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Rosatellum, sondaggi e amministrative: vademecum per il voto del 4 marzo

I ragazzi del ’99, li ha definiti il Capo dello Stato Sergio Mattarella. Un secolo fa i ragazzi del ’99 furono decisivi per le sorti della prima guerra mondiale. Combatterono in trincea, con fango, ghiaccio e fame. Morirono 600 mila italiani. Oggi i ragazzi del ’99 vivono nella pace, nell’Unione Europea e hanno di fronte a loro un compito più facile ma molto importante per la democrazia: far si che l’affluenza alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo non scenda al di sotto del 75% registrato nel 2013. Sono lontani i tempi degli anni sessanta e settanta in cui l’affluenza superò il 90%. Oggi in alcuni ballottaggi e alle ultime regionali siciliane ha votato meno di un elettore su due.

L’offerta politica non è più bipolarista. I principali attori sono tre e, al loro interno, le coalizioni di centrodestra e centrosinistra hanno differenti capi politici e sono concorrenziali tra loro nei collegi plurinominali. Il Governo è attualmente presieduto da Paolo Gentiloni (Pd), che non si è dimesso né è stato sfiduciato. Le urne formeranno la Camera e il Senato della diciottesima legislatura. Le ultime due sono durate 5 anni ciascuna: 2008-2013 e 2013-2018. Quella precedente durò solo due anni: 2006-2008. Il 23 marzo 2018 con l’elezione dei Presidenti di Senato e Camera vedremo quali maggioranze potrebbero profilarsi all’orizzonte.

 

Come si vota: il Rosatellum e la composizione delle camere. 

Le differenze con le due precedenti tornate elettorali politiche.

Sondaggi: le regole, come leggerli.

Affluenza: così alle ultime due elezioni.

La tempistica del voto e del dopo voto.

Amministrative di Lazio e Lombardia: cosa c’è da sapere.

 

 

Come si vota: il Rosatellum e la composizione delle Camere

 

I voti espressi il 4 marzo si tradurranno nei seggi del Parlamento italiano, composto da 630 deputati alla Camera e da 315 senatori al Senato. Il modo in cui i seggi saranno assegnati è regolato dalla legge elettorale. Quella attualmente in vigore è molto recente: soprannominata “Rosatellum”, dal nome del capogruppo del PD alla Camera Ettore Rosato, è stata approvata alla fine di ottobre del 2017 ed è entrata in vigore come legge 165/2017.

Il Rosatellum è un sistema misto. Un terzo circa dei seggi della Camera – 232 su 630 – è assegnato in collegi uninominali e con il sistema maggioritario. Uninominali, perché ogni collegio eleggerà un solo rappresentante, e maggioritario, perché quel rappresentante sarà chi otterrà la maggioranza relativa dei voti (cioè anche solo un voto più degli altri).

Per la parte proporzionale, il territorio italiano è stato quindi diviso in 231 collegi (più uno per la Valle d’Aosta) a seconda della popolazione. La divisione si basa su una divisione amministrativa di livello superiore, le 28 circoscrizioni elettorali della Camera.

Le circoscrizioni hanno la caratteristica di non superare mai i confini regionali: diverse regioni coincidono con una circoscrizione (ad esempio Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Puglia e Sardegna) ma alcune regioni molto popolose sono divise in più circoscrizioni (quasi sempre due, ma in Lombardia si arriva a quattro).

I collegi uninominali sono stati ritagliati da un’apposita commissione all’interno delle circoscrizioni e su base demografica. Di fatto, ciascuno dei 232 collegi copre una popolazione piuttosto variabile, ma in media di circa 250 mila abitanti. Le mappe con i collegi del Rosatellum si trovano qui.

Ciascun collegio uninominale eleggerà un solo deputato, per raggiungere i 232 che vengono così assegnati.

E i restanti due terzi? I 386 seggi rimanenti della Camera – escludiamo per il momento i deputati eletti all’estero, che sono fissati a 12 dalla Costituzione – sono eletti in collegi plurinominali e con il sistema proporzionale. Plurinominali, perché in ogni collegio saranno eletti più rappresentanti, e proporzionale, perché all’interno dei seggi assegnati a quel collegio i deputati saranno ripartiti in proporzione ai voti ricevuti.

I collegi plurinominali sono stati ottenuti aggregando gli uninominali vicini, e in ciascuno si scelgono tra i tre e gli otto deputati (con alcune piccole eccezioni nelle regioni meno popolose). I collegi plurinominali sono in totale una sessantina: quindi molto più grandi rispetto agli uninominali, naturalmente, e con una popolazione media molto maggiore. L’elenco dei collegi è qui.

