TwitterFacebookGoogle+

salvataggio banche

La crisi delle banche italiane affonda le sue radici in quella finanziaria globale del 2008 ma esplode in tutta la sua virulenza nel 2015. Quell’anno, secondo i dati della Banca d’Italia, il 22% dei prestiti risulta deteriorato, cioè oltre un finanziamento su cinque viene ritenuto a rischio di mancato rimborso.

Tra il 2011 e il 2016, le banche italiane accumulano perdite per 62 miliardi di euro. A novembre 2015 il Governo Renzi è costretto a intervenire per mettere in sicurezza Banca Etruria, Carichieti, Cariferrara e Banca Marche. Il primo decreto salva-banche suscita un vespaio di polemiche. Per la prima volta vengono applicate le nuove regole europee del bail in: parte degli oneri del salvataggio vengono scaricati sui piccoli azionisti e gli obbligazionisti dei quattro istituti.

Le opposizioni non mancano inoltre di far notare che vice presidente di Etruria è il padre del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. I quattro istituti, o almeno la loro parte ‘sana’, saranno poi ceduti a Ubi Banca e Bper. Nel 2016 a crollare sotto il peso dei crediti inesigibili è il Monte dei Paschi di Siena: è storia di questi giorni il suo ritorno in Borsa sotto il controllo del Tesoro. Infine, è il turno di Veneto banca e Banca popolare di Vicenza, che, sempre con lo stesso schema di risoluzione, vengono cedute a Intesa Sanpaolo​.

A restare sul terreno sono le polemiche sorte intorno ai salvataggi: il governo viene accusato di aver fatto gli interessi dei banchieri a scapito di quelli dei risparmiatori e su Etruria non manca chi sottolinea un possibile conflitto di interessi tra Boschi padre e figlia. In questo clima il Parlamento vota l’istituzione di una commissione bicamerale di inchiesta sul sistema bancario per indagare sui fallimenti e portare alla luce eventuali responsabilità. In meno di tre mesi l’organismo presieduto da Pierferdinando Casini ascolta 48 persone, per oltre 200 euro di audizioni.

A rispondere alle domande dei parlamentari vengono chiamati tutti i protagonisti delle vicende di questi anni, dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, dal presidente della Consob Giuseppe Vegas ai top manager degli istituti ‘risolti’. Difficile dire quanta chiarezza sia stata portata da questo lavoro.

A futura memoria questa legislatura lascia comunque tre importanti riforme: quella del credito cooperativo, quelle delle banche popolari e quella che ha portato all’introduzione del bail in. Tre provvedimenti che hanno cambiato in profondità assetti economici e sistemi di potere del sistema bancario italiano.

Popolari, una riforma ‘congelata’

Il 20 gennaio 2015 il consiglio dei Ministri presieduto da Matteo Renzi approva il decreto legge ‘Investment compact’ che contiene misure a sostegno degli investimenti e per modificare in parte il sistema bancario nazionale. Il 25 marzo il Dl viene approvato definitivamente dal Senato con 155 voti a favore e 92 contrari.

L’articolo 1 del decreto è quello che riforma le banche popolari, con lo scopo di fondo di rendere più facile l’accesso al mercato e ai fondi esteri per gli istituti di media dimensione. La riforma introduce l’obbligo di trasformarsi in Spa per le popolari con un attivo superiore a 8 miliardi: se si tratta di un istituto controllato da una capogruppo, questa soglia si calcola a livello consolidato tra tutte le controllate del gruppo. Si sancisce la fine del ‘voto capitario’ in base al quale ciascun socio, a prescindere dalle azioni possedute, disponeva in assemblea di un solo voto.

E’ innalzato inoltre da 10 a 20 il numero massimo di deleghe che possono essere conferite a un socio e, in ogni caso, questo numero non può essere inferiore a 10. Alle banche popolari vengono concessi 18 mesi di tempo, cioè entro dicembre 2016, per adeguarsi alla nuova normativa.

In base ai requisiti patrimoniali, su un totale di circa 70 istituti, al momento del concepimento della riforma le banche popolari con un attivo superiore agli 8 miliardi sono dieci:

  • Banco Popolare,
  • Ubi Banca,
  • Banca Popolare di Milano (Bpm),
  • Banca Popolare dell’Emilia Romagna (Bper),
  • Banca Popolare di Vicenza,
  • Veneto Banca,
  • Banca Popolare di Sondrio,
  • Credito Valtellinese (Creval),
  • Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio,
  • Banca Popolare di Bari.

Tutte si convertono in Spa entro la fine del 2016, eccetto la Popolare di Sondrio e la Popolare di Bari. In questo contesto, nasce il gruppo Banco Bpm, frutto della fusione tra Banco Popolare e la Popolare di Milano; Etruria, messa in risoluzione, confluisce in Ubi Banca; Popolare di Vicenza e Veneto Banca, anch’esse coinvolte in uno stato di crisi, sono assorbite da Intesa Sanpaolo.

