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Sano (storico) scetticismo

Età antica (fino al ’400)
Età moderna (dal ’500 all’800)
Età contemporanea (dal ’900 a oggi)

Età antica (fino al ’400)
Gli Etiopi dicono che i loro dèi sono camusi e neri, i Traci che sono cerulei di occhi e rossi di capelli (Senofane, 570-475 ca., «Frammenti»).
Se i buoi o i cavalli, o i leoni, avessero mani e potessero con le loro mani disegnare e fare ciò che gli uomini sanno fare, i cavalli disegnerebbero figure di dèi simili ai cavalli e i buoi simili ai buoi, e farebbero corpi foggiati così come ciascuno di loro è foggiato (ibidem).
Kutadanta accusò il Buddha: «M’hanno detto che insegni la legge e la via della vita, eppure disprezzi la religione. I tuoi seguaci abbandonano i riti e snobbano i sacrificî. Ma la reverenza per gli dèi si può mostrare solo coi sacrificî. La vera natura della religione è adorare e sacrificare».

Il Buddha rispose: «Più grande del massacro di manzi è il sacrificio dell’io. Colui che offre in sacrificio i propri desiderî morbosi comprende l’inutilità di codesto macello d’animali sull’altare. Il sangue non pulisce, ma sporca. La rinuncia alle azioni dannose, invece, rende il cuore integro. Seguire la via della rettitudine è meglio che adorare gli dèi» (Raccolta dei discorsi lunghi del Buddha, 565-486 ca.).

Tutto ha una spiegazione naturale. La Luna non è una dea, bensì un grande globo roccioso, e il Sole non è un dio, ma un immenso mondo infuocato (Anassagora, 499-428 ca., «Sulla natura»).
Quanto agli dèi, non mi è dato sapere se essi esistano o non esistano, o quali siano; molti sono gli impedimenti, la difficoltà del soggetto e la brevità della vita umana (Protagora, 491-410 ca.).
Se l’essere è eterno, è illimitato; se è illimitato, non sta in nessun luogo; e se non sta in nessun luogo, non esiste (Gorgia, 483-376).
Tutto ciò che esiste nell’universo è frutto del caso e della necessità (Democrito, 460-370 ca.).
Gli uomini creano gli dèi a propria immagine, non solo riguardo alla loro forma, ma anche al loro modo di vivere (Aristotele, 384-322).
Ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova (Euclide, 365-275 ca.).
È stolto chiedere agli dèi le cose che ci possiamo procurare da soli (Epicuro, 341-270).
La divinità o vuol togliere i mali e non può, oppure può e non vuole o anche non vuole né può o infine vuole e può. Se vuole e non può, è impotente; se può e non vuole, è invidiosa; se non vuole e non può, è invidiosa e impotente; se vuole e può, donde viene l’esistenza dei mali e perché non li toglie? (ibidem).
Gli uomini credono volentieri ciò che desiderano sia vero (Giulio Cesare, 100-44, «De bello gallico»).
A tante sciagure ha potuto indurre la religione (Lucrezio, 98-54 ca., «De rerum natura»).
La paura ha creato gli dèi (ibidem).
Uno spartano domandò a un sacerdote che voleva confessarlo: «A chi devo confessare i miei peccati, a Dio o agli uomini?». «A Dio», rispose il prete. «Allora, ritirati, uomo» (Plutarco, 46-125 ca., «Detti dei Lacedèmoni»).
Fu la paura la prima a creare nel mondo gli dèi (Petronio, 20-66 ca.).

Età moderna (dal ’500 all’800)
Nel mondo vi sono due classi di uomini – uomini intelligenti senza religione, e uomini religiosi senza intelligenza (Abu’l-Ala-Al-Ma’arri, poeta siriano).
Non combattere mai con la religione, né con le cose che pare dependino da Dio; perché questo obietto ha troppa forza nella mente degli sciocchi (Francesco Guicciardini, «Ricordi», 1530).
Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte, ma dubito, ancora che io vivessi molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di republica bene ordinata nella città nostra, Italia liberata da tutti e’ barbari e liberato el mondo dalla tirannide di questi scelerati preti (ibidem).
Per i cristiani trovarsi di fronte a una cosa incredibile è una bella occasione per credere (Michel de Montaigne, «Saggi», 1588).
Dopotutto significa dare un bel peso alle proprie opinioni se per esse si fa cuocere vivo un uomo (ibidem).
L’uomo è davvero insensato: non saprebbe fare un pidocchio e fabbrica dèi a dozzine (ibidem).
Gli uomini sono portati a credere soprattutto ciò che meno capiscono (ibidem).
Considero la religione come un giocattolo per bambini, e ritengo che il solo peccato è l’ignoranza (Christopher Marlowe, «L’ebreo di Malta», 1589).
La maturità di giudizio si riconosce dalla difficoltà di credere. Credere è cosa molto comune (Baltasar Gracian, «L’uomo savio», 1646).
Il papato non è altro che lo spettro del defunto impero romano assiso sulla sua tomba con la corona in capo (Thomas Hobbes, «Leviatano», 1651).
Un bigotto è quello che sotto un re ateo sarebbe ateo (Jean de La Bruyère, «I caratteri», 1688).
È la profonda ignoranza a suggerire il tono dogmatico (ibidem).
Questa e non altra deve essere la vera religione, dal momento che tutti i papi che ho conosciuto erano dei perfetti imbecilli, i cardinali altrettanto, e dunque si vede proprio che chi governa veramente la Chiesa Cattolica e la fa stare in piedi, nonostante tante nullità, è Dio in persona (Cristina di Svezia).
Il papa è il capo dei cristiani […] Egli si dice successore di uno dei primi cristiani, chiamato san Pietro, e la sua è certo una ricca successione, perché ha immensi tesori e un vasto territorio sotto il suo dominio (Charles de Montesquieu, «Lettere persiane», 1721).
È stato detto molto bene che se i triangoli facessero un Dio, gli darebbero tre lati (ibidem).
È assai sorprendente che le ricchezze degli uomini di Chiesa si siano originate dai principî di povertà (Charles de Montesquieu, «I miei pensieri»).
Moltissime persone non parlerebbero di Dio, e neppure lo bestemmierebbero, se tanta gente non facesse di tutto per dargliene uno (Jean Meslier, «Il testamento», 1729).
I nostri pii e devoti cristicoli cercheranno di farci credere in maniera semplicistica che il loro dio vuole soprattutto farsi conoscere, amare e servire attraverso le luci invero tenebrose della fede, attraverso un atto d’amore e di carità concepito dalla fede, e non attraverso i lumi chiari della ragione umana, per mortificare, come dicono, l’intelletto dell’uomo e per turbare il suo orgoglio. In queste condizioni chiunque potrebbe far credere qualsiasi cosa. Se l’uomo deve rinunciare alla ragione per credere in dio, non ci sono più limiti al raggiro (ibidem).
Se ci fosse veramente qualche divinità o qualche essere infinitamente perfetto, che volesse essere amato e adorato dagli uomini, farebbe parte della sua stessa ragion d’essere, oltre che della giustizia e del dovere di tale presunto essere infinitamente perfetto, di manifestarsi, o almeno di farsi conoscere in qualche modo da quelli da cui vorrebbe essere amato, adorato e servito (ibidem).
