordi rimasti sepolti nella memoria e a lui ignoti». Un secondo metodo: Galton legge delle parole e registra i tempi di emersione delle associazioni libere. Perfezionerà così lo studio dei tempi di reazione riuscendo a esplorare depositi mentali immensi e a lui sconosciuti. Il francese Alfred Binet, inventore dei test, nel 1895 ripete la prova usando però delle macchie astratte.
Rorschach prosegue nella scia di Binet. Il suo test è seducente sul piano visivo, semplice e, soprattutto, facile da usare. Molly Harrower, allieva di Kurt Koffka, il grande psicologo della percezione (e non solo), ne agevola l’applicazione preparando risposte precompilate per ogni figura e chiedendo di scegliere tra queste.
Damion Searls avvicina la biografia di Rorschach a quella dell’artista Jackson Pollock, morto giovane e solo in seguito celeberrimo. L’accostamento si giustifica, malgrado ambiti e scopi diversi. Per esempio, i bambini in visita alla Collezione Guggenheim di Venezia, incontrato un quadro di Pollock, talvolta domandano ai genitori: «Che cosa vuol dire?». Risposta intelligente: «A te che cosa fa venire in mente?»I bambini rispondono spontaneamente e spesso si accalorano a favore della loro interpretazione.
Alla base del successo del test c’era l’entusiasmo acritico per l’esplorazione dell’inconscio considerato un’entità eccezionale e misteriosa. Le macchie di Rorschach, usate nel processo di Norimberga e in quello ad Adolf Eichmann, toccano il massimo della popolarità negli anni Sessanta. Si tennero sempre segreti i sistemi per decifrare le risposte, vanificando così eventuali controlli.
Grande era allora la fiducia nella capacità degli psicologi di saper svelare i misteri della mente. Le persone volevano crederci. Lo psicologo triestino Gaetano Kanizsa chiese ai partecipanti di un esperimento di tracciare una figura senza staccare mai la penna dal foglio. Grazie a questo solo disegno descrisse la personalità di ciascuno. La maggior parte dei partecipanti trovò azzeccata la diagnosi. In realtà il profilo di personalità era lo stesso per tutti!
Il successo del test di Rorschach è una dimostrazione indiretta di come la mente umana giunge a credere, del perché e del come lo desidera. Kanizsa, con ironia, diceva che ormai i miracoli sono accettati solo in veste pseudo-scientifica. Negli Usa se ne era parlato sulla popolare rivista Time, la stessa che aveva lanciato Pollock. Le macchie compaiono nelle pubblicità, in un film per distinguere la gemella buona (Olivia de Havilland) da quella cattiva, e una società finanziaria dice di usarle per conoscere meglio i clienti. Nel 1984 Andy Warhol traduce il suo motto «vediamo ciò che vogliamo vedere» nella serie dei sessanta dipinti «Rorschach», creati versando colore su grandi tele, piegandole in due e poi riaprendole. La moda comincia però a tramontare. Inizia una nuova era, quella in cui gli psicologi scoprono le illusioni della conoscenza e gli errori degli esperti. In questo senso il test di Rorschach è diagnostico perché la fiducia nei suoi poteri dimostra la forza di alcune deviazioni sistematiche del pensiero, quelle che Daniel Kahneman chiamerà «bias». Le stesse tendenze illusorie, intuitive e ineliminabili, sono oggi alla base del programma delle spintarelle gentili (nudge). Si cerca di fare del bene alle persone senza che queste se ne rendano conto (di qui il premio Nobel dell’economia del 2017 a Richard Thaler).
E tuttavia non va dimenticato che questa saga viene oggi «razionalizzata» a posteriori, secondo i meccanismi approfonditi da Kristin Laurin in una recente ricerca. Hermann Rorschach, nel suo candore intellettuale un po’ ingenuo non avrebbe apprezzato la storia del “suo” test. Non aveva neppure voluto chiamare il libro del 1921 Psicodiagnostica: fu una decisione commerciale dell’editore. Innocente, nulla seppe mai. Morì nel 1922.””

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