 

Un esempio pratico

La Lombardia è divisa in 37 collegi uninominali, in cui saranno eletti altrettanti deputati, e dieci plurinominali, in cui saranno eletti altri 65 deputati. Il totale della regione è di 102 rappresentanti alla Camera. Prendiamo Mario Rossi, residente in un piccolo capoluogo di provincia lombardo, ad esempio Mantova. Il signor Rossi eleggerà un solo deputato per il collegio uninominale Lombardia 4-06, che è un po’ più piccolo della provincia di Mantova e ha un totale di 260 mila abitanti. Sceglierà un nome che finirà in Parlamento solo se sarà il più votato in tutto il collegio, altrimenti quel suo voto andrà “disperso”.

Il signor Rossi voterà però anche una lista di candidati per il collegio plurinominale Lombardia 4-02, che comprende, oltre a quello di Mantova, anche i collegi uninominali di Suzzara e Cremona: nella zona, che ha un totale di circa 800 mila abitanti, si eleggeranno cinque deputati. Qui il suo voto ha più possibilità di essere “considerato”, perché quei cinque saranno spartiti in modo proporzionale rispetto alle percentuali ricevute nel collegio.

Il meccanismo di elezione è identico al Senato, con la necessaria modifica del numero dei seggi assegnati (116 uninominali e 193 plurinominali, più i sei eletti all’estero) e della loro distribuzione. In questo caso, infatti, la suddivisione di partenza è la regione – la Costituzione prescrive che il Senato sia eletto «a base regionale» – e le circoscrizioni sono infatti 20 e coincidenti con le regioni. Ciascuna regione/circoscrizione plurinominale è divisa in collegi, in totale 34, e in ciascuno si eleggono tra i due e gli otto senatori.

I dodici deputati e sei senatori eletti all’estero sono eletti in un’unica circoscrizione, divisa in quattro ripartizioni, e sono eletti con il metodo proporzionale.

 

Le differenze con il Mattarellum

L’Italia ha già avuto un sistema elettorale che presentava già il “mix” di maggioritario e proporzionale: il Mattarellum (leggi 276/1993 e 277/1993), dal nome del relatore della legge Sergio Mattarella (l’attuale presidente della Repubblica; il Mattarellum è stata la prima legge elettorale a meritare un soprannome dal suono latino, coniato dal politologo Giovanni Sartori). In realtà, tra i due sistemi ci sono differenze piuttosto nette.

Una delle più evidenti è che le quote di proporzionale e maggioritario sono invertite: nel Mattarellum ben 475 deputati, infatti – circa tre quarti del totale – erano eletti in collegi uninominali, in cui il candidato che prendeva più voti veniva eletto. C’erano quindi 475 “corse singole”, e non le 232 del Rosatellum.

Il quarto restante dei seggi della Camera veniva assegnato con il metodo proporzionale. Ai tempi del Mattarellum – che ha regolato le elezioni del 1994, 1996 e 2001 – all’elettore venivano consegnate due schede, una per la quota proporzionale e una per il maggioritario. Naturalmente, nulla vietava a un elettore di scegliere formazioni politiche diverse tra le due schede, il cosiddetto “voto disgiunto”.

E qui viene un’altra differenza notevole tra Mattarellum e Rosatellum: in quest’ultimo, il “voto disgiunto” non è possibile. Il 4 marzo, l’elettore riceverà una sola scheda.

Sulla scheda si troveranno i nomi dei candidati per il collegio uninominale e vicino ad essi i simboli e le liste di candidati che li sostengono. L’elettore potrà scegliere se mettere una croce sul nome del candidato uninominale, su una delle liste che lo sostengono o su entrambi. Qui potete vedere un’ipotesi di scheda, dalla newsletter elettorale curata da Pietro Raffa.

 

Alleanze, sbarramenti, candidature multiple

Veniamo alla questione delle alleanze e delle soglie di sbarramento, che come diventerà chiaro a breve sono collegate.

Il Rosatellum prevede che siano possibili coalizioni elettorali, cioè l’apparentamento di più liste. I seggi dei collegi plurinominali sono ripartiti su base nazionale: si sommano cioè i risultati di tutti i collegi e, in base alle soglie di sbarramento, si decide se e quanti seggi sono assegnati a ciascuna lista e coalizione.