Non vi sia tra voi religione diversa da quella della saggezza e della moralità, da quella dell’onestà e della decenza, della franchezza e della generosità d’animo; non ci sia religione diversa da quella che consiste nell’abolire completamente la tirannide e il culto degli dèi e dei loro idoli (ibidem).
Entrate nella Borsa di Londra […] Lì l’ebreo, il maomettano e il cristiano si trattano reciprocamente come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli solo quelli che fanno bancarotta (Voltaire, «Lettere filosofiche», 1734).
Dichiariamolo apertamente noi che non siamo preti e che non li temiamo: la culla della Chiesa nascente è circondata solo da imposture. È una sequela ininterrotta di libri assurdi sotto nomi supposti (Voltaire).
Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (ibidem).
Schiacciate l’infame (ibidem, frase con la quale Voltaire, riferendosi alla religione, chiudeva spesso le sue lettere agli amici).
Il pensiero della non esistenza di Dio non ha mai spaventato nessuno, ma è terrorizzante invece pensare che ne esista uno come quello che mi hanno descritto (Denis Diderot, «Pensieri filosofici», 1746).
Il Dio dei Cristiani è un dio che fa molto caso dei suoi pomi e poco dei suoi figli (ibidem).
Che cosa è questo Dio che fa morire Dio per placare Dio? (ibidem).
La religione di Gesù Cristo, annunciata da ignoranti, ha fatto i primi cristiani. La stessa religione, predicata da dotti, oggi fa soltanto degli increduli (ibidem).
L’eresia è il frutto d’un po’ di scienza e d’ozio (Voltaire, «Saggio sui costumi», 1756).
Se la ragione ci è stata donata dal Cielo, proprio come la fede, allora il Cielo ci ha offerto due doni incompatibili e contraddittorî (Denis Diderot, «Aggiunta ai Pensieri filosofici», 1762).
Di tutte le religioni, quella cristiana è senza dubbio quella che dovrebbe ispirare più tolleranza, sebbene fino ad ora i cristiani siano stati i più intolleranti tra gli uomini (Voltaire, «Dizionario filosofico», 1764).
Se crediamo a delle assurdità, commetteremo delle atrocità (ibidem).
Le verità della religione non sono mai capite così bene come da quelli che hanno perso la capacita di ragionare (ibidem).
La natura, voi dite, è del tutto inesplicabile senza un Dio. In altri termini, per spiegare ciò che capite ben poco, avete bisogno di una causa che non capite affatto (Paul Thiry d’Holbach, «Il buon senso», 1772).
Gli adepti dei diversi culti che vediamo praticati in questo mondo si accusano reciprocamente di superstizione e di empietà […] Hanno tutti ragione. Essere empio significa avere opinioni ingiuriose verso il proprio Dio; essere superstiziosi significa averne idee errate. Accusandosi volta a volta di superstizione, i diversi religionisti somigliano a dei gobbi che si rinfacciano l’un l’altro la loro deformità (ibidem).
Ignoranza e paura, ecco i due sostegni di tutte le religioni. L’incertezza in cui l’uomo si trova in rapporto al proprio Dio è precisamente il motivo che lo tiene aggrappato alla sua religione (ibidem).
In fatto di religione, gli uomini non sono che dei grandi bambini (ibidem).
I selvaggi, come tutti gli ignoranti, attribuiscono a qualche “spirito” tutti gli effetti dei quali, per la loro inesperienza, non riescono a rintracciare le vere cause. Chiedete a un selvaggio che cosa fa muovere il vostro orologio: vi risponderà: «Uno spirito». Chiedete ai nostri savi che cosa fa muovere l’universo: vi risponderanno: «Uno spirito» (ibidem).
Se Dio è dappertutto, è anche in me, agisce con me, sbaglia con me, offende Dio con me, combatte con me l’esistenza di Dio (ibidem).
I devoti, incapaci di accusare Dio di malvagità, si abituano a considerare i più duri colpi della sorte come prove indubbie della bontà celeste. Se sono immersi nel dolore, si ordina loro di credere che Dio li ama, che Dio li protegge, che Dio vuol metterli alla prova. Così la religione è arrivata a mutare il male in bene! Un incredulo diceva giustamente: «Se il buon Dio tratta così quelli che ama, lo prego con tutto il cuore di non pensare a me» (ibidem).
Le credenze religiose degli uomini di ogni paese sono antichi e durevoli relitti dell’ignoranza, della crudeltà, dei terrori e della ferocia dei loro antenati (ibidem).
Al rispetto spesso sconsiderato per le antiche leggi, le antiche usanze e l’antica religione dobbiamo tutto il male di questo mondo (Georg Cristoph Lichtenberg, «Osservazioni e pensieri», 1773-75).
Ringrazio il buon Dio di avermi fatto diventare ateo (ibidem).
Dio creò l’uomo a sua immagine: vuol dire probabilmente che l’uomo creò Dio secondo la sua immagine. (ibidem).
Il nostro mondo diverrà un giorno tanto raffinato che sarà ridicolo credere in Dio come oggi è ridicolo credere agli spettri (ibidem).
Fare l’uomo come lo vuole la religione equivale all’impresa degli stoici: è solo un altro gradino dell’impossibile. (ibidem).
Non so stabilire se il suono delle campane contribuisca alla pace dei morti. Per i vivi esso è orribile (ibidem).
Mi piacerebbe sapere che cosa accadrebbe, se tutta l’Europa fosse arcicattolica, senza protestanti che sorridessero e svegliassero le teste assennate, e senza che nessun pretaccio avesse più da vergognarsi. Se tutto fosse rimasto come alcuni secoli fa, credo che il papa sarebbe stato divinizzato, mentre i suoi escrementi sarebbero stati pesati e venduti a carati. E si sarebbe anche fatto iniziare la Bibbia così: «All’inizio il papa creò il cielo e la terra» (ibidem).
In nome del Signore abbrustoliscono, in nome del Signore bruciano e consegnano al diavolo; tutto in nome del Signore (ibidem).
Che nelle chiese si predichi non rende inutili i parafulmini su di esse (ibidem).
Il nostro concetto di Dio che altro è se non la personificazione dell’incomprensibile? (ibidem).
La religione: una faccenda domenicale (ibidem).
Non è strano che gli uomini combattano tanto volentieri per una religione e vivano così malvolentieri secondo i suoi precetti? (ibidem).
Nessuna invenzione, per l’uomo, è stata più facile di quella del Cielo (ibidem).
I santi di legno scolpito hanno certo fatto più per il mondo che quelli in carne e ossa (ibidem).
Credete voi che il buon Dio sia cattolico? (ibidem).
Esiste una specie di ventriloquismo trascendentale con il quale si può far credere alla gente che qualcosa che è stato detto in terra proviene dal cielo (ibidem).
La ragione e il vero sono quei tali conquistatori che per vincere e conquistare durevolmente nessuna arme devono adoperare che le semplici parole. Perciò le religioni diverse e la cieca obbedienza si sono sempre insegnate coll’armi, ma la sana filosofia e i moderati governi coi libri (Vittorio Alfieri, «Del principe e delle lettere», 1778-86).
Dio ha una sola scusa: quella di non esistere (Stendhal).
La mia mente è la mia chiesa (Thomas Paine, «L’età della ragione», 1794-96).
Un confessore si recò da un moribondo e gli disse: «Vengo a esortarvi a morire in pace». L’altro rispose: «E io vi esorto a lasciarmi morire in pace» (Nicolas de Chamfort, «Massime e pensieri», 1795).
