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Sarà Elizabeth Warren la sfidante di Trump nel 2020?

Non si fa in tempo ad abituarsi all’idea di Donald Trump sul trono più alto del pianeta che già negli Stati Uniti si torna in campagna elettorale per scovare chi, nel 2020, dovrà fronteggiare uno stratega del populismo made in USA astuto come pochi; uno capace, come si è visto, di sovvertire qualsiasi pronostico e trasformare una sconfitta annunciata contro un membro storico dell’establishment politico americano come Hillary Clinton, in una vittoria della middle class americana. Una vittoria, quella di Trump, non solo politica, cosa che paradossalmente avrebbe preoccupato meno i democratici, ma che rappresenta una grave rottura con la popolazione. Così il piano dei democratici a stelle e strisce è quello di disappannare il vetro da quella patina di snobismo che è costata la presidenza.

Il cane da guardia di Wall Street

La campagna per la ricerca del nome giusto, inutile negarlo, è già cominciata e il nome che circola maggiormente al momento è quello della senatrice dal Massachussets, Elizabeth Warren. 69 anni, ex professoressa di Legge ad Harvard, è stata inserita più volte tra le 100 persone più influenti del pianeta dalla rivista Time. Non è un caso che il nome della Warren, già circolato come possibile vice in caso di vittoria della Clinton, torni in voga proprio di questi tempi. Pare che la sinistra americana abbia assorbito la batosta presa e voglia, scientificamente, in puro american style, prepararsi alla prossima tornata elettorale battendo Trump proprio sul campo di quella famosa succitata middle class che lo ha portato alla vittoria. Chi allora, meglio di Elizabeth Warren, chiamata da Obama nel 2010 per la creazione di una nuova agenzia governativa a difesa dei consumatori nei loro rapporti con banche e istituti finanziari, che le è valso il soprannome di “Cane da guardia di Wall Street”; protagonista di uno dei discorsi politici più cliccati e discussi degli ultimi anni dove sostiene che nessuno in America può vincere da solo, che parte del merito è delle infrastrutture e del sistema che tutti contribuiscono a tenere in piedi, e che quindi è responsabilità di chi ha successo pagare un po’ di più per la collettività; concetti che possono passare inosservati, quasi inoffensivi, letti da questa parte dell’oceano, ma non in Usa dove ci si deve confrontare continuamente con la favola dell’american dream tanto cara da quelle parti.

Una donna (altro punto a suo favore nella valutazione scientifically correct come candidata) che nel 2014, davanti alle telecamere della CNN dichiara apertamente che “Il gioco in America è truccato. È alterato in modo che chi è in alto fa sempre meglio, e tutti gli altri sono sempre più sotto pressione, sempre più sotto sforzo economico”. La senatrice rappresenterebbe insomma la carta più a sinistra possibile in mano al partito democratico.

L’interessata, per ora, sceglie il basso profilo

La Warren comunque, a marzo, ha già smentito qualsiasi interesse per la candidatura alle primarie, nonostante il nuovo leader della minoranza al Senato, Charles E. Schumer, riorganizzando la dirigenza del Partito Democratico post sconfitta 2016, l’abbia inclusa tra i dieci membri del leadership team. Una smentita che però va a cozzare con le mosse della senatrice che pare guidare una piccola squadra di democratici che già stanno girando il paese per misurare fascino e popolarità come personaggi e tentare di comprendere quali temi risultino cari agli americani in questo momento. Una squadra studiata nei minimi dettagli, una cinquina di nomi sfornati probabilmente dagli uffici marketing del partito, che si distinguono per genere e razza, che attraversano tre generazioni e ideologicamente coprono tutte le sfumature possibili di sinistra americana.

La sensazione è che il futuro del partito democratico così come quello della Warren, risieda nelle mani della stessa senatrice, che avrebbe intenzione di tenere al momento un profilo il più basso possibile, per lasciare che i rivali repubblicani implodano da soli nei loro errori, per poi ripresentarsi in una veste nuova nel 2020 agli americani non solo come alternativa ma come unica possibile soluzione. Se la tattica risulterà vincente solo il tempo potrà dirlo, in nessun posto del mondo come in USA, i cavalli vincenti si scorgono all’arrivo.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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