Le soglie di sbarramento sono la percentuale di voti sopra le quali una lista o una coalizione accede alla ripartizione dei voti. Sono diverse a seconda che una lista corra da sola – come ad esempio il Movimento 5 Stelle – o sia invece in coalizione – come PD-Lista Lorenzin o Forza Italia-Lega-Fratelli d’Italia. Per le liste che corrono da sole, la soglia è al 3 per cento dei voti validi a livello nazionale; per le coalizioni è al 10 per cento, con la condizione che almeno una al suo interno superi il 3 per cento. All’interno delle coalizioni, poi, si contano ai fini della distribuzione dei seggi tutti i voti dei partiti che superano l’1 per cento.

Questi numeri possono sembrare troppo astratti, ma hanno risvolti molto concreti: una formazione politica con qualche speranza di arrivare al 2 per cento, ad esempio, non avrebbe interesse ad andare da sola, ma tutto l’interesse invece a coalizzarsi, perché in quel modo potrebbe comunque dare il suo contributo alla coalizione anche senza mandare rappresentanti in Parlamento (nessun suo candidato, infatti, sarebbe eletto, ma i suoi voti verrebbero “regalati” alla coalizione).

Al Senato le soglie sono uguali, con in più quella del 20 per cento dei voti in una sola regione: la lista che la raggiunge ha diritto ad accedere al riparto dei seggi, anche se non ha il 3 per cento a livello nazionale.

C’è poi il fenomeno delle cosiddette “candidature multiple”. Senza giri di parole, le candidature multiple sono utili ai partiti per avere la certezza di eleggere un proprio rappresentante molto importante o, detto in altri termini, per dare maggior visibilità a candidati particolarmente forti e attrarre più voti.

Il Rosatellum stabilisce che ciascun candidato si può presentare in un solo collegio uninominale e in un massimo di cinque collegi plurinominali (in cinque “listini” diversi). Chi si presenta negli uninominali può contemporaneamente essere candidato nei plurinominali, fermo restando il limite di cinque. Se viene eletto nell’uninominale, sarà eletto lì; se invece è eletto in più plurinominali, risulterà rappresentante del collegio in cui la sua lista ha preso la percentuale più bassa di voti.

Per assicurare l’equilibrio nella rappresentanza di genere, sia alla Camera che al Senato i listini devono avere un ordine alternato di genere e i capilista non possono appartenere allo stesso genere per più del 60 per cento. Nel totale dei collegi uninominali, allo stesso tempo, i partiti e le coalizioni non possono presentare più del 60 per cento dei candidati appartenenti allo stesso genere.

In conclusione: visto che il nostro sistema politico è attualmente tripolare, con tre schieramenti molto consistenti, il mix di proporzionale e maggioritario del Rosatellum rende molto difficile che uno dei tre campi abbia la maggioranza. Se, poniamo caso, una coalizione riuscisse ad eleggere il 50 per cento dei candidati nei collegi uninominali, avrebbe 116 deputati da quella quota; se al contempo riuscisse anche ad avere il 50 per cento dei voti nella quota proporzionale (un risultato, stando ai sondaggi di oggi, fuori dalla portata di chiunque), porterebbe a casa altri 193 deputati. Il totale fa 309: ancora insufficienti per raggiungere la maggioranza, che è di 315. Potete trovare una tabella con altre percentuali in questo articolo di Roberto D’Alimonte.

 

 

Come è andata nelle altre tornate elettorali?

 

Nel 2006, 2008 e 2013 l’Italia era andata a votare con una legge elettorale molto diversa. Il cosiddetto “Porcellum” (legge 270/2005, relatore Roberto Calderoli) era infatti una legge che assegnava un ampio premio di maggioranza – poi bocciato dalla Corte Costituzionale – al partito o alla coalizione che avesse ottenuto anche solo un voto più degli altri. Non c’era nessuna soglia stabilita dalla legge per ottenere il premio, che era del 55 per cento dei seggi.

Il diavolo però sta nei dettagli, e in questo caso si trovava nel fatto che, mentre per la Camera il premio di maggioranza era nazionale – chi riceveva più voti aveva automaticamente 340 deputati – al Senato il premio era distribuito su base regionale (il 55 per cento dei seggi assegnati a quella regione).

Poiché in molte regioni la maggioranza relativa era del centrodestra, quei premi “bilanciavano” quelli assegnati al centrosinistra, e viceversa, con il risultato di assegnare maggioranze molto risicate al Senato. Di qui l’ammissione del suo stesso creatore, sei mesi dopo il voto del 2006, che si trattasse di «una porcata», e il successivo soprannome affibiato alla legge da Giovanni Sartori.