Dio è un’ipotesi che non mi occorre (Pierre Simon de Laplace, risposta a Napoleone che gli chiedeva quale posto occupasse Dio nella sua opera: «Esposizione del sistema del mondo», 1796).
L’idea di Dio è, lo confesso, l’unico torto che non posso perdonare all’uomo (D.A. François De Sade, «La storia di Juliette», 1797).
Il mio più grande dolore è che in realtà non esiste un Dio, e quindi mi vedo privato del piacere di insultarlo più positivamente (ibidem).
Sciagurati coloro che, per non essere scellerati, hanno bisogno della religione (Ugo Foscolo, «Ultime lettere di Jacopo Ortis», 1798-1817).
I Papi hanno commesso troppe imbecillità per crederli infallibili (Napoleone Bonaparte).
Sono circondato da preti che ripetono incessantemente che il loro regno non è di questo mondo, e intanto mettono le mani su tutto quello che possono afferrare (ibidem).
Nonostante tutti i tentativi e i sofismi di sant’Agostino, la responsabilità del mondo e di tutte le sue sventure ricade comunque su Dio, il quale ha creato tutto, assolutamente tutto, e sapeva come sarebbero andate le cose (Arthur Schopenhauer, «Il mondo come volontà e rappresentazione», 1819).
I misteri non sono ancora miracoli (Johann Wolfgang Goethe, «Massime e riflessioni», 1823).
Dio non è che una parola inventata per spiegare il mondo (Alphonse de Lamartine, «Armonie Poetiche e Religiose», 1830).
Non è egli un paradosso che la Religione Cristiana in gran parte sia stata la fonte dell’ateismo, o, generalmente parlando, dell’incredulità religiosa? Eppure io così la penso (Giacomo Leopardi, «Zibaldone di pensieri», 1832).
La credulità fu sempre una qualità inseparabile dal volgo (Giacomo Leopardi).
Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte (ibidem).
La scienza non ha fatto progressi che dopo aver eliminato Dio (Pierre Joseph Proudhon, «Studio di filologia sacra», 1838).
Il deista è un ateo col beneficio d’inventario (Honoré de Balzac, «Orsola Mouret», 1841).
La fede nella provvidenza è la fede dell’uomo in sé stesso. Dio si prende cura di me; egli si propone la mia felicità, la mia salvezza; vuole che io sia beato; ma anche io voglio la stessa cosa; il mio proprio interesse è dunque l’interesse di Dio, la mia propria volontà la volontà di Dio, il mio proprio fine ultimo il fine di Dio – l’amore di Dio per me non è che il mio amore di me stesso divinizzato (Ludwig Feuerbach, L’essenza del Cristianesimo, 1843).
Le religioni sono necessarie al popolo, e sono per esso un inestimabile beneficio. Quando però esse vogliono opporsi ai progressi dell’umanità nella conoscenza della verità, allora debbono essere messe da parte con la massima deferenza possibile. E pretendere che anche uno spirito grande – uno Shakespeare, un Goethe – faccia entrare nella propria convinzione, implicite, bona fide et sensu proprio, i dogmi di una qualche religione, è come pretendere che un gigante calzi la scarpa di un nano (Arthur Schopenhauer, «Supplementi al mondo come volontà e rappresentazione», 1844).
Ci sono anche vagabondi dello spirito, ai quali la dimora degli avi appare troppo angusta e opprimente per potersene restare tranquilli in quello spazio ristretto: invece di mantenersi entro i limiti di un modo di pensare moderato e di prendere per verità intoccabile ciò che a tanti dà conforto e sicurezza, essi oltrepassano tutti i confini della tradizione e vagabondano in strane regioni del pensiero, sollevando critiche irriverenti e dubitando impunemente di tutto, questi vagabondi stravaganti (Max Stirner, «L’unico e la sua proprietà», 1844).
Non ci è permesso di sentire, di fronte a ogni cosa e ogni nome che ci capita d’incontrare, ciò che vorremmo e potremmo sentire, non ci è permesso, per esempio, di pensare, di fronte al nome di Dio, a qualcosa di ridicolo, e non sentire venerazione alcuna, ma ci è invece prescritto e imposto che cosa dobbiamo sentire e pensare e in che modo questo deve avvenire. Il senso della cura d’anime è appunto questo: la mia anima o il mio spirito dev’essere disposto come altri ritengono opportuno, non come io stesso vorrei. Com’è faticoso per il singolo conquistarsi infine un sentimento proprio almeno di fronte a questo e quel nome e ridere in faccia a qualcuno che si aspetta da noi, come reazione al suo discorso, sguardi santimoniosi ed espressioni immacolate! Ciò che ci è imposto è a noi estraneo, non ci appartiene e perciò è “sacro” ed è difficile superare il “sacro timore” che ci provoca (ibidem).
Di fronte al sacro perdiamo ogni potenza e intrepidezza: nei suoi confronti siamo impotenti e trepidi. E tuttavia nessuna cosa è sacra in virtù di se stessa, ma invece perché io la dichiaro sacra, cioè in virtù della mia sentenza, del mio giudizio, delle mie genuflessioni, insomma della mia – coscienza (ibidem).
Nessuna religione ha mai potuto fare a meno di promettere “ricompense”, sia che queste si riferissero all’aldilà che all’aldiqua (lunga vita etc.); l’uomo infatti è avido, e gratis non fa niente (ibidem).
La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli (Karl Marx, «Manoscritti economico-filosofici», 1844).
L’abolizione della religione come felicità illusoria del popolo è necessaria per la sua felicità reale (Karl Marx, «Introduzione alla critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico», 1844).
Dio è il male (Pierre Joseph Proudhon, «Sistema delle contraddizioni economiche», 1846).
Io non so se Roma pagana gettò più uomini alle belve che Roma cristiana al rogo (Luigi Settembrini).
Di solito la gente è infastidita da quei passi della Bibbia che non comprende, mentre i passi che infastidiscono me sono quelli che comprendo (Mark Twain).
Il Divino Inerte (Herman Melville, «Moby Dick», 1851).
Le religioni sono come le lucciole: per brillare hanno bisogno del buio (Arthur Schopenhauer, «Parerga e paralipomena», 1851).
L’assurdo fa molto facilmente fortuna nel mondo (ibidem).
Dio è l’unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire, «Razzi», 1855-62).
Della religione credo inutile parlare, cercarne i resti, dal momento che darsi ancora la pena di negare Dio è il solo scandalo in questa materia (ibidem).
Dio è uno scandalo – uno scandalo che rende bene (ibidem).
Per asserire che il cristianesimo ha comunicato all’uomo verità morali precedentemente ignote, bisogna essere terribilmente ignoranti, oppure ostinati ingannatori. Il sistema morale espresso nel Nuovo Testamento non contiene nessuna massima che non fosse già stata precedentemente enunciata (Henry Thomas Buckle).
I fanatici sulla terra sono troppo spesso dei santi in cielo (Elisabeth Barrett Browing, «Aurora Leigh», 1857).
Dio è l’ombra della coscienza proiettata sul campo dell’immaginazione (Pierre Joseph Proudhon, «Della giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa», 1858).
Non so concepire maggiore sventura per un popolo colto che vedere riunito in una sola mano, in mano de’ suoi governanti, il potere civile e il potere religioso (Camillo Benso, conte di Cavour, «Discorsi parlamentari», 27 marzo 1861).
