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Savona sarebbe il ministro più anziano della storia repubblicana. E forse del mondo

La vita si espande, in quantità e qualità, come una galassia nell’universo. C’è qualcosa di cui stupirsi, allora, se si osa pensare di diventare ministri a ottant’anni? L’Italia invecchia: ce lo ha detto l’Istat pochi giorni fa, l’età della pensione è andata slittando con i recenti governi (ora chissà), e i capelli bianchi fanno meno paura, ai diretti interessati, di qualche generazione addietro.

Così un nuovo muro può essere sfondato, un nuovo record infranto, un nuovo primato stabilito. Il ministro più anziano del mondo: Paolo Savona, classe 1936, 82 anni ad ottobre. Nessuno come lui, almeno nel G7 e anche molto oltre. Unico a sostenere il confronto il titolare del commercio con l’estero di Donald Trump. Uno che, tra dazi e sanzioni, di lavoro ne ha tanto. Si chiama Wilbour Louis Ross Junior, nato nel 1937, e ti guarda sornione dalla sua foto ufficiale sul sito del dipartimento di competenza.

A tavola con i ‘ragazzini’

Gli altri, sui due lati dell’Atlantico, sono solo una manica di pischelli: Macron, Rajoy, May e Merkel. Corri ragazzo, che di strada ne devi fare ancora tanta. Quando Savona venne al mondo Galeazzo Ciano firmava l’Asse Roma-Berlino. Eppure è proprio su di lui che si sono appuntati gli occhi di quei due partiti che in questi giorni vantano l’aver inaugurato la Terza Repubblica.

Un’alleanza intergenerazionale che, dopo tanti incessanti e ricorrenti richiami all’anagrafe come discriminante tra il bene e il male, ci vorrebbe portare al futuro, magari dopo averlo affidato ha chi ha esperienza del passato. “La ragione si fa adulta e vecchia; il cuore resta sempre ragazzo”, confessava l’ottuagenario di Ippolito Nievo.

Nemmeno un ottuagenario

Il fatto è che, incontestabilmente, ad andare a spulciare gli elenchi dei governi della Repubblica Italiana (69 incluso Gentiloni, una quindicina di dicasteri per ogni esecutivo: margini di errore scarsi ma non nulli) di ottantenni chiamati a ricoprire l’ufficio di ministro non se ne trova nemmeno uno. Nemmeno tra quelli che l’immaginario collettivo lega indissolubilmente all’idea dell’immarcescibilità. Nemmeno Andreotti, o Colombo. Persino Fanfani, che Montanelli ribattezzò “Il Rieccolo”, ad un certo punto dovette smettere: la sua ultima comparsa in un governo (logicamente lo guidava lui) lo vede 79enne, nel 1987.

Stessa età vantava Mirko Tremaglia, che aprì al voto degli italiani del mondo (e mal ne incolse al centrodestra), da ministro del secondo governo Berlusconi, o gli ormai dimenticati Modesto Panetti (Poste e telecomunicazioni, esecutivo Pella) ed Edgardo Lami Starnuti (Industria, primo governo Moro). Anche il Conte Sforza, gran frequentatore di ambasciate e salotti londinesi, a 79 anni lasciò politica e ministero degli esteri dopo aver subito il dispiacere di vedersi sbarrata la porta del Quirinale.

Eppure lo voleva De Gasperi, ma dovette accontentarsi di un Luigi Einaudi che sul Colle avrebbe soffiato sulle 80 candeline un anno prima di ritirarsi, finalmente, a vita privata. Sì, perché la massima magistratura repubblicana spesso porta a superare la soglia degli otto decenni: così è stato per Pertini (che raggiunse gli 89), Scalfaro (81), Ciampi (86). Per non parlare di Giorgio Napolitano: alla fine del doppio mandato ne aveva 90 giusti giusti, e poi ha continuato la sua attività come un Vittorio Emanuele Orlando che, seppur lontano dal governo da tre decenni, a 92 anni ancora trovava la forza per intervenire indignato in Parlamento contro la Legge Truffa del ’53.

Come va l’età in Europa

Ma di ministri di 80 anni non se ne trovano, né negli archivi, né in circolazione per le piazze di quelle che con una certa dose di presunzione noi chiamano le “democrazie avanzate”. In Francia il presidente Emmanuel Macron ha 40 anni, l’età media dei ministri al momento del giuramento 54, sei gli elementi nati negli anni ’50 ma nessuno nato prima della guerra, o a ridosso della Liberazione.

In Germania la delegazione della Spd al governo di Grande Coalizione vanta un trentenne, tre quarantenni e due cinquantenni. Quella della Cdu due sessantenni, tre quarantenni ed un trentenne. La Csu un sessantenne, un quarantenne e Horst Seehofer, che essendo il più anziano merita una citazione a parte: classe 1949, va per i 70 e si ricorda di quando il Muro ancora torreggiava di fronte alla Porta di Brandeburgo. Non a caso è anche il leader del partito più conservatore della coalizione. (A proposito: Angela Merkel ha 64 anni).

In Spagna 55 primavere conta Mariano Rajoy, che poi è il presidente di un governo di minoranza anche se non di minore età: la sua  rappresenta quella media di tutta la compagine, con eccezioni al rialzo (Cristoàl Montoro, nato nel 1950, alla funzione pubblica) e al ribasso (Dolors Montserrat, alla Salute, venuta al mondo nel 1972).

E più lontano?

In Cina, poi, si dice che il Partito imponga a tutti il ritiro forzato a 69 anni, come la Fornero in Italia. Tutti, ma proprio tutti: operai, contadini, funzionari di partito. E se poi qualcuno sfonda il tetto, non è perché si violino le regole, ma perché qui si rispetta la saggezza fin dai tempi di Confucio. Eppure qualche avvisaglia c’era stata: un paio d’anni fa, nel pieno della campagna per le presidenziali americane, un Newsweek perplesso notava che per la prima volta nella storia americana l’età media dei tre candidati superava i 70 anni.

Nel Paese che della gioventù ha sempre fatto il suo biglietto da visita. Hillary Clinton è del ’47, Donald Trump del ’46 e Bernie Sanders (che poi è stato il candidato più amato dai giovani) del ’41. Ha fatto in tempo a vedere la Guerra, lui. Come Paolo Savona, che in questi giorni ha levato il suo sguardo verso il ministero dell’Economia come Sanders sulla Casa Bianca. Perché dice quello: la paura di osare è innaturale nei giovani, ma scandalosa nei vecchi.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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