Un’altra caratteristica particolare del Porcellum era il fatto che l’elettore non aveva modo di scegliere il proprio rappresentante nel collegio. Per votare bastava tracciare il segno sul simbolo di partito, “accettando” così la lista presentata in quel collegio dalla forza politica.

Per la ripartizione dei seggi, il territorio nazionale era diviso in 27 grandi collegi. Erano possibili le candidature multiple: in ciascun collegio, partiti e coalizioni presentavano una lista con i primi nomi spesso identici dappertutto (per il PdL nel 2008 c’erano sempre ai primi posti Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini). Chi veniva eletto in più circoscrizioni poteva scegliere liberamente per quale seggio optare, facendo subentrare così il nome successivo nella lista negli altri posti.

Le soglie di sbarramento erano, per la Camera, su base nazionale: il 10 per cento dei voti per le coalizioni e il 4 per cento per le liste che correvano da sole. All’interno delle coalizioni era invece molto più bassa, del 2 per cento più la prima lista sotto quella soglia. Al Senato, invece, le soglie erano su base regionale (20 per cento per le coalizioni, 3 per cento per le liste al loro interno, 8 per cento per chi correva da solo).

 

Il Parlamento del 2006 è il primo eletto con il cosiddetto Porcellum, la legge elettorale firmata da Roberto Calderoli, che nel dicembre del 2005 sostituiva il precedente Mattarellum. A vincere è la colazione dell’Unione capeggiata da Romano Prodi e la sua lista L’Ulivo. Complessivamente il centrosinistra fa sedere alla Camera 341 deputati contro i 281 della Casa delle Libertà. Un seggio è assegnato alla lista delle Associazioni Italiane in Sud America fondata da Luigi Pallaro nella circoscrizione Estero, una delle novità introdotte dalla legge Calderoli.

 

 

Al Senato è sempre l’Unione a vincere, ottenendo 158 seggi sui 315 disponibili, ma a risultare prima è la lista di Forza Italia con 79 seggi. Anche qui la lista di Pallaro si posiziona distante dai due poli principali e ottiene un seggio.

 

​Il secondo Governo Prodi, quello uscito dalle elezioni del 2006, è sfiduciato in parlamento il 24 gennaio del 2008. L’aprile successivo si torna alle urne e si vota ancora il con Porcellum. Le coalizioni sono composte da un numero decisamente minore di liste e a prevalere è questa volta il centrodestra guidato dal nuovo partito di Silvio Berlusconi, il Popolo delle Libertà. Sono 344 i seggi vinti, contro i 247 del centrosinistra che presenta Walter Veltroni come candidato premier, nonostante con oltre 12 milioni di voti si tratti della miglior performance in termini assoluti del Partito Democratico (nel 2013, infatti, saranno poco più di 8 e mezzo).

 

 

​Anche al Senato la maggioranza è sensibile, con il centrodestra che conquista 174 seggi su 315. Al di fuori dei due schieramenti principali, le altre liste che entrano in Parlamento hanno numeri piuttosto contenuti.

 

 

​Il Parlamento che esce dalle elezioni del 2013 consegna la Camera in mano al centrosinistra, che presenta Pierluigi Bersani come candidato premier, ma è al Senato dove non riescono a raggiungere una maggioranza che permetta di governare agevolmente.

 

 

Il centrosinistra ottiene 123 seggi, 35 in meno dei 158 necessari per assicurarsi la maggioranza del Senato. In entrambi i rami del Parlamento entrano per la prima volta gli eletti del Movimento 5 Stelle, occupando 104 seggi alla Camera e 54 al Senato. È la prima volta che partecipano alle elezioni politiche, mentre fino a quel momento si sono limitati alle amministrative e alle regionali. Il parlamento che ne esce è sostanzialmente diviso in tre poli, separati per una manciata di punti: Italia Bene Comune al 29,55%, il Centro Destra al 29,18% e il M5S al 25,56%.

 

Sondaggi: le regole, come leggerli

 

La campagna elettorale ha delle regole ben precise per i media e  gli istituti di sondaggistica. A differenza di altri Paesi, gli elettori italiani non potranno sapere fino all’ultimo momento prima del voto chi viene accreditato in testa e chi in coda. Dal 17 febbraio 2018 sarà vietato pubblicare o diffondere sondaggi sull’esito delle elezioni, sugli orientamenti politici e di voto degli elettori.