Noi siamo pronti a proclamare nell’Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato (ibidem).
La credulità è un segno d’estrazione: essa è plebea per essenza. Lo scetticismo, lo spirito critico è l’aristocrazia dell’intelligenza (Edmond e Jules de Goncourt, «Diario», 1861).
La religione non è altro che l’ombra gettata dall’universo sull’intelligenza umana (Victor Hugo, «Prefazione filosofica»).
Gli uomini hanno fatto Dio a similitudine di loro, e lo hanno conciato pel dì delle feste (Francesco Domenico Guerrazzi, «Il buco nel muro», 1862).
Il preteso dio degli eserciti è sempre per la nazione che ha migliore artiglieria, migliori generali (Joseph Ernest Renan).
I clericali sono sudditi e militi di una potenza straniera […] la nostra vittoria su Dio sarà l’acclamata rivendicazione della libertà di coscienza e del tempo della ragione sul pregiudizio (Giuseppe Garibaldi, 1867).
Quante più cose l’uomo trasferisce in Dio, tante di meno ne ritiene in se stesso (Karl Marx, «Il Capitale», 1867).
Se c’è un Dio, l’ateismo deve sembrargli una minore ingiuria che la religione (Edmond e Jules de Goncourt, «Diario», 1868).
Se Dio esistesse bisognerebbe fucilarlo (Epigramma dei comunardi parigini, parodia della frase di Voltaire: «Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo», 1870).
Dio è il dolore che nasce dalla paura della morte (Fëdor Dostoevskij, «I demoni», 1871).
La religione e il clero sono state e forse resteranno, ancora per lungo tempo, tra i più importanti nemici del progresso e della libertà (Khristo Botev, «La bandiera», 875).
Per secoli i leader cristiani hanno considerato le donne come un male necessario, e i più grandi santi della Chiesa furono quelli che disprezzarono le donne più degli altri (Annie Besant, «The Freethinkers’ Textbook», 1876).
Che grande parte di vanità deve spronare la religiosità dei missionari. C’è qualcosa di melodrammatico nello sbarcare su qualche isola delle Figi, nel battezzare, pervertire e infine assassinare il fiducioso selvaggio, per prendergli la terra in nome dell’Altissimo (Richard Birnie, «Essays: Social, Moral And Political», 1879).
Dio è il nome che dall’inizio dei tempi gli uomini dettero alla loro ignoranza (Max Nordau).
Onde gli uomini possano vivere liberamente la loro vita, morire la loro morte senza paura dell’inferno, senza speranza nel cielo, senz’altra paura che di se stessi, senz’altra speranza che in se stessi (Jens Peter Jacobsen).
C’è chi, pur essendo ateo, fa battezzare cristianamente il suo bambino, e chi va sotto le armi, come tutti gli altri, per quanto maledica grandemente l’odio tra i popoli, chi corre in chiesa con una femminuccia perché lei ha una parentela di gente devota, e fa la sua promessa davanti a un prete, senza vergognarsi. «Non è essenziale, se anche uno di noi fa quello che tutti fanno e hanno sempre fatto» – così si esprime il pregiudizio grossolano! Il grossolano errore! Poiché non c’è niente di più essenziale del fatto che ancora una volta sia riaffermato, attraverso l’azione di un uomo riconosciuto come razionale, quanto è già potente, tradizionale, e irrazionalmente riconosciuto: in tal modo esso riceve, agli occhi di tutti coloro che hanno notizia di questo fatto, la sanzione della ragione stessa. Tutto il rispetto per le vostre opinioni! Però piccoli atti anticonformisti hanno più valore! (Friedrich Nietzsche, «Aurora», 1881).
Quale luogo spaventevole ha saputo fare della terra il cristianesimo, già per il solo fatto di aver collocato ovunque il crocifisso, e per aver in tal modo designato la terra come il luogo in cui «il giusto viene martirizzato a morte»! (ibidem).
Oggi contro il cristianesimo decide il nostro gusto, non più le nostre ragioni (Friedrich Nietzsche, «La gaia scienza», 1882).
Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze! Lo sappiano o no: costoro esercitano il veneficio. Dispregiatori della vita essi sono, moribondi e avvelenati essi stessi, hanno stancato la terra: possano scomparire! Un tempo il sacrilegio contro Dio era il massimo sacrilegio, ma Dio è morto, e così sono morti anche tutti questi sacrileghi (Friedrich Nietzsche, «Così parlò Zarathustra», 1885).
Come? L’uomo è soltanto un errore di Dio? O forse è Dio soltanto un errore dell’uomo? (Friedrich Nietzsche, «Crepuscolo degli idoli», 1888).
Quel che ci divide non sta nel fatto che non ritroviamo Dio nella storia, né nella natura e neppure dietro la natura – bensì nella circostanza che noi sentiamo quel che viene venerato come Dio, non come “divino”, ma come miserabile, assurdo, dannoso, non soltanto come errore, ma come delitto contro la vita… Noi neghiamo Dio in quanto Dio… Se questo Dio dei cristiani esistesse, sapremmo ancor meno credere in lui (Friedrich Nietzsche, «L’Anticristo», 1888).
La forte speranza è uno stimolante vitale molto più grande di qualsiasi particolare felicità che si stia davvero realizzando. Si deve sostenere i sofferenti con una speranza che non possa essere contraddetta da alcuna realtà – che non possa venire cancellata da un adempimento: una speranza ultraterrena (ibidem).
È falso sino all’assurdo vedere in una “fede”, per esempio nella fede della redenzione per mezzo di Cristo, il segno distintivo del cristiano: soltanto la pratica cristiana, una vita come la visse colui che morì sulla croce, soltanto questo è cristiano… (ibidem).
Se si trasferisce il centro di gravità della vita non nella vita, ma nell’aldilà – nel nulla – si è tolto il centro di gravità alla vita in generale (ibidem).
L’uomo di fede, il “credente” di ogni specie, è necessariamente un uomo dipendente – un uomo che non può disporre se stesso come scopo, che non può in generale disporre scopi derivandoli da se stesso. Il “credente” non si appartiene, egli può essere soltanto un mezzo, egli deve essere usato, sente la necessità che qualcuno lo usi (ibidem).
“Fede” significa non voler sapere quel che è vero (ibidem).
Definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, l’unica grande e più intima depravazione, l’unico grande istinto della vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, furtivo, sotterraneo, meschino – lo definisco l’unica immortale macchia d’infamia dell’umanità (ibidem).
Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo? Questa è diventata la mia vera unità di misura, sempre più. L’errore (- la fede nell’ideale -) non è cecità, l’errore è viltà… Ogni risultato, ogni passo avanti nella conoscenza è una conseguenza del coraggio, della durezza con sé stessi, della pulizia con sé stessi… (Friedrich Nietzsche, «Ecce Homo», 1888).
Molte persone religiose sono sospettosissime. Sembra che – per motivi puramente religiosi, s’intende – sull’iniquità la sappiano molto più lunga dei reprobi (Rudyard Kipling, «Racconti semplici dalle colline», 1888).
Per religione, dunque, intendo una propiziazione o conciliazione delle forze superiori all’uomo che si crede dirigano e controllino il corso della natura e della vita umana (James George Frazer, «Il ramo d’oro», 1890).