Il processo di trasformazione in Spa della Popolari di Bari e della Popolare di Sondrio viene invece interrotto dopo che un’ordinanza del Consiglio di Stato il 2 dicembre 2016 solleva dubbi sulla costituzionalità della riforma, congelandone dunque gli effetti. I giudici amministrativi contestano l’insussistenza del carattere d’urgenza per varare il decreto, nutrono poi dubbi che siano stati violati i principi costituzionali che investono la libera attività economica e la proprietà privata, in particolare per quanto riguarda la mancata concessione agli azionisti delle popolari del diritto di rifiutare la conversione in azioni di una tradizionale Spa e vedersi rimborsati di conseguenza. La riforma rimane dunque ‘sospesa’ fino a quando non si otterrà il parere della Corte Costituzionale, previsto nel primo trimestre del 2018. Gli effetti sul sistema, con i matrimoni citati sono pero’ già evidenti. 

Il credito cooperativo diventa grande

Il Consiglio dei ministri vara il decreto di riforma delle Banche di credito cooperative (Bcc) che viene pubblicato sulla gazzetta ufficiale il 14 febbraio 2016. Il 23 marzo la Camera dei Deputati licenzia il testo del Disegno di legge di conversione del Decreto governativo, che viene approvato definitivamente dal Senato il 6 aprile con 171 voti favorevoli, 105 contrari e 1 astenuto.

La riforma disegna un nuovo assetto organizzativo del settore con l’obiettivo di arrivare a un sistema integrato delle oltre 300 Banche cooperative, Casse Rurali e Casse Raiffeisen. Lo scopo è rispondere in maniera adeguata ai nuovi contesti di mercato e alle sollecitazioni normative collegate all’entrata in vigore dell’Unione bancaria, in modo da migliorare la governance del sistema delle Bcc, di aprirlo ai capitali esterni, di rendere più efficace la distribuzione delle risorse raccolte dalla clientela, di valorizzare la dimensione territoriale delle singole realtà, di semplificare la filiera e sfruttare le sinergie tra i vari istituti.

Il via libera della Banca d’Italia alla normativa secondaria che fa scattare la riforma delle banche di credito cooperativo arriva il 3 novembre 2016 e stabilisce che entro il 3 maggio 2018 si dovranno costituire i Gruppi bancari del sistema, con un patrimonio netto di almeno 1 miliardo di euro e poteri di direzione e coordinamento nei confronti delle Bcc aderenti sulla base di un contratto di coesione. Chi non aderirà all’obbligo di entrare a far parte del Gruppo bancario cooperativo, che ha come capofila una società per azioni, perderà l’autorizzazione a esercitare l’attività in forma di istituto di credito cooperativo, cioè non avrà più lo status di Bcc e dovrà trasformarsi in una società per azioni. Potranno

sottrarsi all’adesione alla nuova holding, le Bcc con riserve pari ad almeno 200 milioni di euro. I lavori di consolidamento del comparto lasciano prevedere la costituzione di un sistema che avrà il proprio fulcro in tre organismi di vertice (Iccrea Banca, Cassa Centrale Trentina e Cassa Centrale Alto Adige) e su un’articolata serie di atti per assicurare unità di direzione (contratti di coesione) e garanzie di rispetto dei requisiti prudenziali (accordi di garanzia).

Dall’Europa arriva il bail-in

L’introduzione in Italia del bail-in​ si concretizza con l’attuazione della direttiva 2014/59/Ue del Parlamento europeo e del Consiglio (15 maggio 2014) che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione delle crisi bancarie, la cosiddetta Brrd (Bank recovery and resolution directive). La nuova normativa entra in vigore in Italia il primo gennaio 2016, dopo che la Camera dei Deputati approva la legge di delegazione europea il 2 luglio del 2015 con 270 voti favorevoli, 113 contrari e 22 astenuti.

Il Bail-in è un modello di salvataggio dall’interno delle banche in difficoltà in contrapposizione al Bail-out, ovvero all’intervento con aiuti dall’esterno, in genere con il soccorso di fondi pubblici da parte degli Stati sovrani. Pertanto, dal primo gennaio del 2016, qualora un istituto di credito finisca in dissesto, la nuova normativa prevede che a contribuire al salvataggio siano chiamati in primis gli azionisti della banca, in seconda battuta i detentori di obbligazioni subordinate (strumenti Additional tier 1 e tier 2) e senior e, infine, i correntisti con liquidità superiore a 100mila euro.

Ad azionisti e creditori viene chiesto di partecipare al salvataggio fino a un contributo pari all’8% del totale del passivo della banca in dissesto. Oltre questa percentuale, interviene il sistema bancario attraverso il Fondo di risoluzione. Rimangono fuori rispetto a quanto stabilisce il Bail-in, i correntisti fino a 100mila euro, i detentori di covered bond, i debiti verso dipendenti, fisco, fornitori ed enti previdenziali. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.