 

Le principali scadenze che regolamentano i media e la corsa al voto:

  • dal 29 dicembre è aperto il periodo di campagna elettorale ai fini delle comunicazioni relative alle spese elettorali sostenute dai partiti. Va presentato un conto consuntivo delle spese sostenute e delle relative fonti di finanziamento.
  • dal 29 dicembre è in vigore la speciale disciplina per la comunicazione politica radiotelevisiva nazionale e locale (legge 28/2000). Fino al 2 marzo sarà possibile, a livello locale, la trasmissione di messaggi politici autogestiti a pagamento.  La legge 28/2000 regolamenta anche i messaggi politici elettorali su quotidiani e periodici. Le disposizioni non si applicano agli organi ufficiali di stampa dei partiti.
  • dal 29 dicembre la presenza di candidati, esponenti di partiti e movimenti politici, membri del Governo, delle Giunte e consigli regionali e degli enti locali deve essere limitata esclusivamente all’esigenza di assicurare la completezza e l’imparzialità dell’informazione.
  • dal 29 dicembre in qualunque trasmissione radiotelevisiva, diversa da quelle di comunicazione politica e dai messaggi politici autogestiti, è vietato fornire, anche in forma indiretta, indicazioni di voto o manifestare le proprie preferenze di voto.  I registi e i conduttori sono altresì tenuti a un comportamento corretto ed imparziale nella gestione del programma, così da non esercitare, anche in forma surrettizia, influenza sulle libere scelte degli elettori.
  • dal 2 febbraio possono avere luogo i comizi e le riunioni di propaganda elettorale, in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Sempre dal 2 febbraio sono ammessi i manifesti murali.
  • dal 17 febbraio è vietata la diffusione e la pubblicazione di sondaggi.
  • dalle ore 24 del 2 marzo è vietata qualsiasi forma di propaganda elettorale, compresa quella effettuata attraverso giornali e mezzi radiotelevisivi. E’ anche vietato svolgere comizi e riunioni.  E’ il cosiddetto ‘giorno di silenzio’ prima del voto.

 

Sondaggi e dati delle urne

Delle ultime tre tornate elettorali a livello nazionale, ben due volte le previsioni dei sondaggi sono stati molto diversi dal risultato uscito dalle urne. Nel 2006, quando a vincere è l’Unione di Prodi, il risultato all’ultimo sondaggio realizzato il 20 marzo sembra dare in netto vantaggio il centrosinistra. La media delle previsioni di quattro istituti di indagine sociale (TNS Abacus, GfK Eurisko, Ekma Ricerche e IPR Marketing) attestava la Casa delle Libertà tra il 45 e il 47%, mentre il centrosinistra era dato tra il 51 e il 53%. Il risultato è stato di un risicato 49,81% contro il 49,74%: una differenza di poco più di 24 mila voti in favore dell’Unione di Prodi.

 

 

Diversamente nel 2008, all’esordio per il nuovo Partito Democratico, la coalizione di centrosinitra (PD e Italia dei Valori) non è mai apparsa in gara durante le rilevazioni precedenti al voto. Le urne, quindi, confermano la vittoria per la Casa delle Libertà, seppure con un risultato, in termini percentuali, che non va oltre il 46,81% alla Camera e il 47,31% al Senato. L’ultimo Governo Berlusconi, quindi, esce da una votazione in cui la propria coalizione ha, paradossalmente, raccolto meno voti in percentuale rispetto a due anni prima: 46,81% contro 49,74%.

 

 

Con la scomparsa dei due poli, centrodestra e centrosinistra, come unici contendenti, la situazione è profondamente cambiata. Oltre alla lista di Mario Monti, si sono affacciate alle politiche anche i 5 Stelle. Al di là delle differenze tra gli ultimi sondaggi, il dato clamoroso e, forse non del tutto atteso, è la performance dei grillini che rispetto alle previsioni attorno a un 15% portano a casa il 25,56%, andando a determinare un parlamento tripartito.

     

 

 

Affluenza: così alle ultime due elezioni
 

L’affluenza, e la sua controparte, l’astensionismo, è uno dei grandi temi degli ultimi anni in tema di elezioni, soprattutto alle politiche. Si è parlato spesso di un graduale disamoramento degli italiani dalla politica e di un progressivo avanzamento di forze antipolitiche. Guardando alla storia delle elezioni politiche italiane dal 1946 ad oggi, si può facilmente constatare come fino alla fine degli anni Settanta l’affluenza alle urne non sia mai scesa sotto al 90%, tranne nella primissima tornata elettorale all’indomani della fine della Seconda Guerra mondiale.