La sola differenza tra un santo e un peccatore è che ogni santo ha un passato e ogni peccatore un futuro (Oscar Wilde, «Una donna senza importanza», 1893).
Facendone un peccato il Cristianesimo ha fatto molto per il sesso (Anatole France, «Il giardino di Epicuro», 1894).
L’impotenza di dio è infinita (Anatole France).
L’uomo comune, anche se non sa che farsene di questa vita, ne vuole un’altra che duri per sempre (ibidem).
L’uomo non crede ciò che è, egli crede ciò che desidera che sia (ibidem).
Caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare (ibidem).
Tragico destino dell’uomo! Aver bisogno di un Dio (Maurice Maeterlinck).
Io non credo a quelle persone che sanno così bene che cosa vuole Dio, perché noto che questo corrisponde sempre a quello che essi stessi vogliono (Susan Brownell Anthony).

Età contemporanea (dal ’900 a oggi)
Dubitare di tutto o credere tutto sono due soluzioni egualmente comode che ci dispensano, l’una come l’altra, dal riflettere (Henri Poincaré, «La scienza e l’ipotesi», 1902).
La religione è una delle forme dell’oppressione spirituale (Nikolaj Lenin, «Socialismo e religione», 1905).
Ci si potrebbe arrischiare a considerare la nevrosi ossessiva come un equivalente patologico della formazione religiosa e a descrivere la nevrosi come una religiosità individuale e la religione come una nevrosi ossessiva universale. La somiglianza essenziale risiederebbe nella fondamentale rinuncia all’attività di pulsioni date costituzionalmente; e la differenza principale nella natura di tali pulsioni, che sono nella nevrosi di origine esclusivamente sessuale, nella religione di origine egoistica (Sigmund Freud, «Azioni ossessive e pratiche religiose», 1907).
Una cosa mi ha sempre profondamente stupito: che i credenti di tutti i tempi abbiano cercato e fornito prove dell’esistenza di Dio. E, naturalmente, tutte queste prove sono irrefutabili per coloro che le utilizzano. Disgraziatamente sono tali soltanto per loro: provano che essi credono in Dio, e niente più (Félix Le Dantec, «L’ateismo», 1910).
La psicoanalisi ci ha insegnato a riconoscere l’interconnessione esistente tra complesso paterno e fede in Dio, ci ha indicato che il Dio personale non è altro, psicologicamente, che un padre innalzato, e ci pone ogni giorno sotto gli occhi i casi di giovani che perdono la fede religiosa appena vien meno in loro l’autorità paterna (Sigmund Freud, «Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci», 1910).
La Bibbia è letteratura, non dogma (George Santayana, «Introduzione all’Etica di Spinoza», 1910).
Se una fabbrica paga le tasse e la chiesa no, vuol dire che un giorno la chiesa prenderà possesso della fabbrica (Lemuel K. Washburn, «Is The Bible Worth Reading?», 1911).
Anticamente migliaia di dèi parevano pochi; oggidì uno è di troppo (Carlo Dossi, «Note azzurre», 1912).
Il Diavolo ha reso tali servigî alla Chiesa, che io mi meraviglio com’esso non sia ancora stato canonizzato per santo (ibidem).
L’irreligiosità moderna è una nuova freschezza di spirito, un atto morale, una liberazione. L’irreligiosità è una difficoltà, un carico, un obbligo, un dovere maggiore. In questo senso ci rende nobili. È l’emulazione con la virtù passata. Noi, irreligiosi, possiamo e dobbiamo essere da tanto quanto gli uomini passati, religiosi. Anzi di più; o meglio: altrimenti (Giuseppe Prezzolini, «Punti, spunti, appunti per le “Parole di un uomo moderno”», 1915).
L’uomo non può vivere senza una perenne fiducia in qualcosa d’indistruttibile in sé, la qual cosa non esclude che, sia tale fiducia, sia quell’elemento indistruttibile, gli possano restare perennemente nascosti. Uno dei modi coi quali può esprimersi questo nascondimento è la fede in un Dio personale (Franz Kafka, «Quaderni in ottavo», 1917).
Una domanda ha senso soltanto se presupponiamo quella classe di cose una delle quali sarebbe la risposta. Occorre che noi conosciamo questa classe per enunciare la domanda. Se non è così, la nostra domanda crea questa classe, e non è più una domanda, è una proposizione affermativa mascherata. Chi ha fatto il Mondo? Questa non è una domanda. È un dogma (Paul Valéry, «Quaderni», 1918).
La fede è un crampo, una paralisi, un’atrofia della mente in certe posizioni (Ezra Pound, «Selected Prose», 1921).
Se oggi i popoli civili più non credono che il sole, ogni sera, si tuffi nell’oceano, hanno altre credenze che non più di questa si accostano alla realtà (Vilfredo Pareto, «Trasformazioni della democrazia», 1921).
Credo nella religione del dubbio. Ecco, questa è la mia religione (Pietro Gobetti).
La crudeltà è il principale attributo di Dio (André Gide, «I falsari», 1925).
L’uomo si crea un Dio a propria immagine, e ogni Dio invecchia insieme con gli uomini che lo hanno creato (David Herbert Lawrence, «Il serpente piumato», 1926).
Se qualcuno giunge al punto di accettare acriticamente tutte le assurdità che le dottrine religiose gli trasmettono, e perfino di ignorarne le contraddizioni vicendevoli, la sua debolezza intellettuale non deve stupirci oltremodo (Sigmund Freud, L’avvenire di un’illusione, 1927).
La nostra concezione di Dio deriva dall’antico dispotismo orientale, ed è una concezione indegna di uomini liberi. Non ha rispetto di sé stesso chi si disprezza e si definisce miserabile peccatore […] Non bisogna rimpiangere il passato o soffocare la libera intelligenza con idee che uomini ignoranti ci hanno propinato per secoli. Occorre sperare nell’avvenire e non voltarsi a guardare a cose ormai morte che, confidiamo, non rivivranno più in un mondo creato dalla nostra intelligenza (Bertrand Russell, «Perché non sono cristiano», 1927).
Credo che quando morirò il mio corpo si decomporrà, e nulla del mio io sopravviverà. Non sono giovane, e amo la vita, ma disprezzo il terrore dell’annichilimento. La felicità non è meno vera solo perché finisce, e nemmeno il pensiero e l’amore perdono valore perché non sono eterni (ibidem).
È divertente udire il cristiano odierno esaltare la dolcezza e la ragionevolezza della sua religione, ignorando che questa dolcezza e questa ragionevolezza sono dovute all’insegnamento di uomini, un tempo perseguitati dai cristiani (ibidem).
Se un filosofo è un uomo cieco, in una stanza buia, che cerca un gatto nero che non c’è, un teologo è l’uomo che riesce a trovare quel gatto (ibidem).
Per un fanciullo la religione significa semplicemente paura. Dio è un uomo potente che vede tutto; Egli può vederti dovunque tu sia. Per un fanciullo spesso ciò significa che Dio può persino vedere quello che avviene sotto le coperte. E introdurre la paura nella vita di un fanciullo è il peggiore di tutti i delitti (Alexander S. Neill, «Il fanciullo difficile», 1927).
Quando si è vinti si diventa cristiani (Ernest Hemingway, «Addio alle armi», 1929).
