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Scacco al velo, l’Iran impone l’hijab alle occidentali del torneo mondiale. Le giocatrici: «No all’oppressione religiosa, lo sport è libertà»

Elisa Mariella –

Niente hijab? Niente scacchi. E se ti rifiuti di indossarlo – come confermerebbe il Daily Mail rischi l’arresto. Queste le regole del governo iraniano per tutte le giocatrici che si preparano a partecipare al torneo Mondiale di scacchi, il prossimo febbraio, a Teheran. Nella Repubblica islamica dell’Iran infatti, la legge vieta alle donne di girare senza velo, anche durante le competizioni sportive. Non si scappa dunque, ma le campionesse non ci stanno. «Obbligatorio giocare col velo? Allora vi saluto e non gioco il Mondiale», queste le dichiarazioni dell’americana Paikidze-Barnes, la prima scacchista a ribellarsi. Ed è proprio lei a guidare la rivolta delle giocatrici occidentali, che non gradiscono affatto l’imposizione del governo iraniano. «È inaccettabile che uno dei più importanti tornei per donne sia organizzato in un paese dove le stesse sono costrette a coprirsi con l’hijab.». Contraria anche la campionessa panamericana Carla Heredia, che ha aggiunto: «Nessuna istituzione, governo, né un campionato Mondiale di scacchi dovrebbero obbligare una donna a indossare l’hijab o a toglierselo. Lo sport dovrebbe essere libero da qualsiasi discriminazione sessuale e religiosa».

Al centro delle accuse è finita la Federazione Internazionale di Scacchi, colpevole di non difendere i diritti delle donne. La direttrice Susan Polgar ha risposto alle lamentele delle sportive sottolineando quanto sia importante rispettare le differenze culturali, in ogni luogo del mondo. Nessun problema per lei, che indosserebbe il velo senza troppe storie. La sfida a colpi di regine è ufficialmente aperta: da una parte le iraniane, che pregano le colleghe di non “formalizzarsi” e di accettare una semplice regola socio-culturale ormai in vigore da 37 anni, dall’altra le campionesse, che sembrano non voler rinunciare a sentirsi occidentali in qualsiasi paese del mondo. Le scacchiste Mitra Hejazipour e Sara Khademalsharieh, sono intervenute nel dibattito spiegando quanto sia importante questo torneo per le donne iraniane: «È una grande opportunità. Possiamo capire quanto sia difficile per le americane accettare di indossare il velo, perché per loro sarà la prima volta. Ma questa è una delle leggi dell’Iran. E le leggi vanno rispettate». Ma Paikidze-Barnes – russa di nascita, trapiantata in America da una vita e vincitrice di diversi titoli sportivi fra cui l’International Master e Woman Grandmaster – e Carla Heredia non mollano: il loro invito a disertare è rivolto alle 64 concorrenti in gara, nella speranza di aiutare le orientali a liberarsi dalla schiavitù dell’hijab. «In Iran le donne non hanno diritti di base e sono trattate come cittadine di seconda classe. Non avallerò l’oppressione religiosa e sessista indossando il velo», ha tuonato la Barnes. A dimostrare che le sportive non scherzano c’è anche una petizione, lanciata dalle ragazze in tempi record e che in pochissimo tempo ha raccolto moltissime firme, anche di scacchisti di fama internazionale. La richiesta? Spostare il Mondiale in un altro paese. Non è cosa semplice però. L’Iran infatti, è stato l’unico paese a essersi candidato per ospitare le scacchiste di tutto il mondo nel 2017.

Qualcuno direbbe che siamo alle solite: noi occidentali siamo obbligati ad adeguarci agli usi e costumi dei paesi in cui ci troviamo mentre gli islamici, quando vengono da noi, sono accontentati in tutto. A conferma di ciò ci sarebbe anche il recente sdegno della Premio Nobel Shirin Ebadi in merito alla decisione di Federica Mogherini – Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e vicepresidente della Commissione- di presentarsi col capo velato durante la sua visita ufficiale in Iran. Forse però, la domanda dovrebbe essere un’altra: è davvero giusto, non sessista, non discriminatorio, che esista un torneo Mondiale di scacchi femminile e uno maschile? Lo sport degli scacchi infatti rientra fra quelli dove il corpo non serve, eccezion fatta per la testa, dove a contare sono solo le abilità mentali, la concentrazione, l’intuizione. A differenza di altre discipline (come il nuoto, il calcio, la corsa, il volley…) dove è necessario fare un distinguo fra tornei maschili e femminili per via delle differenze fisiche – e quindi di “forza corporea” – fra i due sessi, in questa basta usare il cervello. I più maligni si chiederebbero: “forse il cervello degli uomini è così diverso da quello delle donne da giustificare una separazione di genere?”. Quali sono i motivi per cui – in uno sport di strategia mentale – le donne sono “invitate” a giocare una competizione fra sole signore? La risposta è da scacco matto al re.

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