Furono le elezioni del 1983, dalle cui urne uscì il cosiddetto governo del Pentapartito, a segnare per la prima volta un dato inferiore: 88,01%. Una percentuale attorno alla quale si sono aggirate tutte le tornate elettorali fino al 1994, quando Silvio Berlusconi scese in politica. Dal 1994 al 2006, in quattro successive tornate elettorali, la percentuale di chi si è recato alle urne è continuata a calare, fino al crollo delle ultime due votazioni, quando si è scesi abbondantemente sotto all’80% e si è arrivati a toccare il minimo storico di 72,25%. Un restringimento del numero degli elettori attivi che nessuna formazione politica, vecchia o nuova, è finora riuscita a invertire e un elemento che il 4 marzo potrebbe avere un peso nella composizione del nuovo parlamento italiano.

 

La tempistica del voto e del dopo voto

È partito il conto alla rovescia per chi vorrà essere un parlamentare della Repubblica la notte del 4 marzo, dopo il voto che si svolgerà dalle ore 7 alle ore 23. La campagna elettorale è in pieno svolgimento e le nuove Camere si riuniranno per la prima volta venerdì 23 marzo. Il primo passaggio politico della nuova legislatura sarà l’elezione dei Presidenti di Senato e Camera. Il Governo Gentiloni è nel pieno dei suoi poteri, non essendosi dimesso e non essendo stato sfiduciato. Il Governo, ai sensi dell’articolo 94 della Costituzione, deve avere la fiducia delle due Camere.

3 gennaio: il Viminale ha comunicato alla Farnesina l’elenco provvisorio dei residenti all’estero aventi diritto al voto.

8 gennaio: termine per comunicare l’esercizio dell’opzione per il voto in Italia da parte degli elettori residenti all’estero.

dalle ore 8 del 19 gennaio alle ore 16 del 21 gennaio: deposito al Viminale dei simboli, delle dichiarazioni di collegamento in coalizione, del programma elettorale, recante anche l’indicazione del capo della forza politica. I simboli vanno presentati per le circoscrizioni italiane ed estere.

22 e 23 gennaio: il Viminale verifica la regolarità dei contrassegni (simboli). Lo stesso Viminale invita a modificare i simboli confondibili. Sono ammessi ricorsi contro l’invito a regolarizzare il proprio contrassegno entro il termine di 48 ore. L’ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di Cassazione decide entro 48 ore dal ricorso.

dalle ore 8 del 28 gennaio alle ore 20 del 29 gennaio: presentazione delle liste e delle candidature presso la Cancelleria della Corte d’Appello o del Tribunale di ogni singola circoscrizione elettorale italiana. Per le circoscrizioni estere le liste e le candidature vanno presentate alla Corte di Appello di Roma. Chi non aveva un gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 15 aprile scorso dovrà anche portare le firme a sostegno delle candidature in ogni singola circoscrizione.

30 gennaio: ciascun Ufficio centrale elettorale circoscrizionale verifica la regolarità della presentazione delle candidature. Entro 48 ore sono ammessi ricorsi all’Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di Cassazione contro le decisioni dell’Ufficio circoscrizionale.

31 gennaio: pubblicazione sul sito Internet del Viminale dei simboli depositati. Esercizio dell’opzione per il voto per corrispondenza nella Circoscrizione Estero da parte dei cittadini italiani temporaneamente all’estero e dei loro familiari conviventi, che si trovino all’estero, per almeno tre mesi, per motivi di studio, lavoro o cure mediche.

2 febbraio: nomina dei Presidenti di seggio.

entro il 4 febbraio: il Viminale comunica alla Farnesina l’elenco degli elettori temporaneamente all’estero.

dal 7 al 12 febbraio: designazione degli scrutatori.

entro l’8 febbraio: pubblicazione sul sito internet del Viminale delle liste dei candidati.

entro il 12 febbraio: pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’elenco dei collegamenti in coalizione delle liste.

entro il 14 febbraio: invio agli elettori residenti all’estero del plico contenente il certificato e la scheda elettorale.

entro il 17 febbraio: pubblicazione dei manifesti elettorali.

dal 17 febbraio: divieto di pubblicazione e diffusione dei sondaggi.