Ci vuol tempo per strappare alla fede e per educare allo scetticismo; tempo, e non poco sforzo e dolore. Soltanto lo scettico della terza generazione è veramente sicuro: suo nonno deve aver accettato il denaro del Diavolo quando era ancora celibe (Henry Louis Mencken, «Trattato sugli Dei», 1930).
L’unico vero modo per conciliare scienza e religione è di istituire qualcosa che non sia scienza e qualcosa che non sia religione (ibidem).
Il fatto che le minacce dell’inferno abbiano una loro utilità sociale non è un argomento a sostegno della verità della religione: è semplicemente un argomento a sfavore della specie umana (ibidem).
La teologia è il tentativo di spiegare l’inconoscibile nei termini di ciò che non vale la pena conoscere (ibidem).
La fede: una credenza assurda nell’eventualità dell’improbabile (ibidem).
La parola “credere” è una cosa difficile per me. Io non credo. Devo avere una ragione per certe ipotesi. Anche se conosco una cosa non è detto che debba crederci (Carl Gustav Jung).
La religione è ciò che l’individuo fa con la propria solitudine (Alfred North Whitehead).
La malattia dell’uomo è la coscienza, la malattia della coscienza è dio (Antonin Artaud).
Non c’è egoismo così insopportabile quanto quello del cristiano riguardo alla sua anima (William Somerset Maugham).
I cattolici e i comunisti sono simili nel considerare che quelli che non hanno le loro convinzioni non possono essere sia onesti sia intelligenti (George Orwell).
Se volete combattere i dittatori, cominciate dal primo: Dio! (Alberto Savinio).
Crassa pigrizia quella per cui si chiama Dio tutto ciò che non si riesce a spiegare. Dio sarebbe la somma della nostra ignoranza? (Ugo Ojetti, «Sessanta», 1937).
Quando una religione ha la pretesa di imporre la sua dottrina all’umanità intera, si degrada a tirannia e diventa una forma di imperialismo (Rabindranath Tagore, «Discorso per il centenario di Ramakrishna», 1937).
Non credo che la pratica della scienza possa andar disgiunta dal coraggio. Essa tratta il sapere, che è un prodotto del dubbio; e col procacciare sapere a tutti su ogni cosa, tende a destare il dubbio in tutti (Bertold Brecht, «Vita di Galilei», 1938-55).
Siccome Dio poteva creare una libertà che non consentisse il male (cfr. lo stato dei beati liberi e certi di non peccare), ne viene che il male l’ha voluto lui. Ma il male lo offende. È quindi un banale caso di masochismo (Cesare Pavese, «Il mestiere di vivere», 1938).
La massima sventura è la solitudine; tant’è vero che il supremo conforto – la religione – consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio. La preghiera è lo sfogo come con un amico (ibidem).
Quand’anche potessi credere, sarei ancora ben lungi dal poter pregare. Il pregare continuerebbe a sembrarmi il modo più sfacciato di seccare Dio, il peccato più nauseante di tutti, e dovrei intercalare ogni preghiera con lunghi periodi di espiazione (Elias Canetti, «La provincia dell’uomo», 1942).
Dio è il più grande atto di superbia dell’uomo; e quando egli l’avrà espiato non ne troverà mai uno più grande (ibidem).
Già solo per questo non ci può essere un creatore, perché la sua tristezza per il destino del suo creato sarebbe impensabile e insopportabile (ibidem).
Se Dio esiste dovrà chiedermi perdono (Graffito su un muro ad Auschwitz).
L’ateismo non è una conclusione, è un punto di partenza (Mathieu Delarue).
Non si diventa atei per adottare delle nuove credenze, ma per diventare liberi (ibidem).
L’occultismo è la metafisica degli stupidi (Theodor W. Adorno, «Minima moralia», 1947).
La fede solleva delle montagne; sì: delle montagne d’assurdità (André Gide, «Diario», 1947).
La religione è la più gigantesca utopia, cioè la più gigantesca “metafisica” apparsa nella storia (Antonio Gramsci, «Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce», 1948).
È religione anche non credere in niente (Cesare Pavese, «La casa in collina», 1949).
L’avvenire è l’unica trascendenza degli uomini senza Dio (Albert Camus, «L’uomo in rivolta», 1951).
L’unica giustificazione possibile per Dio è che non esiste (Albert Camus).
Dio è il Silenzio, Dio è l’Assenza, Dio è la Solitudine degli uomini (Jean Paul Sartre, «Il diavolo e il buon Dio», 1951).
Quando Dio tace, gli si può far dire quello che si vuole (ibidem).
Come si conviene, ho passato in rassegna tutti gli argomenti in favore di Dio: la sua non esistenza mi è sembrata uscirne intatta. Egli possiede la genialità di farsi infirmare da tutta la sua opera; i suoi difensori lo rendono odioso, i suoi adoratori sospetto. Chi teme di amarlo non ha che da aprire san Tommaso… (Emile M. Cioran, «Sillogismi dell’amarezza», 1952).
Qualsiasi fede rende insolenti: acquisita di recente, inasprisce gli istinti peggiori (ibidem).
Dio è ateo (Giovanni Papini, «Il Diavolo», 1953).
L’esistenza di una creazione senza Dio, senza scopo, mi sembra meno assurda che la presenza di un Dio perfetto, che crea un uomo imperfetto per fargli correre il rischio di una punizione infernale (Armand Salacrou, «Certezze e incertezze», 1954).
L’agnosticismo: una disciplina dello spirito che mantiene aperte tutte le porte dell’ignoto (André Malraux).
L’Umanità ha le stelle nel suo futuro, e il futuro è troppo importante per essere perso a causa della sua follia infantile e della superstizione che la mantiene nell’ignoranza (Isaac Asimov).
Chiunque oggi si occupa di religione, se non per combatterla e aspettarne la fine, è un cretino (Ardengo Soffici).
Mi è stato più facile pensare un mondo senza creatore, che un creatore pieno di tutte le contraddizioni del mondo (Simone de Beauvoir, «Memorie di una ragazza perbene», 1958).
Anche la santità è una tentazione (Jean Anouilh, «Becket e il suo re», 1959).
Personalmente non ho nulla contro chi crede in un Dio, non importa quale. Sono contrario a chi pretende che il suo Dio sia l’autorità che gli permette di imporre delle restrizioni allo sviluppo e alla gioia dell’umanità (Alexander S. Neill, «Summerhill», 1960).
Chiedo ai genitori di far nascere una civiltà su cui non pesi il peccato originale. Chiedo ai genitori di eliminare ogni necessità di redenzione semplicemente dicendo ai figli che essi sono nati buoni, non cattivi. Chiedo ai genitori di dire ai bambini che è questo mondo che può essere e deve essere reso migliore, di impiegare qui e ora le loro energie e non in una mitica vita eterna di là da venire (ibidem).
Se vogliamo che i nostri figli mantengano uno spirito sano, dobbiamo guardarci dall’insegnare loro dei falsi valori. Molte persone che hanno dei dubbi sulla religione cristiana non esitano a insegnare ai loro figli ciò di cui loro stessi non sono convinti. Quante madri credono realmente in un inferno che brucia e in un dorato paradiso pieno di arpe? Nonostante ciò migliaia di madri incredule sviano l’anima dei loro figli tenendo in piedi queste storie ridicole e antiquate (ibidem).
Fondamentalmente la religione ha paura della vita. È un modo di fuggire dalla vita. Scredita la vita qui e ora, perché è un semplice preliminare a una vita più piena, ancora da venire (ibidem).
