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Santa Sede e abusi sessuali, progressi e ostacoli nell’azione di pulizia

Diverse e importanti le norme emanate dagli ultimi due Pontefici per fermare il fenomeno pedofilia. Il problema della denuncia dei responsabili alle autorità civili, le resistenze interne, il timore per il «buon nome della Chiesa». Le indicazioni chiare di Ratzinger e Bergoglio.

FRANCESCO PELOSO
CITTÀ DEL VATICANO

Lo scandalo degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa è tornato d’attualità negli ultimi mesi. Nuovi casi di certo sono venuti alla luce in varie parti del mondo; poi c’è stata la testimonianza del cardinal George Pell, «ministro delle finanze vaticano», davanti alla Royal commission australiana, per eventuali responsabilità nell’aver coperto episodi del passato. Si tratta di elementi diversi che hanno contribuito a riportare l’attenzione sul tema. Ma naturalmente anche la pellicola «Spotlight», vincitrice dell’oscar come miglior film, ha dato il suo contributo. Il film racconta l’inchiesta del Boston Globe sulla piaga pedofilia nella diocesi americana, da quel «big bang» che scosse l’opinione pubblica, presero il via migliaia di denunce in tutti gli Stati Uniti, la vicenda portò inoltre alle dimissioni del cardinale Bernard Law, all’epoca arcivescovo di Boston. Casi di pedofilia da parte del clero, del resto, sono emersi in temi recenti – a livello giudiziario – anche in Italia.

E inevitabilmente l’attenzione è tornata su un tema specifico: ovvero su quali provvedimenti sono stati presi dalla Santa Sede per contrastare il fenomeno e in modo specifico quella strategia del cover up, cioè dell’insabbiamento o della copertura dei sacerdoti responsabili, che tanto discredito ha gettato sulla Chiesa provocando la delusione e l’allontanamento di moltissimi fedeli. In tal senso è stato giustamente ripetuto che sia Benedetto XVI, sia Francesco, hanno dato indicazioni inequivocabili alle chiese locali, ai vescovi e alle strutture vaticane, per porre fine a scelte di anteporre la tutela dell’istituzione rispetto alle salvaguardia dei minori in generale e delle vittime in particolare.

Il problema della denuncia  

Diversi sono stati gli interventi dei pontefici in questo campo; fra quelli più significativi ci fu la lettera inviata nel 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a tutte le conferenze episcopali del mondo, per aiutarle a preparare le linee guida anti-pedofilia (nel 2010 erano state aggiornate le norme sui gravioribus delictis). È qui che si riscontra il principio della collaborazione con le autorità civili, cioè quell’elemento che doveva scardinare appunto la politica della segretezza e delle coperture. «L’abuso sessuale di minori – si legge nel testo – non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile». «Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi – si afferma ancora – tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».

Da questo testo sono scaturite due linee interpretative: una in base alla quale se nell’ordinamento di un paese non è previsto obbligo di denuncia per il vescovo – è il caso dell’Italia, per esempio – questo non deve essere contemperato nelle linee guida di quella nazione. Un’altra lettura afferma invece che, più semplicemente, laddove il reato di abuso contro il minore è codificato, questo va comunicato alle autorità civili pur tenendo conto dei diritti dell’accusato. La lettera poi introduce diversi altri aspetti importanti nella gestione del fenomeno, fra cui una generale priorità data alle vittime come indicazione concreta e anche culturale. Vale infine la pena ricordare, sul punto specifico del rapporto con la magistratura, che di recente il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha parlato di «obbligo morale e civile» nella denuncia di episodi di abusi su minori.