18 febbraio: termine entro cui il plico elettorale deve pervenire agli elettori all’estero.

entro il 22 febbraio: invio all’Ufficio Consolare, da parte degli elettori residenti all’estero, della busta contenente il voto. 

entro le ore 16 ora locale del primo marzo: termine entro cui la busta contenente la scheda elettorale votata dagli italiani residenti all’estero deve pervenire all’Ufficio consolare. Le buste pervenute verranno poi inviate a Roma con spedizione unica, per via aerea e con valigia diplomatica. Le schede pervenute oltre questa scadenza saranno bruciate.

dalle ore 24 del 2 marzo: stop alla propaganda elettorale.

dal 2 marzo alle ore 7 del 4 marzo: designazione dei rappresentanti di lista nei seggi.

alle ore 16 del 3 marzo: costituzione degli uffici elettorali di sezione.

dalle ore 7 alle ore 23 del 4 marzo: voto degli elettori in Italia.

dalle ore 23 del 4 marzo: apertura delle operazioni di scrutinio per le circoscrizioni italiane ed estere, che dovranno concludersi entro le ore 14 del 5 marzo.

23 marzo: prima riunione delle nuove Camere ed elezione dei Presidenti di Camera e Senato.

Al Senato è eletto chi raggiunge la maggioranza assoluta dei voti dei componenti del Senato. Qualora non si raggiunga questa maggioranza neanche con un secondo scrutinio, si procede, il 24 marzo, ad una terza votazione nella quale è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti dei presenti, computando tra i voti anche le schede bianche. Qualora nella terza votazione nessuno abbia riportato detta maggioranza, il Senato procede il 24 marzo al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto nel precedente scrutinio il maggior numero di voti e viene proclamato eletto quello che consegue la maggioranza, anche se relativa. A parità di voti è eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età.

Alla Camera l’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti.

entro il 25 marzo: i deputati devono dichiarare il loro gruppo di appartenenza.

entro il 26 marzo: i senatori devono dichiarare il loro gruppo di appartenenza.

entro il 27 marzo: i gruppi parlamentari alla Camera eleggono il proprio Presidente.

entro il 30 marzo: i gruppi parlamentari al Senato eleggono il proprio Presidente.

 

Amministrative di Lazio e Lombardia: cosa c’è da sapere

 

In Lombardia, la legge elettorale è stata modificata alla fine di dicembre del 2017 (legge regionale 38/2017), ma il suo impianto fondamentale risale al 2012. La nuova legge elettorale regionale fu l’ultimo atto del consiglio regionale presieduto da Roberto Formigoni.

Quella lombarda è una legge proporzionale con premio di maggioranza. Insieme ai 79 seggi del consiglio regionale si elegge anche il presidente della regione. Il candidato alla presidenza con il maggior numero di voti ottiene 44 seggi (il 55%) per le liste a lui collegate, che salgono a 48 (il 60%) se supera il 40 per cento.

Ogni lista deve essere presente in almeno cinque province diverse, e sono possibili coalizioni a sostegno dello stesso candidato alla presidenza. La soglia di sbarramento per la singola lista è al tre per cento su base regionale, a meno che il candidato alla presidenza collegato non abbia ottenuto almeno il cinque per cento dei voti.

La ripartizione dei seggi avviene su base provinciale. Ciascuna delle tredici province lombarde riceve un numero di seggi che varia, in ragione della popolazione, da uno per la provincia di Sondrio (che ha circa 180 mila abitanti) a 25 – quasi un terzo del totale – per la provincia di Milano (che ha 3,2 milioni di abitanti). Un seggio è riservato al miglior perdente tra i candidati alla presidenza della regione, e tutte le province devono avere almeno un rappresentante.

A dicembre 2017 la legge è stata modificata per introdurre la doppia preferenza di genere: l’elettore può infatti indicare fino a due nomi presi dalla stessa lista, a condizione che siano un uomo e una donna.

La stessa misura è stata introdotta a fine ottobre scorso, insieme a una riforma più ampia della legge, nel Lazio, l’altra grande regione che andrà al voto a marzo.

Il Consiglio regionale del Lazio è composto, secondo lo Statuto regionale, da 50 consiglieri più il presidente. Il presidente della Regione, come per la Lombardia, viene eletto insieme al Consiglio ed è il candidato più votato. Anche in questo caso si riserva un seggio per il “miglior perdente”.