Dio: una spiegazione che risparmia una spiegazione (Leonard L. Levinson, «Dizionario della mano sinistra», 1963).
La società rispettabile credeva in Dio per evitare di doverne parlare (Jean Paul Sartre, «Le parole», 1963).
Talvolta sono tentato dal Diavolo di credere in Dio (Stanislaw Jerzy Lec, «Nuovi pensieri spettinati», 1964).
I matti del cielo trovano inebriante l’essere sospesi tra l’illusione dell’immortalità e la realtà della morte (Alexander Chase, «Prospettive», 1966).
Meno si crede in Dio, più si capisce che altri ci credano (Jean Rostand, «Inquietudini di un biologo», 1967).
Ogni uomo pensa che Dio è dalla sua parte. Il ricco e il potente lo sanno (Jean Anouilh).
C’è gente che eredita la fede, come eredita i terreni, il casato, i titoli nobiliari, il denaro, una biblioteca e il castello. Fede per censo, ereditaria (Ennio Flaiano, «Don’t Forget», 1967-72).
Noi viviamo – grazie a Dio – in un’epoca senza fede (Ennio Flaiano, «Diario degli errori», 1968).
Tra tutte le tirannie, una tirannia esercitata per il bene delle sue vittime può essere la più oppressiva. Può essere meglio vivere sotto baroni ladri che sotto onnipotenti ficcanaso morali. La crudeltà del barone può ogni tanto sopirsi, la sua cupidigia può in qualche misura essere saziata; ma quelli che ci tormentano per il nostro bene, ci tormenteranno senza fine, perché lo fanno con l’approvazione della propria coscienza (Clive Staples Lewis, «God In The Dock: Essays On Theology And Ethics», 1970).
La Bibbia che noi conosciamo contiene elementi che sono scientificamente sbagliati, oppure anche moralmente ripugnanti. Nessuna prospettiva “al di sopra delle righe” può convincere che tali passaggi sono il prodotto di una Saggezza Divina (Bernard J. Bamberger, «La storia del giudaismo», 1971).
Dio mi deve delle spiegazioni (Eugène Ionesco).
Dottrine fantastiche (come il cristianesimo, l’islamismo o il marxismo) richiedono la fede unanime. Ma se qualcuno lancia dei dubbi sul credo di milioni, ecco che compaiono paura e odio, camere a gas e di tortura, la forca, i lavori forzati e i reparti di psichiatria (Edward Abbey).
Se l’ateismo fosse una religione, allora la salute sarebbe una malattia (Clark Adams).
Fossi stato Dio, mi sarei suicidato per liberare l’umanità (Nikos Lygeros, «Prometeo e Atena»).
«Cristo, sei la vera droga!». Così lo invocano i drogati della Jesus Revolution (movimento californiano); non immaginano quanto sia vero e confermato da duemila anni di storia umana (Guido Ceronetti, «Il silenzio del corpo», 1979).
Il peccato: inventato dagli uomini per meritare la pena di vivere, per non essere castigati senza perché (Gesualdo Bufalino, «Diceria dell’untore», 1981).
Pregare, altro vizio solitario (ibidem).
Dio, gigantesco eufemismo (ibidem).
Il mio scopo è sostenere che l’universo può essere nato ed esistere senza l’intervento di nessuno, e che non c’è nessun bisogno di invocare l’idea di un Essere Supremo in una delle sue numerose manifestazioni (Peter William Atkins, prefazione a «La creazione»).
La merda è un problema teologico più arduo del problema del male. Dio ha dato all’uomo la libertà e quindi, in fin dei conti, possiamo ammettere che egli non sia responsabile dei crimini perpetrati dall’umanità. Ma la responsabilità della merda pesa interamente su colui che ha creato l’uomo (Milan Kundera, «L’insostenibile leggerezza dell’essere», 1984).
Se davvero esistessero esseri extraterrestri intelligenti, molte religioni ne risulterebbero sconvolte: verrebbe infatti meno uno dei loro cardini fondamentali, e cioè il rapporto privilegiato tra Dio e gli uomini. La religione cristiana ne risentirebbe in particolar modo, proprio perché predica che Gesù Cristo è Dio fatto uomo allo scopo di offrire la salvazione agli uomini della Terra. Immaginare tutta una serie di “cristi alieni” che visitano ogni pianeta abitato assumendo l’aspetto fisico degli esseri che li abitano, suona assurdo e grottesco (Paul Davies, «Dio e la nuova fisica», 1984).
Solo negli empî sopravvive oggigiorno la passione per il divino. Nessun altro si salverà (Gesualdo Bufalino, «Il malpensante», 1987).
Cerco Dio come un usciere va a caccia di un insolvente (ibidem).
Se Dio esiste, chi è? Se non esiste, chi siamo? (ibidem).
L’impazienza di Dio nel pubblicare il mondo non finisce di sbalordirmi. Cose così si tengono nel cassetto per sempre (ibidem).
Meno credo in Dio più ne parlo (ibidem).
Bestemmiato a lungo stanotte, con le mani giunte, nel buio (ibidem).
Sarebbe stato più gentile, da parte sua, esistere (ibidem).
Anche il miracolo ha i suoi limiti (Cesare Viviani, «Pensieri per una poetica della veste», 1988).
Il più grande sforzo della teologia è stato sempre quello di scagionare Dio (Carlo Gragnani, «A conti [quasi] fatti», 1989).
Non c’è il minimo dubbio sul fatto che il Dio del Vecchio Testamento sia un essere geloso e vendicativo; perseguendo non solo i peccaminosi ribelli ai suoi dettami, ma punendo altresì persone illuminate, che subiscono orrendi tormenti e malattie, lapidazioni e altre maledizioni (Steve Allen, «Sulla religione della Bibbia e sulla moralità», 1990).
La Bibbia è stata interpretata al fine di giustificare tali malvagie pratiche, come per esempio la schiavitù, il massacro di prigionieri di guerra, i sadici assassinî di povere donne credute streghe, la pena di morte per trasgressioni o poligamie. Essa è stata usata per incoraggiare rozze superstizioni e per scoraggiare il libero insegnamento di verità scientifiche. Non dobbiamo dimenticare che buono e cattivo confluiscono entrambi nella bibbia. E che, pertanto, essa non può essere al di sopra di ogni critica (ibidem).
Nessun vero tiranno conosciuto della storia è mai stato responsabile di un solo centesimo dei delitti, dei massacri, e di tante atrocità attribuite al Dio della Bibbia (ibidem).
Se noi assumiamo che non esista nessun Dio, ne segue che la moralità è ancora più importante che se esistesse una qualche divinità. Se Dio esiste, la sua illimitata potenza dovrebbe rimediare – in teoria – agli squilibri nella scala della giustizia umana. Ma se non c’è nessun Dio, allora dipenderà dall’uomo, e da lui soltanto, essere morale per quanto gli è possibile (ibidem).
Non è tanto l’asprezza del cuore, non sono le malvage intenzioni a guidare all’ateismo gli uomini pensanti, quanto piuttosto una scrupolosa onestà e rigore intellettuale (ibidem).
Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore (Stefano Benni, Baol, 1990).