Tribunali e vittime  

Da rilevare ancora che Benedetto XVI ha dato un altro esempio concreto incontrando varie volte le vittime degli abusi, cioè ha mostrato pubblicamente come ci si doveva comportare verso quanti erano stati colpiti. Francesco, da parte sua, ha celebrato a Santa Marta una Messa con un gruppo di vittime (2014); nell’omelia dice molte cose, ma qui interessa sottolineare un passaggio: «Chiedo perdono – affermò nella circostanza il Papa – anche per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso. Questo, inoltre, ha recato una sofferenza ulteriore a quanti erano stati abusati e ha messo in pericolo altri minori che si trovavano in situazione di rischio». Il peccato di omissione veniva precisato a dovere, e del resto di recente papa Francesco ha pure osservato che il vescovo responsabile di aver coperto un prete pedofilo dovrebbe dimettersi.

Ancora un passo indietro: nel 2010 Papa Ratzinger si rivolgeva alla Chiesa irlandese colpita in modo clamoroso dallo scandalo (diverse inchieste governative avevano portato alla luce una realtà di abusi sconcertante e la stessa Santa Sede avviò una serie complessa di indagini), con una lettera dove si analizzava il fenomeno, Benedetto XVI disse fra l’altro: «Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti». E ancora elencando le diverse cause all’origine della tragedia, Ratzinger sottolineava pure: «una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona». Insomma il magistero degli ultimi due Pontefici è chiaro e si è avvalso di norme interne e di richiami alla Chiesa universale come a singoli episcopati.

Nei primi tre anni di pontificato di papa Francesco è stata poi creata la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori sotto la guida del cardinale O’Malley, della quale fanno parte anche alcune vittime; tuttavia di recente, una di questa, Peter Saunders, si è allontanato dall’organismo in questione polemicamente, giudicando ancora insufficiente l’impegno della Santa Sede per fronteggiare il fenomeno.

Ostacoli alla trasparenza  

D’altro canto anche dentro la Chiesa e perfino nella Curia romana, ci sono i sostenitori del cambiamento e della trasparenza e chi invece, fra motivazioni burocratiche, legislative o semplicemente perché teme una perdita di status del proprio ruolo, pone ostacoli o intralci all’attuazione di una politica severa in materia.

Papa Francesco nel giugno scorso aveva annunciato, per esempio, la creazione di una sezione specifica della Congregazione per la Dottrina della Fede per giudicare i vescovi che non avevano dato seguito alle denunce o notizie di abusi commessi da un sacerdote (reato di abuso d’ufficio). L’iniziativa è completamente ferma a causa di ostacoli per lo più burocratici, come spiega un’accurata inchiesta dell’Associated Press. Nel luglio del 2013 inoltre, il Papa aggiornò il codice penale vaticano introducendo una serie di reati relativi alla pedofilia, fra questi venne punita in modo severo ogni forma di sfruttamento del minore a fini sessuali compreso l’utilizzo di materiale pedopornografico in qualsiasi formato, compreso il web e gli archivi digitali. Una fattispecie che sembrava fatta apposta per il caso dell’ex-nunzio polacco di Repubblica Dominicana, Jozef Wesolowski, poi morto per cause naturali lo scorso settembre a ridosso del processo che lo vedeva imputato per questi reati proprio in Vaticano.

Infine qualche numero sull’entità delle denunce che pervengono in Vaticano. In base a quanto riportato dall’agenzia Ansa dal 2004 al 2013 sono stati novecento i preti ridotti allo stato laicale, mentre le denunce arrivate in Vaticano si aggirano intorno alle 600 l’anno, con punte anche di ottocento casi. Naturalmente da questi dati sono esclusi i procedimenti giudiziari civili aperti nei vari paesi, mentre altre vicende continuano a emergere con risvolti inquietanti come è avvenuto di recente per la diocesi di Oaxaca, in Messico.

Infine di carattere esorbitante sono le cifre sborsate dalla Chiesa, in particolare quella americana, per i risarcimenti dovuti alle vittime negli ultimi vent’anni.

https://www.lastampa.it/2016/03/12/vaticaninsider/ita/vaticano/santa-sede-e-abusi-sessuali-progressi-e-ostacoli-nellazione-di-pulizia-w6ghld5XkrQ1lZIh5SOXUK/pagina.html

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