La legge elettorale approvata pochi mesi fa è un proporzionale con premio di maggioranza: stabilisce che l’80 per cento dei seggi (in totale 40) sono assegnati con il metodo proporzionale, mentre il restante 20 per cento (10 seggi) è un premio di maggioranza assegnato alle liste che sostengono il candidato presidente vincitore in modo che arrivino al 60 per cento dei seggi nel nuovo consiglio.

Il territorio regionale è diviso in cinque circoscrizioni elettorali, che corrispondono alle province. Ciascuna sceglie da un minimo di un seggio (la provincia di Rieti, che ha 155 mila abitanti) a un massimo di 29 per la Città metropolitana di Roma. La maggioranza dei seggi del Consiglio viene dunque dal territorio della capitale, fatto che ha le sue ragioni nella demografia: tutto il Lazio ha infatti 5,5 milioni di abitanti, di cui quattro risiedono nella Città metropolitana.

Anche per il Lazio sono possibili coalizioni tra le liste che sostengono lo stesso candidato alla presidenza. Qui si può vedere il modello ufficiale

 

Lombardia

Nelle ultime tre tornate elettorali ha sempre vinto la coalizione di centrodestra, due volte con Roberto Formigoni e una con Roberto Maroni. Uno dei dati che emerge guardando semplicemente ai numeri è il salto che il Movimento 5 Stelle ha fatto da quando si è affacciato al palcoscenico nazionale e non si è limitato a correre solamente ad amministrative e regionali. Nel 2010 Vito Crimi raccoglie il 3% dei consensi in regione, mentre tre anni dopo, quando i 5 Stelle si presentano per la prima volta alle elezioni politiche la candidata Silvana Carcano raccoglie oltre il 13%, affermandosi come terza forza anche in Lombardia. All’ultima tornata, quindi, Roberto Maroni è il primo inquilino del Pirellone eletto con una quota di voti inferiore al 50%, una quota che Formigoni ha sempre superato nel 2000, 2005 e 2010. Non così la prima volta, nel 1995, quando viene eletto con il 41,07% dei voti. In termini assoluti, i voti raccolti da Maroni 5 anni fa (2.456.921) sono stati però solamente 300 mila in meno dell’ultima volta di Formigoni (2.704.364).

Sul fronte dell’affluenza alle urne è da sottolineare la situazione del 2013. Dopo due tornate elettorali in cui in Lombardia si è registrata un’affluenza sotto la media delle politiche, nel 2013 il 76,74% dei votanti è oltre 4 punti percentuali oltre l’affluenza delle politiche a livello nazionale (72,25%).

Ma il confronto con la media nazionale può essere in parte fuorviante, perché la media nazionale è calmierata su tutto il territorio dell’Italia, prendendo in considerazione cioè tutte le circoscrizioni elettorali. Confrontiamo quindi il dato di affluenza alle regionali lombarde del 2013 con l’affluenza alle nazionali nelle sole tre circoscrizioni della Lombardia e il risultato è leggermente diverso. I votanti alle nazionali nelle circoscrizioni lombarde sono stati 5.933.929 su 7.453.321 aventi diritto, pari cioè al 79,61% contro il 72,25% delle media nazionale.

 

Lazio

Nelle ultime tre tornate elettorali per la Regione Lazio si è osservata una regolare alternanza tra centrosinistra e centrodestra. Come nel caso della Lombardia, anche in Lazio la comparsa del Movimento 5 Stelle è l’elemento di novità più forte delle elezioni del 2013, quando Davide Barillari ottiene poco più del 20% delle preferenze. Il Movimento, anche nel Lazio, si conferma il terzo polo politico.

Particolarità del 2013 è anche l’alto numero di liste che si presentano alle urne, ben 12. Di queste solo quattro ottengono però dei seggi: oltre alla coalizione di Zingaretti, a quella di Storace e i 5 Stelle è la lista di Giulia Bongiorno ad andare a occupare due seggi. Tutte le altre liste, tra cui le tre di destra (CasaPound, Forza Nuova e Fiamma Tricolore-Destra Sociale), non ottengono seggi.

Anche per il Lazio confrontiamo però l’affluenza delle regionali con le politiche nelle sole due circoscrizioni laziali. Nel 2013 hanno votato alle politiche 3.433.791 degli aventi diritto su di un totale di 4.430.323. Tradotto in termini percentuali, significa che ha espresso il voto il 77,51% degli elettori, contro il 72,25 della media nazionale. Sia in Lazio, sia in Lombardia, quindi, almeno nel confronto diretto del 2013 c’è stata una maggiore partecipazione al voto per le politiche rispetto alle regionali.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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