Huss, Savonarola, Bruno, per citare solo gli arsi vivi più rinomati. Roghi motivati con l’esigenza di salvaguardare l’integrità di un principio. A distanza di qualche secolo sei milioni di inceneriti per un non dissimile motivo. Il fuoco elemento privilegiato nella tutela delle idee (Francesco Burdin, «Frammenti di un mondo in bilico», 1991).
Se rubi ti arrestano; se affermi che esiste Dio è solo un’opinione. Ciò mi ha sempre meravigliato (Manlio Sgalambro, «Del pensare breve», 1991).
Tu puoi citare cento riferimenti per mostrare che il Dio biblico è un sanguinario tiranno, ma loro scoveranno due o tre versi che dicono «Dio è amore», e loro dichiareranno categoricamente che TU prendi le cose al di fuori del contesto! (Dan Barker, «Perdendo fede nella fede: da predicatore ad ateo», 1992).
Tu credi in un libro in cui ci sono animali parlanti, maghi, streghe, demoni, bastoni che si trasformano in serpenti, cibo che cade dal cielo, tizi che camminano sull’acqua e ogni tipo di storie magiche, assurde e primitive, e mi vieni a dire che noi siamo quelli che hanno bisogno di aiuto? (ibidem).
Non pensando criticamente, assumo che il “successo” delle mie preghiere sia la prova che Dio risponde, mentre gli insuccessi sono la prova che c’era qualcosa di sbagliato in me (ibidem).
Il solo immaginare che il sovrano dell’universo correrà ad assistermi rivoltando le leggi della natura, per me è il massimo dell’arroganza (ibidem).
La Verità non richiede fede. Gli scienziati non uniscono le mani ogni domenica salmodiando «Sì, la gravità è vera! io avrò fede! Io sarò forte! Io credo nel mio cuore che tutto quello che va su, su, su deve venire giù, giù, giù, Amen!». Se lo facessero, potremmo pensare che siano poco sicuri della verità gravitazionali (ibidem).
Vivere in incognito, come Dio (Gesualdo Bufalino, «Calende greche», 1992).
Che si siano sempre pregati gli dèi è umano, ma ciò non depone, a dire il vero, in favore della nostra eleganza. Meno che mai della loro (Mario Andrea Rigoni, «Variazioni sull’Impossibile», 1993).
Se, in qualsiasi cultura, ai bambini viene insegnato «Noi siamo tutti ugualmente indegni di fronte a Dio». Se, in qualsiasi cultura, ai bambini viene insegnato «Tu sei nato nel peccato e sei quindi peccatore per natura». Se ai bambini sono dati in quantità messaggi come «Non pensare, non far domande, CREDI e basta». Se ai bambini vien detto «Chi sei tu per credere di sapere di più del prete, del ministro, del rabbino?». Se ai bambini vien detto «Se tu hai valore non è per qualcosa che hai fatto o potrai mai fare, ma solo perché Dio ti ama». Se ai bambini vien detto «Sottomettersi a ciò che non si può capire è l’inizio della moralità». Se i bambini son tirati su a forza di «non essere desideroso e sicuro di te: è peccato d’orgoglio». Se i bambini sono istruiti a «mai pensare che tu appartieni a te stesso». Se ai bambini viene insegnato «che il tuo giudizio non deve mai essere in conflitto con le autorità religiose, a cui devi sempre credere». Se, ai bambini viene detto «che il proprio sacrificio è la virtù più importante e l’abnegazione più nobile». Allora considera quali potranno essere le conseguenze della pratica di vivere coscienziosamente, o la pratica dell’autorealizzazione, o qualsiasi degli altri sei pilastri di una sana autostima (Nathaniel Branden, «I sei pilastri dell’autostima», 1994).
Le preghiere non cureranno l’AIDS. La ricerca sì (Pubblicità promossa dall’American Foundation for AIDS Research, a cui sono stati tagliati i fondi a causa delle lamentele dei religiosi).
Il monoteismo è una schifezza, come tutti i dispotismi. La specie è, per natura, democraticamente politeista, a parte quell’élite, frutto della evoluzione, che ha potuto liberarsi interamente dal bisogno del divino (Salman Rushdie).
La Chiesa è una sposa sbandata che, in mezzo alla piazza, scopa con banchieri e diplomatici, avvelenando al tempo stesso la vita ai ragazzini che si fanno una sega (Vladimir Senakowsky).
Il miglior consiglio che posso dare a chiunque voglia far crescere un bambino felice e mentalmente sano è: tenetelo lontano dalle chiese appena potete (Frank Zappa).
Il pensiero di Dio è totalmente assente dalle preoccupazioni quotidiane della maggioranza degli uomini contemporanei. Tuttavia, le credenze religiose quasi viscerali derivate dai millenni passati permangono in loro senza essere sradicabili […] In realtà, per la maggior parte degli uomini Dio non esiste (Marcel Légaut).
Quando ero ragazzino mio padre voleva che io fossi un bravo cattolico e che io mi confessassi tutte le volte che avevo pensieri impuri sulle ragazze. Così ogni sera io diventavo rosso a confessare i miei pensieri. Così successe una sera, e poi un’altra sera, e così via. Dopo una settimana decisi che la religione non era fatta per me (Fidel Castro, in «The Economist», 1997).
Non c’è in fondo che una definizione valida: l’ateo è un credente divenuto adulto (Thomas Cleaners jr., «Dio, l’oroscopo e altri veleni», 2000).
C’è un senso del blasfemo che viene dal dolore ed è quindi più sincero di qualsiasi discorso di speranza. Il grottesco è oggi il modo che ci pare più adeguato per parlare di Dio (Franco Maresco).
La morale è roba troppo seria per lasciarla nelle mani delle religioni (Pino Caruso).
Facile essere Dio. Difficile è essere uomini (ibidem).
Piuttosto che pretendere da me spiegazioni sul mio comportamento, Dio dovrebbe fornirmele sul Suo (ibidem).
Il problema non è la libertà delle religioni ma la libertà dalle religioni (ibidem).
Quando parlo di Dio, non è di Dio che parlo ma dell’idea che gli uomini hanno di Dio (ibidem).
Nessuno è più pericoloso di chi crede che i propri pensieri siano i pensieri di Dio (ibidem).
Dappertutto ho constatato quanto gli uomini favoleggiano per evitare di guardare in faccia la realtà. La creazione di oltremondi non sarebbe molto grave se non venisse pagata a caro prezzo: l’oblio della realtà, e dunque la colpevole negligenza del solo mondo esistente (Michel Onfray, «Trattato di Ateologia», 2005).
Mosè, Paolo di Tarso, Costantino, Maometto, in nome di Jahwèh, Gesù e Allah, loro utili finzioni, si danno da fare per gestire le forze oscure che li invadono, li agitano e li tormentano. Proiettando sul mondo le loro perfidie essi lo oscurano ancora di più e non si liberano di nessuna pena. L’impero patologico della pulsione di morte non si cura con un’irrorazione caotica e magica, ma con un lavoro filosofico su di sé. Un’introspezione ben condotta ottiene che arretrino i sogni e i deliri di cui si nutrono gli dèi. L’ateismo non è una terapia, ma una salute mentale recuperata (ibidem).
Il silenzio di Dio permette la chiacchiera dei suoi ministri che usano e abusano dell’epiteto: chiunque non crede al loro Dio, dunque a loro, diventa immediatamente un ateo (ibidem).

www.uaar.it/ateismo/citazioni/citazioni_ateo_scettiche/

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