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Schönborn: un percorso penitenziale serio per i divorziati risposati

Card. SchönbornCard. Schönborn.

Iacopo Scaramuzzi –
Città del Vaticano –

Un percorso penitenziale serio, non banale, che faccia “attenzione” alla sofferenza dei figli (“Avete fatto portare il peso del vostro conflitto matrimoniale sulle spalle dei vostri figli?”), ai coniugi abbandonati, alla riconciliazione dopo il fallimento di un matrimonio (“Come volete chiedere la comunione se avete nel cuore ancora tutto il rancore di ciò che avete vissuto nel matrimonio?”), al peso della propria coscienza davanti a Dio, senza dimenticare le “coppie eroiche” che scelgono invece di rimanere fedele all’ex coniuge senza risposarsi. È con questo “invito a uno sguardo più ampio”, capace di posarsi su tutta la famiglia, a partire dai figli, che il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza episcopale austriaca, è intervenuto al Sinodo straordinario sulla famiglia nel dibattito sull’ipotesi di concedere la comunione ai divorziati risposati.

 

 

Eminenza di cosa ha parlato nel suo primo intervento nell’aula sinodale?

 

“Ho suggerito di approfondire la visione del Concilio vaticano II sulla Chiesa e fare l’analogia tra la Chiesa e il sacramento, specialmente il sacramento del matrimonio. Da sempre la famiglia è stata vista come la piccola Chiesa, la chiesa domestica, la ‘ecclesiola’. Nel Vaticano II è stato fatto un passo dottrinale molto importante riguardo alle altre Chiese e comunità cristiane e rispetto alle altre religioni. La visione patristica ha sempre cercato di vedere non solo ciò che manca nelle altre religioni, ma ciò che vi è di positivo, come promessa, seme, speranza. E il Vaticano II ha ripreso questa visione patristica delle altre religioni e delle altre comunità ecclesiali per dire: certo, l’unica Chiesa di Cristo è realizzata concretamente, “subsistit in”, nella Chiesa cattolica. Ma, aggiunge immediatamente dopo: questo non impedisce che ci siano anche fuori del corpo della Chiesa cattolica molti elementi di santificazione e di verità che spingono verso l’unità cattolica. E sulla base di questa famosa frase della costituzione conciliare Lumen Gentium, al paragrafo 8, si è formulato tutto il decreto sull’ecumenismo e tutto il decreto sulle altre religioni, la ‘Nostra Aetate’. Il mio suggerimento è semplice. Prendere questa analogia per dire: certo, la pienezza del sacramento del matrimonio ‘subsistit’ nella Chiesa cattolica laddove c’è il sacramento con le tre finalità, fides, proles, sacramentum, la fedeltà, i figli e il legame indissolubile. Questa è la pienezza del sacramento. Ma applicando il Vaticano II si potrebbe dire che questo non impedisce che ci siano anche fuori di questa piena forma del sacramento del matrimonio molteplici elementi di santificazione e di verità”.

 

 

Può fare qualche esempio?

 

“Abbiamo in tutto il mondo, per esempio, e lo si vede molto chiaramente nelle testimonianze dei padri sinodali, il fatto delle unioni di fatto, convivenze senza matrimonio ufficiale. E certamente la Chiesa dice – e ha ragione di dirlo – che qui manca qualche cosa, manca l’esplicita alleanza matrimoniale sacramentale. Ma questo non impedisce che ci siano anche elementi che sono quasi promesse di questa promessa: la fedeltà, l’attenzione gli uni agli altri, la volontà di fare famiglia. Tutto questo non è ciò che noi ci aspettiamo da un matrimonio completo, ma è già qualche cosa. Penso che questo approccio può aiutarci a ciò che ci ha tanto detto Papa Francesco: accompagnateli, prima di giudicare e mettere nelle caselle, accompagnateli e far sì che essi scoprano man mano, con l’aiuto di Dio la testimonianza delle coppie e delle famiglie cristiane, la pienezza del sacramento matrimoniale”.

 

 

Lei ha raccontato di essere figlio di divorziati risposati…

 

“I miei genitori hanno divorziato quando avevo 13 anni. Per me è stato estremamente doloroso. Direi che il momento più difficile della mia vita è stata la sera in cui ho appreso che i miei genitori avrebbero divorziato. Ma noi figli non eravamo persi. La famiglia – cugini, zii – si sono impegnati per noi figli, per mia madre, anche per mio padre. La famiglia si è sostituita al fallimento del matrimonio”.

 

 

Il tema dei divorziati risposati, pur non essendo l’unico tema, è al centro del dibattito. Lei pensa che alla fine del dibattito sinodale si arrivi ad ammettere, in certi casi, queste coppie alla comunione?

 

“Il Sinodo non è un Concilio, non ha il compito di fare le votazioni come un Concilio, fa suggerimenti da trasmettere al Papa, come nei Sinodi precedenti. Io vedo anzitutto, ciò che ho anche cercato di far presente nel Sinodo, invitare a uno sguardo più ampio. Adesso abbiamo lo sguardo della ‘galleria’, si vede solo il problema dei divorziati risposati. Ma non si vede il problema della famiglia più ampia, perché ogni coppia che divorzia normalmente ha figli, genitori, forse ancora nonni, fratelli, sorelle, zii… un divorzio non tocca mai solo due persone, tocca sempre una rete sociale, che è la famiglia, e ciò che mi manca gravemente nelle discussioni attuali è questo sguardo sulla famiglia. Gli africani lo dicono sempre: la c’è famiglia stretta, genitori e figli, e la famiglia più larga, il grande contesto familiare. Se viviamo senza questo contesto è drammatico, la famiglia è la rete di sopravvivenza per il futuro, lo dicono i sociologi, lo dicono gli esperti del futuro della nostra società. Laddove lo Stato si indebolisce, laddove la capacità dello Stato a sostenere gli individui in difficoltà viene a mancare, sempre più diventa evidente che la rete di sopravvivenza, di salvaguardia dell’individuo, è la famiglia. Parlare di divorziati risposati senza lo sguardo sulla famiglia è drammaticamente unilaterale”.

Fonte

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