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Savona sostiene di aver subito un “grave torto” da Mattarella

Il giorno dopo l’esplosione di una crisi istituzionale tra le più gravi della storia della Repubblica, Paolo Savona è l’uomo del momento. Il rifiuto di Sergio Mattarella di accettarne la nomina a ministro dell’Economia per via delle sue (presunte) posizioni euroscettiche ha costretto Giuseppe Conte a rimettere il mandato, trascinando il Paese verso nuove elezioni con Carlo Cottarelli nel ruolo di traghettatore. Chissà, forse se l’ex direttore generale di Bankitalia avesse chiarito prima, e più nel dettaglio, le sue posizioni, non ci sarebbero state reazioni isteriche sui mercati e il capo dello Stato avrebbe potuto valutare la questione con più serenità. Troppo tardivo è stato infatti l’articolo con il quale l’accademico sardo ha spiegato di voler semplicemente rivedere i trattati.

Che un simile errore di calcolo sia stato in qualche modo ispirato da Salvini per uscire dall’abbraccio di Di Maio e tornare alle urne non è impossibile. Ma, al di là delle dietrologie, suscita curiosità il nuovo ruolo di “paladino del popolo” assunto in questi giorni da quello che è a tutti gli effetti un uomo dell’establishment, sia pure quello vecchio. La lettera appena uscita su Scenari Economici (sito fortemente euroscettico che in tempi recenti ha ospitato numerosi interventi del professore) nel quale accusa Mattarella di avergli fatto un “grave torto” è in fondo un modo di rivolgersi alla nazione, alle migliaia di persone che su Twitter hanno rilanciato l’hashtag #VogliamoSavona. E non è escluso che a convincere Savona a esporsi sia stato il sostegno ricevuto oggi da due figure decisamente istituzionali: l’economista francese Jean-Paul Fitoussi e l’editorialista del Financial Times Wolfgang Münchau, anch’egli assai critico nei confronti della teutonica dottrina dell’austerità.

Il testo della lettera

“Ho subito un grave torto dalla massima istituzione del Paese sulla base di un paradossale processo alle intenzioni di voler uscire dall’euro e non a quelle che professo e che ho ripetuto nel mio Comunicato, criticato dalla maggior parte dei media senza neanche illustrarne i contenuti. Insieme alla solidarietà espressa da chi mi conosce e non distorce il mio pensiero, una particolare consolazione mi è venuta da Jean Paul Fitoussi sul Mattino di Napoli e da Wolfgang Münchau sul Financial Times”, scrive Savona, “il primo, con cui ho da decenni civili discussioni sul tema, afferma correttamente che non avrei mai messo in discussione l’euro, ma avrei chiesto all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membri; aggiungo che ciò si sarebbe dovuto svolgere secondo la strategia di negoziazione suggerita dalla teoria dei giochi che raccomanda di non rivelare i limiti dell’azione, perché altrimenti si è già sconfitti, un concetto da me ripetutamente espresso pubblicamente. Nell’epoca dei like o don’t like anche la Presidenza della Repubblica segue questa moda”.

Più incisivo e vicino al mio pensiero è il commento di Münchau. Nel suo commento egli analizza come deve essere l’euro per non subire la dominanza mondiale del dollaro e della geopolitica degli Stati Uniti, affermando che la moneta europea è stata mal costruita per colpa della miopia dei tedeschi. La Germania impedisce che l’euro divenga come il dollaro ‘una parte essenziale della politica estera’. Purtroppo, egli aggiunge, il dollaro ha perso questa caratteristica, l’euro non è in condizione di rimpiazzarlo o, quanto meno, svolgere un ruolo parallelo, e di conseguenza siamo nel caos delle relazioni economiche internazionali; queste volgono verso il protezionismo nazionalistico, non certo foriero di stabilità politica, sociale ed economica“, prosegue l’economista sardo, “il tema che con Paolo Panerai ho toccato nel pamphlet recentemente pubblicato su Carli e il Trattato di Maastricht, dove emerge la lucida grandezza di Paolo Baffi. L’Italia registra fenomeni di povertà, minore reddito e maggiore disuguaglianze. Il 28 e 29 giugno si terrà un incontro importante tra Capi di Stato a Bruxelles: chi rappresenterà le istanze del popolo italiano? Non potrà andarci Mattarella, né può farlo Cottarelli. Se non avesse avuto veti inaccettabili, perché infondati, il Governo Conte avrebbe potuto contare sul sostegno di Macron, così incanalando le reazioni scomposte che provengono dall’interno di tutti indistintamente i paesi-membri europei verso decisioni che aiutino l’Italia a uscire dalla china verso cui è stata spinta. Münchau giustamente afferma che ‘teme non vi sia un sostegno politico nel Nord Europa’ e quindi non ci resta che patire gli effetti del protezionismo e dell’instabilità sociale. Si tratta di decidere se gli europeisti sono quelli che stanno creando le condizioni per la fine dell’UE o chi, come me, ne chiede la riforma per salvare gli obiettivi che si era prefissi“.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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